Messaggio inoltrato da "M'Con.Serapio" <mcserapio@...>
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>Date: Thu, 2 Dec 2004 17:37:28 -0800 (PST)
>Subject: [NR_Italia] TORINO: Che bel giro in quel papiro.
>
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>TORINO: Che bel giro in quel papiro.
>
> “Questo reperto consente di scrivere pagine nuove nel
>campo della letteratura greca, della cartografia e
>della storia dell’arte classica”.
>Il papiro figurato cosiddetto di Artemidoro è già
>conosciuto dagli specialisti, ma ha avuto anche una
>certa notorietà al di fuori della cerchia di
>papirologi ed egittologi. Dopo la pubblicazione nel
>1999 di un articolo firmato da Barbel Kramer
>dell’Università di Treviri e da me sulla rivista
>tedesca “Archiv fur Papyrusforschung”, la più antica e
>prestigiosa del settore, l’importanza del papiro è
>stata confermata dall’interesse della stampa italiana
>e internazionale.
>
>Intorno al papiro si è fatto un clamore che nessun
>specialista ricordava, paragonabile soltanto alla
>scoperta dei rotoli del Mar Morto mezzo secolo fa. Ed
>è un clamore ampiamente giustificato: il papiro è uno
>di quei pezzi che, ogni quaranta o cinquant’anni,
>segnano una tappa fondamentale nella conoscenza del
>mondo antico. Addirittura, consente di scrivere pagine
>nuove, non in uno, ma in più campi della cultura
>classica: quello della letteratura greca, della
>cartografia e, soprattutto, della storia dell’arte. Ma
>come fa un papiro a contenere tante informazioni e a
>interessare settori così diversi? La risposta è
>semplice: c’è tanto ben di Dio in questo papiro perché
>è stato usato più volte, da persone e per scopi
>diversi. Hanno cominciato a utilizzarlo poco dopo la
>metà del I sec. a.C. (all’epoca di Cleopatra),
>scrivendoci sopra il secondo libro della Geografia di
>Artemidoro, un geografo che visse tra il II e il I
>sec. a.C., nato ad Efeso. Dopo molti viaggi compiuti
>sia nel Mediterraneo sia nella penisola iberica,
>Artemidoro raccolse i risultati dei suoi studi e
>compose una descrizione della Terra in undici libri.
>
>Quest’opera monumentale ebbe moltissima importanza per
>lo studio della geografia alla fine dell’epoca
>ellenistica e poi ancora in epoca romana, e costituì
>la base su cui lavorarono i geografi di epoca
>successiva: Stradone, Plinio, Marciano, lo stesso
>Tolomeo. Purtroppo l’opera è andata perduta e a noi
>sono arrivati soltanto circa quaranta frammenti,
>citazioni brevissime contenute in autori più tardi.
>Adesso il papiro di Artemidoro ci restituisce tutta la
>parte iniziale del II libro, a noi noto da altre fonti
>(Erodiano, Stefano di Bisanzio, Costantino
>Porfinogenito), e quindi a lui attribuito con
>certezza. Il testo conservato fornisce una descrizione
>estremamente dettagliata di tutta la costa meridionale
>e della costa atlantica della penisola iberica,
>compresi insediamenti urbani, fiumi, approdi navali,
>addirittura torri di guardia sul litorale. Un’opera
>come quella di Artemidoro non poteva evidentemente
>essere concepita senza carte geografiche. Lo scriba
>lasciò quindi appositi spazi “in bianco” a
>professionisti per l’inserimento, in una fase
>successiva, delle “illustrazioni”. La prima carta è
>dedicata alla parte meridionale e centrale della
>penisola iberica, con strade, stazioni di sosta e
>ovviamente le città indicate con vignette riproducenti
>gli agglomerati di edifici. Si tratta della più antica
>carta geografica che ci sia arrivata dal mondo
>classico, da cui ha origine una tradizione che perdura
>per secoli, fino al mosaico di Madama in Giordania (V
>sec. d.C.). Non è la più antica carta geografica in
>assoluto, ma gli altri esemplari esistenti (tavolette
>babilonesi del II millennio a.C. e il famoso papiro
>della fine del II millennio a.C. sulle miniere d’oro
>del Wadi Al Mammat, al Museo Egizio di Torino) non
>hanno niente a che vedere con il mondo classico e con
>la tradizione greca e latina da cui discende tutta la
>nostra cultura cartografica. Il papiro è stato
>conservato integro nella sua lunghezza (ora misura due
>metri e cinquanta per circa 32 centimetri di altezza)
>e riutilizzato sul verso per realizzarvi una
>quarantina di immagini di animali di tutti i tipi e di
>tutte le taglie, risalenti alla fine del I sec. a.C.,
>l’epoca di Augusto: sono rappresentati animali
>esistenti come la tigre, la lince, la foca,
>l’elefante, la giraffa, oppure mitici, come il
>grifone, un serpente crestato, due mostri che lottano
>insieme e un pesce spada con le zampe. Si tratta di un
>“cahier d’artiste” che è in realtà una raccolta di
>modelli o di campioni di cui l’autore si serviva a
>seconda delle sue esigenze: un caso unico nel suo
>genere giunto dal mondo classico.
>
>Neppure chiusa questa fase il papiro viene buttato
>via, ma conservato nell’atelier e utilizzato per la
>terza volta: dopo il libro di geografia e il “cahier
>d’artiste” era rimasto ancoro molto spazio vuoto. Lo
>stesso titolare e alcuni componenti l’atelier ne
>approfittarono per farci i loro esercizi, copiando
>parti di statue. Nello specifico, troviamo le copie di
>due teste di sculture e una serie di teste, di piedi e
>di mani, di fronte e di profilo. Questi sono pressoché
>gli unici esercizi di disegno “professionale”, che ci
>sono arrivati dal mondo classico. Il papiro, entrato
>in una collezione egiziana all’inizio del Novecento, è
>poi arrivato in Europa dove, nel 1999, è stato
>finalmente reso noto. Attualmente è al laboratorio di
>Papirologia dell’Università di Milano dove stiamo
>ultimando i restauri, prima di procedere alla
>riproduzione digitale ad altissima definizione, sia a
>colori sia all’infrarosso. Nel frattempo Salvatore
>Settis, la professoressa Kramer e io continueremo le
>nostre ricerche sul papiro in vista di un’apposita
>pubblicazione, che mi auguro sarà pronta a fine 2005.
>
>Claudio Gallazzi
>
>Settis: L’antico in tempo reale.
>Il papiro di Artemidoro acquistato dalla Fondazione
>per l’Arte della Compagnia di San Paolo, e concesso in
>comodato gratuito alla neonata Fondazione “Museo delle
>Antichità Egizie di Torino”, è un “robot” utilizzato
>da diversi soggetti in tempi successivi, a partire dal
>I sec. a.C. La presenza sul recto e sul verso del
>rotolo (oggi in frammenti, ma lungo complessivamente
>due metri e mezzo, e alto fino a 32,50 cm.), di un
>testo scritto in caratteri greci (parte del II libro
>di Artemidoro tratto dalla sua Geografia), e
>dell’abbozzo di una carta geografica e, infine, di
>disegni di animali, reali e fantastici, e i successivi
>schizzi di teste e parti di statue, rendono il reperto
>una fonte straordinaria per gli studi futuri,
>consentendo di scrivere pagine nuove in settori
>diversi della cultura classica, tra loro non sempre
>direttamente comunicanti, come la letteratura, la
>topografia e la storia dell’arte. Salvatore Settis,
>protagonista insieme al papirologo Claudio Gallazzi
>alla presentazione del 6 ottobre a Torino del “papiro
>di Artemidoro”, ne ha confermato l’importanza
>sottolineando come “solo raramente le scoperte
>papirologiche abbiano un qualche significato per la
>storia dell’arte. Questo ritrovamento costituisce un
>exploit straordinario: oltre a consentirci di leggere
>Artemidoro per la prima volta “dal vero” e a fornirci
>la prima carta geografica di epoca tardo-classica, il
>papiro contiene ben due “taccuini d’artista”,
>oltretutto di dimensioni considerevoli”. Soprattutto
>la terza fase, quella dei volti, mani, braccia e piedi
>forse schizzi tratti da sculture e realizzati nel I
>sec. a.C., benché “di qualità inferiore a quella del
>repertorio animalistico”, costituisce “una novità
>assoluta per la storia dell’arte antica, presentando
>un apparato iconografico costituito di “ritratti di
>persone” finora a noi noto solo a partire dal
>Rinascimento”. Il papiro è stato a lungo studiato da
>Salvatore Settis: “Oggi è stato raggiunto l’obiettivo
>a mio parere prioritario: che sia in una collezione
>pubblica perché possa essere studiato e soprattutto
>divulgato”. Quello che oggi vediamo e che attualmente
>è sottoposto a restauro presso il laboratorio di
>papirologia dell’Università di Milano, “è frutto dello
>smontaggio di una maschera funeraria di cartapesta, di
>cui facevano parte anche una ventina di documenti in
>lingua greca del I sec. d.C., il tutto proveniente
>dalla città egiziana di Antaeupolis. Dopo essere
>appartenuto alla collezione di Khashaba Pascià,
>costituita ai primi del ‘900 ad Alessandria e poi
>dispersa tra anni Sessanta e Settanta fino alla sua
>esportazione legale dal paese nel 1972, il papiro
>viene riconosciuto da un collezionista: solo allora si
>realizza lo smontaggio della maschera di cartapesta”.
>Ora tutto questo è a disposizione degli studiosi.
>“Quel che ancora auspico, conclude Salvatore Settis, è
>il ricongiungimento del papiro con il suo unico
>“contesto archeologico”: i venti papiri documentari
>che, ancora in mano privata, forniscono informazioni
>insostituibili su luogo di provenienza e datazione”.
>
>Alessandro Martini
>
>[Fonte: Giornale dell'Arte]
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Domenico Carro
www.romaeterna.org
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