> ... che ruolo ha avuto la storia e la cultura romana nel
> nostro essere oggi italiani (cioè: unici, diversi da tutti)?
> E ancora creativi, accoglienti, aperti, umili (aperti ad
> imparare), individualisti, pionieri ....e grandi cuochi di
> grande cucina??
Dopo aver messo a fuoco, nel precedente messaggio di premessa, cosa significhi
per noi essere Italiani, passo quindi alla risposta vera e propria.
La mia personale risposta, è bene precisarlo, non ha la pretesa di asserire
delle verità incontrovertibili, poiché la mia effettiva competenza storica è
inerente al solo settore navale e marittimo. Mi sento comunque in grado di dare
un parere sufficientemente attendibile sul modo di pensare degli antichi Romani,
poiché le ricerche storiche necessarie per la compilazione di "Classica" mi
hanno condotto a leggere un enorme numero di opere latine e greche del mondo di
Roma antica (in effetti, tutte quelle che sono risultate reperibili; in totale,
vedo adesso che si tratta di 535 opere citate nella mia bibliografia, e di 245
autori antichi di cui ho riportato delle specifiche citazioni in "Classica"). Da
questa lettura veloce non ho ovviamente analizzato e memorizzato tutto, ma solo
le parti che erano direttamente o indirettamente utili alla mia ricerca.
Dall'insieme ho comunque potuto trarre anche una discreta percezione della
genuina mentalità degli autori.
Sulla base degli elementi desumibili dalle fonti antiche, risulta abbastanza
evidente che, a grandi linee, tutte le virtù e tutti i vizi che ora ravvediamo
negli Italiani fossero egualmente esistenti a Roma e nel mondo romano. Questo
vale, ovviamente, con tutte le approssimazioni e le semplificazioni che
comportano dei giudizi espressi in modo troppo generico e conciso. Non va,
infatti, dimenticato che stiamo parlando delle caratteristiche di una
popolazione la cui storia è stato ultramillenaria e che ha assorbito in sé
buona parte delle culture incontrate nelle province di un impero che abbracciava
tre continenti, oltre alle più disparate etnie, filosofie, religioni e
superstizioni. D'altronde, al momento non siamo tanto interessati a distinguere
le infinite mutazioni avvenute nel tempo, nello spazio e nelle varie fasce
sociali di un mondo così complesso ed articolato, ma ci interessa solo sapere
se le odierne caratteristiche degli Italiani siano state direttamente er
editate dagli antichi Romani o siano comunque imputabili in qualche modo al
retaggio di Roma.
Al fine di circoscrivere ulteriormente l'argomento (perché altrimenti l'esame
si estenderebbe oltremisura) mi limito ai soli aspetti specificati nella
domanda:
- caratteri prevalentemente positivi: "creativi, accoglienti, aperti, pionieri
.... e grandi cuochi di grande cucina";
- caratteri con possibili risvolti negativi: "unici, diversi da tutti; umili
(aperti ad imparare), individualisti".
MI auguro che, se vi saranno ulteriori interventi, questi vengano focalizzati
anch'essi su questi aspetti, al fine di non disperderci in troppe direzioni.
Per la prima categoria di caratteri, confermo senz'altro il mio primo parere,
cioè che li abbiamo tutti ereditati direttamente dai Romani antichi.
Esaminiamoli in ordine logico.
Accoglienti ed aperti.
Qui vi è una delle peculiarità intrinseche dei Romani; questa fu la loro
maggiore forza, ma questa fu anche la maggiore causa della loro vulnerabilità.
Roma è stata fondata da Romolo come una città aperta a chiunque volesse
stabilirvisi. Questo concetto rimase sempre in vigore per tutti, a condizione,
ovviamente, di sottomettersi alle leggi di Roma e di non costituire un pericolo
per la sicurezza del popolo romano. L'accoglienza venne quindi sempre concessa a
tutti, prescindendo da località di origine, lingua, etnia e religione. Gli
stessi nemici che impegnavano i Romani in un confronto bellico erano destinati
ad essere accolti fra gli amici ed alleati del popolo romano, poiché questo era
l'epilogo normale di tutti i conflitti dopo la vittoria romana.
Tuttavia, questa connaturata voglia dei Romani di accogliere in amicizia gli ex
nemici e di conferire molto presto anche la cittadinanza romana ai loro capi
più rappresentativi creò delle situazioni di enorme rischio durante l'Impero,
poiché questi
neo cittadini non ancora intimamente romanizzati suscitarono alcune gravi
sedizioni, determinando anche dei tremendi rovesci come quello - disastroso - di
Teutoburgo.
Nel basso impero, poi, l'immissione nelle legioni, in forma sempre più
massiccia, di barbari frettolosamente convertiti e solo virtualmente
romanizzati, pose l'Impero stesso alla mercé di personaggi che non avevano
assimilato praticamente nulla della civiltà romana. La stessa caduta
dell'Impero d'Occidente fu causata da un ammutinamento interno capeggiato da
Odoacre, che, pur appartenendo alla guardia del corpo dell´imperatore, privò
quest'ultimo dei suoi poteri, senza nemmeno capire la portata del suo gesto.
Creativi e pionieri.
I Romani erano fondamentalmente dei pragmatici. Di fronte a qualsiasi impresa,
di guerra o di pace, essi non agivano sulla falsariga di teorie preconfezionate,
ma esaminavano la situazione caso per caso, e mettevano a punto delle linee
d'azione che consentissero di conseguire lo scopo nel modo migliore, ma con il
dispendio di forze strettamente necessario e con il minimo rischio.
Nel campo militare, è proprio questo quello che emerge costantemente
dall'analisi delle loro battaglie terrestri e navali. Essi raggiunsero un enorme
potere grazie alle loro indiscusse virtù guerriere, ma anche alla loro
oculatezza nel non esporsi quando il risultato poteva essere ottenuto in altro
modo (non sono infrequenti i casi di accordi sottobanco, di corruzione o di
tradimenti fomentati con altri metodi). La cosa non è poi tanto sorprendente se
ci si ricorda che Machiavelli diventò "machiavellico" dopo aver studiato le
gesta dei Romani.
E gli Italiani? Le capacità militari degli Italiani sono state a lungo molto
rinomate in tutta Europa, visto che i nostri condottieri ed i nostri eserciti
erano i più gettonati. Più recentemente, superati diversi decenni di
dopoguerra condizionati dal trauma della sconfitta e della guerra civile, ora
sta ridiventando evidente la robusta stoffa dei nostri, la loro composta
professionalità anche in situazioni di grande rischio, nonché la loro
capacità di adattamento alle nuove situazioni, senza farsi irretire dagli
schematismi. Nel Golfo Persico, nel1988/89, fummo i primi ad adottare la tattica
più efficace per scortare le nostre navi mercantili in presenza di minaccia di
mine alla deriva: all'inizio sembrò una soluzione strampalata, poi la
adottarono tutte le altre maggiori marine presenti in quelle acque.
Nel campo civile, il pragmatismo romano li portò ad acquisire quanto c'era di
buone nelle culture delle popolazioni alleate e delle province d'oltremare,
perfezionando sensibilmente le soluzioni altrui e creando poi delle soluzioni
proprie, assolutamente originali e maggiormente rispondenti alle esigenze. Lo si
vede in tutti i campi delle costruzioni, terrestri (strade, acquedotti, terme,
ponti, cisterne, etc.), marittime (porti, dighe foranee, moli subacquei, fari,
canali navigabili, ville marittime, etc.) e navali (basti pensare alle navi di
Nemi), nei vari altri prodotti dell'ingegneria (tubazioni, valvole, rubinetti,
pompe, cuscinetti a sfera, ascensori, etc), nell'agricoltura, nell'itticoltura,
nella medicina, nella geografia (anche attraverso diverse nuove esplorazioni),
nel diritto, nella letteratura, negli spettacoli e nell'arte.
Degli Italiani non è nemmeno il caso di parlare, visto che questi sono tutti
campi in cui la creatività si è mantenuta.
Grandi cuochi di grande cucina
Il gusto dei Romani per i buoni cibi e per le ricette elaborate è molto antico,
tanto che abbiamo anche dei frammenti di Ennio che ne parlano. Egualmente
importante fu per i Romani la selezione dei vini migliori e la particolare cura
di quelli più pregiati, come il celeberrimo Falerno. In epoca imperiale, con
l'aumentare del benessere aumentò ulteriormente la ricerca delle prelibatezze
più succulente, di cui ci sono pervenute celebri descrizioni. Da una tale
passione per le ricette di alta cucina dell'epoca antica è evidentemente
derivata la radicata nostra abitudine alla qualità del cibo e dei vini.
Per la seconda categoria di caratteri, quelli che hanno dei possibili risvolti
negativi, direi che li abbiamo anch'essi ereditati tutti dai Romani, ma li
abbiamo in parte accentuati proprio per effetto del retaggio di Roma.
Esaminiamoli uno per uno.
Individualisti.
Nella concezione romana della società, il principale attore era l'uomo, ovvero
l'individuo, e mai le grandi masse. Anche nella politica romana, le famose lotte
fra il partito "popolare" e quello aristocratico non era una contesa per dare
più potere al popolo nella sua globalità (ovvero come massa), ma per
assicurare che dei membri della plebe potessero assurgere individualmente a
quelle cariche che erano state per molto tempo prerogativa dei senatori o dei
cavalieri. Dopo i Gracchi, i massimi esponenti dei cosiddetti popolari furono
Mario e Cinna, seguiti poi da Cesare ed infine da Ottaviano. Tutte persone che
hanno ricercato il potere per sé stessi e per i propri sostenitori, sia pure
con la dichiarata volontà di andare incontro alle esigenze del popolo
calpestate dalle prevaricazioni della classe senatoria.
I Romani erano dunque degli individualisti. Alcuni di essi non esitarono nemmeno
a mettersi in contrasto perfino con la propria Patria quando si sentirono offesi
nella propria onorabilità individuale: i casi più clamorosi sono quelli di
Coriolano, rifugiatosi presso i Volsci, Mario, in Africa, e Sertorio, in Spagna.
Umili (aperti ad imparare).
Qui si può vedere, da un lato, un altro aspetto di quel pragmatismo di cui si
è già parlato, e dall'altro una curiosità intellettuale tale, da attribuire
maggiore importanza all'informazione ricercata rispetto alla dubbia
soddisfazione non doversi mostrare bisognoso di spiegazioni. In effetti i Romani
non avevano alcuna difficoltà a richiedere l'insegnamento altrui quando questo
risultava più produttivo. Se riuscivano ad acquisire sufficienti informazioni
per poter fare le cose in proprio e possibilmente migliorarle, lo facevano.
Altrimenti continuavano a servirsi di insegnanti non Romani. Questo fece la
fortuna dei Greci, che sapevano "vendere" bene le proprie conoscenze teoriche.
Nel caso dei Romani, tuttavia, non mi sembra del tutto appropriato parlare di
umiltà, poiché questo non era un atteggiamento da essi concepibile. Forse per
essi si trattava piuttosto di indifferenza.
Negli Italiani vi è certamente la stessa apertura ad imparare. Non so se
potremmo definirla davvero umiltà (che ha un sapore di remissività e di
subordinazione) o di semplice realismo e mancanza di spocchia.
Unici, diversi da tutti
I Romani lo erano per mentalità. Non si trattava ovviamente né di luogo
d'origine, né di etnia, né di filosofia o religione. Chiunque, da qualsiasi
parte provenisse, quando diventava romano assumeva quella mentalità. Questa
mentalità era fondamentalmente universalista: il Romano si sentiva innanzi
tutto cittadino del mondo, anche se privilegiava Roma e l'Italia ed avrebbe dato
la vita per esse.
L'Italia, in effetti ebbe fin dall'inizio uno status particolare. Non venne mai
considerata una "provincia" di Roma, ma una sorta di estensione dell'area di
residenza dei Romani o delle loro gite fuori porta, come diremmo oggi. Questo
comportò molto presto (per effetto della guerra Sociale) l'estensione della
cittadinanza romana all'intera Penisola. Nel periodo dell'Impero, la distinzione
fra Romani ed Italici finì per scomparire.
Dopo la caduta dell'Impero d'Occidente, il relativo territorio divenne preda di
vari regni barbarici. Mentre questi regni, lottando fra di loro, iniziarono ad
esaltare gli egoismi "nazionali" ed a forgiare in tal modo i primi abbozzi delle
identità delle future nazioni europee, gli Italiani rimasero refrattari a tale
processo, permanendo influenzati da quell'universalismo che li rendeva
indifferenti al colore delle bandiere che transitavano sul loro territorio.
Questo atteggiamento di fondo è rimasto in gran parte presente in tutti i
secoli di dominazione straniera, ma non è stato nemmeno rimosso dopo l'unità
d'Italia. Nonostante il patriottismo, certamente molto forte soprattutto nel
periodo risorgimentale, quel radicato universalismo costituisce pur sempre la
base della nostra mentalità. Questa unicità non è certamente un demerito, ma
rappresenterà pur sempre una pericolosa vulnerabilità fintanto che negli altri
paesi europei permarranno forti gli egoismi nazional
i.
Cordialmente,
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Domenico Carro
www.romaeterna.org
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Questo è il secondo invio del messaggio, dopo averlo depurato dei troppi refusi
editoriali rimasti in quello inviato alle 2.42 della scorsa notte.