Il Codice Grillo - LASTAMPA.it
Quando saremo al potere, spiega Grillo in un’intervista a «Sette», i politici verranno giudicati da un tribunale di cittadini incensurati estratti a sorte, che li condannerà ai lavori socialmente utili e alla restituzione del malloppo. Vedo già formarsi una ola da Bolzano a Trapani. Sorprende la moderazione del gabibbo barbuto: se avesse proposto di mozzare le mani ai ladri e la lingua agli ospiti dei talk show sarebbe stato portato in trionfo da tutti i sondaggi che chiedono agli italiani se preferiscono l’aumento della benzina o quello dello stipendio. Le persone hanno fame di capri espiatori per calmare l’ansia. Fin troppo facile blandirle con il populismo. Perciò merita rispetto la presa di distanza di Enrico Strabotti Bon, militante del movimento 5 Stelle sezione adulti: «La crisi ha ragioni più complesse. Magari potessimo ridurla a una vicenda di guardie e ladri. Ciò detto, chi ha commesso dei reati non la passerà liscia. Ma guai se a giudicarlo fossero i tribunali del popolo. Erano già poco democratici nella democratica Atene, dominati dall’emotività e dall’odio che si porta dietro altro odio. Giacobini, nazisti, stalinisti, talebani: non c’è epuratore che non li abbia usati per epurare, salvo esserne epurato a sua volta. Prima o poi, Beppe, quel tribunale giudicherebbe anche te. Il peggior Stato di diritto è meglio della migliore giustizia popolare».Condivido Enrico Strabotti Bon. Non foss’altro perché me lo sono dovuto inventare. Sempre in attesa che un seguace reale di Grillo trovi la forza di ricordargli che non ci siamo liberati di un contaballe per consegnarci a un ayatollah.






«Rispondiamo con i fatti, sollecitando la libera discussione, promuovendo luoghi e percorsi di partecipazione, moltiplicando iniziative sul territorio che, come quella di lunedì sera alla Gam di Torino, riaprano il dialogo con la società». Maria Teresa Armosino sostiene di avere le idee molto chiare sul tragitto intrapreso da Progett’Azione, la componente pidiellina che dall’aula del Consiglio regionale del Piemonte, dove ha dato vita a un gruppo autonomo (e misconosciuto dal partito ufficiale), allarga il proprio raggio d’azione a tutto il centrodestra piemontese, proponendosi come elemento di coagulo del sempre più disorientato elettorato. E se in questi giorni la diarchia di corso Vittorio, dopo aver annunciato l’esclusione dei “dissidenti” dagli organismi e provvedimenti disciplinari, è impegnata in un’azione di “contenimento del danno” sollecitando analoghe prese di posizione dei coordinamenti provinciali, per Armosino la strada maestra è quella di tornare a fare politica. «Un vertice che si attarda nelle beghe interne, che invece di farsi promotore del confronto sul merito del disagio diffuso nel partito, arrivando a compilare liste di proscrizione, rende l’immagine di un ceto rinchiuso nel bunker, abbarbicato agli ultimi scampoli di potere: un gruppo dirigente non più in sintonia con la base, i militanti, gli elettori e con quanto sta capitando nel Paese», attacca la lady di ferro. Un vertice che, peraltro, da dieci mesi non riunisce l’assemblea regionale, essendo l’ultima convocazione datata 29 luglio, praticamente un secolo fa. Un vertice che, a dar retta alle parole pronunciate all’assemblea dei “formattatori” dal segretario Angelino Alfano, è a un passo dal venire “azzerato”.