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Nuovo numero di "Arthos"   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #481 di 1805 |
Religione e diritto pubblico in Roma antica<era: Nuovo numero di "Arthos">

--- domenico@... ha scritto:
Nessun disguido. E' solo che siamo talmente presi
d'assalto dallo
"spamming", in continua crescita, che si finisce per
diventare paranoici.
Nel caso specifico, non avendo trovato alcun titolo
esplicitamente riferito
all'antica Roma, mi era parso opportuno chiarire
subito la cosa.
Ora, visto che questa rivista (che personalmente non
conoscevo) è diretta
da Renato del Ponte, di cui abbiamo parlato pochi
giorni fa, ed ha
un'attenzione particolare per l'antica Roma, la
comunicazione di sommari
che contengano articoli di nostro interesse sarà
sempre pertinente e gradita.
Per quanto concerne questo primo sommario che ci è
pervenuto, lo lascerò
comunque in archivio, a titolo di prima presentazione
di questa rivista.

Cordialmente,


~~~~~~~~~~~~~~~~~~
Domenico Carro
www.romaeterna.org
~~~~~~~~~~~~~~~~~~


Per correttezza non posso inviarVi qualche riga di
argomento romano di questo numero di "Arthos" prima
che sia in circolazione quindi spero di fare cosa
gradita inviando una mia recensione apparsa nel numero
precedente.

Vale,
Mario Enzo Migliori




FRANCESCO SINI, Sua cuique civitati religio.
Religione e diritto pubblico in Roma antica,
Giappichelli Torino 2001, pp. 356. Euro 30,99.

Ci sono autori del cosiddetto mondo accademico le cui
opere i lettori della nostra rivista sarebbe bene che
conoscessero ed i cui libri non dovrebbero mancare
nelle biblioteche dei cultori della tradizione romana,
uno di questi è senz’altro Francesco Sini. Autore del
quale ci piace, tra gli altri, ricordare Documenti
sacerdotali di Roma antica (Dessì, Sassari 1983, pp.
234) e Bellum nefandum. Virgilio e il problema del
‘diritto internazionale antico (Dessì, Sassari 1991,
pp. 304). Sini(1), professore ordinario di Storia del
diritto romano nella facoltà di Giurisprudenza
dell’Università di Sassari, benché sia uno specialista
non è chiuso nel suo particolare né un arido citatore
di “testi” ma, profondo conoscitore anche di autori
come il comparatista Dumézil e storici delle religioni
come Sabbatucci, Piccaluga e Montanari, riesce a
vivificare la religione romana di propria luce tramite
i documenti.
Nel presente volume Sini raccoglie cinque dei suoi
lavori più recenti - alcuni dei quali avevamo avuto il
piacere di poter leggere come estratti dagli Atti dei
relativi Seminari e che speravamo potessero avere un
maggiore pubblico - dedicate a problematiche
significative della religione romana e del diritto
pubblico di Roma.
Già nel titolo, citando Cicerone (Pro Flacco 28),
l’Autore ha voluto ricordare che “il solo principio
religioso accettato e rispettato dai Romani, e dalla
maggior parte delle altre organizzazioni politiche del
mondo antico, era il principio politeistico e
multireligioso: sua cuique civitati religio, Laeli,
est nostra nobis” (p. 4).
“Per comprendere appieno la religione politeista
romana, risultano del tutto inadeguati – afferma
giustamente il Sini e non possiamo che sottoscrivere –
concetti moderni come “ostilità naturale”, “libertà
individuale”, “isolamento”, “laicizzazione”; né appare
metodologicamente corretto assumere a parametri
d’indagine categorie quali “tolleranza” o
“intolleran-za”, sebbene la dottrina più recente
sostenga, quasi all’unanimità, la tesi che la
religione romana sia stata nel complesso una religione
tollerante. Era piuttosto la concezione teologica (e
giuridica) di pax deorum a garantire di fatto la
“libertà religiosa”: dovendosi salvaguardare il
diritto di ciascun Dio ad avere il proprio culto, si
legittimava contestualmente il diritto del singolo di
adorare la divinità secondo la propria coscienza e
nelle forme che a lui sembravano necessarie. Grazie a
questa peculiare concezione della pax deorum, la
religione politeista romana fu in grado di far
coesistere nel suo ambito sia le esigenze cultuali
particolaristiche del popolo romano (cioè, legate a
tempi e luoghi determinati), sia le tensioni
universalistiche della teologia sacerdotale e dello
ius divinum” (pp. XI-XII).
Il primo capitolo è dedicato ad universalismo e
“tolleranza” nella religione romana: del resto il
rispetto per gli Dèi di tutti i popoli del mondo era
considerato una caratteristica peculiare della
religione e dell’Impero romani. Non a caso “teologia e
ius divinum spiegavano che la volontà degli dèi aveva
concorso alla fondazione dell’Urbs Roma; ne aveva
sostenuto la prodigiosa e costante “crescita” (….)
infine, presiedeva all’incomparabile fortuna
dell’imperium populi Romani e garantiva la sua
estensione sine fine (pp. 7-8).
Tuttavia la tolleranza romana aveva un limite
invalicabile nelle superstitiones: “Era superstitio
ogni religione che implicasse un timore eccessivo
degli dèi, particolarmente pericolosa poi se il culto
suscitava forti emozioni (morbus animi) e se i fedeli
si riunivano in privato o di notte” (pp. 60-61).
L’attendibilità e la rilevanza della tradizione
documentaria degli archivi dei grandi collegi
sacerdotali romani che costituiscono il nucleo più
risalente e affidabile della storiografia latina, sono
discusse nel secondo capitolo, dove sono ricordati i
sacerdoti che “con prassi documentaristica costante e
minuziosa registravano gli atti significativi del loro
operare quotidiano, procedevano nel contempo
all’aggiornamento linguistico dei testi riguardanti
regole rituali e forme di culto. Così, di generazione
in generazione, si vennero accumulando negli archivi
sacerdotali numerosi documenti – per la maggior parte
costituiti da decreta e responsa – che attraverso
revisioni e sistemazioni periodiche pervennero
sostanzialmente integri ai sacerdoti-giuristi e agli
antiquari degli ultimi due secoli dell’età
repubblicana” (pp. 82-83).
L’importanza delle formule religiose nel mondo romano
può essere riassunta con quanto è affermato del carmen
Arvale(2): “Questo vetustissimo carmen, l’unico che,
per una fortunata combinazione, siamo in grado di
leggere in forma assai vicina a quella originaria,
conferma l’antichità dell’impiego della scrittura a
scopo rituale da parte dei sacerdoti romani;
testimonia inoltre la persistenza tenace delle forme
arcaiche, sia nelle pratiche cultuali, sia nel
linguaggio religioso. La religione romana
tradizionale, nel corso della sua storia secolare, ha
sempre condizionato la validità di un rito, o
l’efficacia di una formula, all’esatta pronuncia delle
parole solenni, al preciso compimento degli atti
prescritti. I sacerdoti, a differenza di antiquari e
annalisti, in genere rifuggivano dall’attualizzare gli
antichi documenti giuridico-religiosi nella forma
linguistica; anche col rischio di non comprendere,
come è stato già detto, gli antichissimi carmina che
recitavano per i propri culti” (pp. 121-122).
E proprio agli aspetti giuridici ed alle problematiche
rituali della religione romana nonché alle
interpretationes sacerdotali è dedicato il terzo
capitolo. L’Autore parte dall’ultima codifica contro
“de paganis sacrificiis et templis” promulgata da
Giustiniano nel 534 dell’e. v. per affermare che “si
tratta, a ben vedere, di una attestazione
autorevolissima, quanto involontaria, della
sotterranea e tenace resistenza di sentimenti
religiosi popolari, che avevano bisogno per esprimersi
delle pratiche cultuali elaborate dall’antica
religione politeista romana” (p. 160).
Questo, come il successivo quarto capitolo dedicato
alla negazione di frase, che caratterizza in maniera
tipica il linguaggio precettivo dei sacerdoti romani,
sono talmente ricchi di materiale raccolto ed
esaminato con la sua consueta abilità da Sini, che
farne una cernita ci sembrava riduttivo, ma ne
caldeggiamo la lettura diretta.
Forse di contenuto più specialistico, ma di non meno
utile lettura, è il quinto capitolo dedicato allo
studio di alcune interpretazioni degli antichi
giureconsulti romani intorno all’inviolabilità dei
tribuni e degli edili della plebe; tema assai
controverso e, tuttavia, cruciale per la comprensione
della “divisione dei poteri” nel sistema
giuridico-religioso romano.
L’Autore, nella prefazione, è conscio di aver raccolto
saggi che “risultano assai diversi per tempi di
elaborazione e per occasioni di ricerca” (p. XVI); in
qualche caso sono stati trattati i medesimi argomenti,
ma mai come adesso troviamo giusto affermare: repetita
iuvant. Senz’altro i risultati conseguiti hanno
trasceso le esigenze contingenti che avevano
determinato quelle occasioni di ricerca.


MARIO ENZO MIGLIORI



(1) Per una completa biblio-biografia vedi in
internet al seguente indirizzo:
http://www.dirittoestoria.it/redazione/sini.htm

(2) Su i fratelli Arvali vedi IDA PALADINO, Fratres
Arvales. Storia di un collegio sacerdotale romano,
“L’Erma” di Bretschneider, Roma 1988, cfr. anche
RENATO DEL PONTE, «e nos Lases iuuate». I Lari nel
sistema spazio-temporale romano, relazione presentata
al XXII Seminario Internazionale di Studi Storici “Da
Roma alla terza Roma” (Campidoglio, 21-23 Aprile
2002), pubblicata nel presente numero di “Arthos”.


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Sab 13 Mar 2004 3:33 pm

nhmem
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Inoltra Messaggio #481 di 1805 |
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E' in corso di stampa il nuovo numero di "Arthos". Ecco il sommario: ARTHOS Quaderni annuali di cultura e testimonianza tradizionale NUOVA SERIE - ANNO VII -...
Mario Enzo Migliori
nhmem
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12 Mar 2004
4:33 pm

... C'è qualche relazione con Roma antica? Qualora ci fosse, sarebbe bene indicarla espressamente. In caso contrario, si tratterebbe di un messaggio perlomeno...
domenico@...
romaeternaorg
Offline Invia email
12 Mar 2004
4:57 pm

... C'è qualche relazione con Roma antica? Qualora ci fosse, sarebbe bene indicarla espressamente. In caso contrario, si tratterebbe di un messaggio perlomeno...
Mario Enzo Migliori
nhmem
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12 Mar 2004
5:28 pm

... Nessun disguido. E' solo che siamo talmente presi d'assalto dallo "spamming", in continua crescita, che si finisce per diventare paranoici. Nel caso...
domenico@...
romaeternaorg
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12 Mar 2004
6:15 pm

... Nessun disguido. E' solo che siamo talmente presi d'assalto dallo "spamming", in continua crescita, che si finisce per diventare paranoici. Nel caso...
Mario Enzo Migliori
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13 Mar 2004
3:33 pm
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