cfr. FAC 23/10/2005 16.23:
> E' on-line il nuovo numero di "Pomerivm", [...]
> Nel VI numero troverete:
> - "L'altare della Pax Romana"
> A pochi mesi dall'apertura ufficiale al pubblico, ripercorriamo
> storia e carettiristiche dell'Ara Pacis.
Salve,
nel complimentarmi ancora una volta per l'elevata qualità della maggior parte
degli articoli pubblicati su "Pomerium", ed in particolare, nel più recente
numero, per l'ottimo articolo sull'Ara Pacis scritto da Milko Anselmi, vorrei
esporre una mia personale obiezione alla supina accettazione di un luogo comune
che considero particolarmente fastidioso: quello secondo cui lo storico Tacito
avrebbe espresso, con la frase "Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant" ("dove
fanno il deserto, quello chiamano pace"), una severa condanna del comportamento
dei Romani nei confronti degli altri popoli.
Quella frase viene addirittura utilizzata abbastanza spesso come una
testimonianza storica talmente attendibile da costituire una inconfutabile prova
a carico dei crimini commessi dai Romani nel perseguimento di odiose ed immorali
finalità di dominazione.
Ora, chi ha avuto la voglia, il tempo e la pazienza di esaminare con attenzione
tutte le vicende dei Romani lungo i secoli della progressiva espansione della
loro area d'influenza e del loro impero, sa benissimo che quel giudizio non
corrisponde in alcun modo con la realtà storica.
Lo stesso Tacito si sarebbe molto stupito dello sfruttamento tendenzioso, in
senso faziosamente antiromano, di una frase che non rispechiava in alcun modo il
suo pensiero.
E già, perché quella non è affatto una considerazione espressa dallo storico
romano, ma una frase che lo stesso storico attribuisce ad un nemico dei Romani.
Si trattava in particolare di un certo Calcago, giovane guerriero di una delle
tribù di Britanni mobilitate contro i Romani. Costui avrebbe pronunciato
un'arringa per fomentare lo sdegno e l'odio di tutti i convenuti, al fine di
indurli a combattere con il massimo vigore contro Agricola.
Subito dopo quel discorso, Tacito passa a riferire anche l'arringa pronunciata
da Agricola ai suoi, in termini ovviamente molto diversi. Era infatti abitudine
degli storici antichi, secondo le buone regole della retorica, inserire in
questi discorsi tutte le argomentazioni che ciascuna delle due parti
contrapposte utilizzava per indurre i rispettivi combattenti ad impegnarsi
contro il nemico.
Mi sembra evidente che far passare per un pensiero di Tacito una frase che lo
storico attribuisce ad un nemico di Roma rappresenti una inaccettabile
distorsione storica. Ma purtropo tutti sono talmente abituati a vedere quella
frase trascritta come una semplice citazione di Tacito, che si finisce per
attribuirle un significato che non ha mai avuto.
Da quell'equivoco alla automatica equiparazione della "Pax Romana" con l'idea di
cieca e brutale sopraffazione, il passo è molto breve. Ma per i Romani la "Pax"
era solo ed esclusivamente la Pace, non solo come la intendiamo noi, ma
addirittura divinizzata e oggetto di culto.
Nel caso specifico dell'Ara Pacis Augustae, poi, non si trattava del generico
concetto astratto della Pace (o della "Pax Romana", espressione che all'epoca
non esisteva nemmeno), ma specificamente della ben più concreta Pace instaurata
da Augusto dopo il termine delle guerre civili e dalla guerra Aziaca, Si trattò
allora di una pace assolutamente autentica, con la cessazione di tutte le
ostilità, cioè di un evento assolutamente eccezionale per l'antichità classica.
Cordialmente,
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Domenico Carro
www.romaeterna.org
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