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risveglio@yahoogroups.com, "Tito" <titocasali@...> ha scritto:
> Vorrei sottoporre un quesito (anzi almeno tre)sperando di non
> essere troppo confuso. Sono un principiante anche se provo a
> praticare da un certo periodo di tempo. Ho appena partecipato
> ad un miniritiro guidato da Flavio Pelliconi che credo mi abbia
> fatto capire molte cose che prima non erano affatto chiare.
> Ritornando a casa e cercando di praticare da solo, sto incontrando
> difficoltà crescenti. Ritengo sia del tutto normale, quindi non mi
> preoccupo più di tanto e vado avanti, ma avrei piacere di capirci
> qualcosa di più.
> Prima domanda: devo tenere l'attenzione all'ingresso delle narici,
> senza seguiire il respiro (mentre prima ero abituato a concentrare
> l'attenzione proprio sul respiro...), anche se "sento" poco?
L'attenzione va tenuta sotto le narici, tra il naso e la bocca. Non c'è un punto
preciso, perché il punto d'impatto varia da persona a persona e nella stessa
persona di momento in momento. Quel che devi fare è tenere l'attenzione sul
punto indicato e attendere che si manifesti la sensazione prodotta dal contatto
dell'aria che spazza la pelle mentre il corpo respira per conto suo.
Nei testi vi è una similitudine che dà l'idea del giusto modo di praticare.
C'era una volta un contadino che andò nella foresta in cerca dei buoi che aveva
perduto. Possiamo immaginare questo contadino disperato per aver perduto i buoi
che rappresentavano non solo la ricchezza, ma anche la forza-lavoro necessaria a
mandare avanti la fattoria. Nell'India rurale del VI sec. a.C. perdere i buoi
voleva dire rischiare l'indigenza. Il contadino, dunque, dopo aver vagato
disperato per molte ore ebbe un'idea, cioè di appostarsi vicino allo stagno dove
i buoi sarebbero andati ad abbeverarsi, spinti dalla sete. Così fece e, infatti,
poco dopo, i buoi arrivarono, prima uno e poi l'altro e così li potè riprendere.
Nello stesso modo tu puoi sistemare l'attenzione (rappresentata dal contadino)
presso il punto di ingresso e d'uscita dell'aria (lo stagno) in attesa che il
bue del tocco dell'aria in uscita(āna)e il bue del tocco dell'aria in
entrata (apāna) si manifestino e li puoi così afferrare, senza dover vagare
per la foresta (tutto il corpo) per prenderli.
> E' l'atto in sè dell'attenzione alla SENSAZIONE nell'area (che si
> pecepisca o non si pecepisca, è indifferente) che importa, anche se
> spesso (sempre?) vengo "deviato" a percepire il respiro?
La meditazione ānāpāna è fatta di tre fattori: l'attenzione al
punto d'impatto, l'attenzione al tocco dell'aria che entra (āna) e
l'attenzione al tocco dell'aria che esce (apāna). Si compie quando tutti e
tre i fattori sono presenti. Allo scopo di rendere il tocco più evidente puoi
aiutarti inalando ed esalando un po' più intensamente del normale, ritornando al
respiro spontaneo e naturale quando la sensazione si è resa percettibile.
Questo "lavoro" è un po' come quello del falegname intento a segare un tronco,
la cui attenzione sarà principalmente rivolta al punto in cui i denti della sega
mordono il legno ma, nello stesso tempo, non sarà del tutto incosciente del
movimento del braccio. Si tratta semplicemente di spostare l'attenzione: dal
"movimento" del respiro alla sensazione tattile prodotta dal passaggio dell'aria
in entrata e in uscita. Ed è fatta.
> Seconda domanda: ho letto (in realtà qua e là e in modo molto
> confuso e disordinato) che questo tipo di pratica è un momento di
> concentrazione, necessario per ottenere la stabilità mentale
> (mettere un freno agli "impedimenti") per poterla usare in seguito
> come base per allargare l'attenzione, la capacità di visione, (e
> questo sarebbe il momento/stato mentale di Vipassana vero e
> proprio.
La vipassanā non è una tecnica, ma il risultato della tecnica ben
applicata. Non vi sono una meditazione ānāpāna e una meditazione
vipassanā: vi è l'applicazione dell'attenzione cosciente al proprio vissuto
che porta alla visione profonda (vipassanā) della realtà dei fenomeni. La
stessa tecnica (ānāpānasati) può essere impiegata per ottenere la
concentrazione (samādhi) e per pervenire alla visione profonda
(vipassanā). Il fatto è che una mente distratta non è in grado di osservare
un bel niente, ragion per cui per poter pervenire alla vipassanā è
necessario esercitarsi a lungo preventivamente sulla concentrazione. Un edificio
non si può costruire partendo dal tetto: sono necessarie prima le fondamenta.
Nella costruzione dell'edificio della vipassanā il fondamento è
l'attenzione cosciente (mindfulness), su cui si può costruire il piano terreno
della concentrazione (samātha) e, dopo questo, il primo piano
dell'osservazione imparziale di tutte le cose che porta alla visione penetrativa
profonda (vipassanā).
> Ho anche letto (e questo è l'ultimo quesito)in una risposta data
> da Flavio tempo addietro, che si usa la concentrazione fino ad un
> attimo prima di entrare nel primo jhana, per poi passare
> all'analisi delle sensazioni in tutto il corpo. Sarebbe questa la
> "soglia dell'accesso" di cui parla Buddhaghosa (solo per sentito
> dire, naturalmente)? E come si fa a sapere quando è un attimo
> prima? Come riconosco la "soglia", quando sarà il momento che
> immagino comunque molto lontano visto le difficoltà che incontro
> già da ora?
Caro Tito, mi sembri uno che sta facendo la scuola guida per prendere la patente
che vuole sapere dall'istruttore come si cambiano le marce a 300 all'ora nella
Formula Uno. La conoscenza teorica è d'aiuto solo se non diviene una
distrazione. In ogni modo, quando perverrai (se mai perverrai) alla
concentrazione d'accesso, te ne accorgerai tu stesso. I monaci, per raggiungere
questi livelli di cincentrazione, praticano molte ore al giorno. Non è certo con
le nostre mezz'orette frammentarie di meditazione traballante che si raggiungono
certi livelli di assorbimento meditativo. Stare nel qui e ora vuol dire anche
rendersi conto di dove ci si trova. Possiamo avanzare sul sentiero solo se ci
rendiamo conto di dove siamo e da dove dobbiamo partire. Consiglio: leggere di
meno ed esercitarsi di più.
Un caro saluto
Flavio