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Oggetto: [NR_Italia] India e Cina sulle ali di Roma
Data: Tue, 18 Jul 2006 14:30:37 +0200 (CEST)
India e Cina sulle ali di Roma
di SERGIO RINALDI TUFI
LA SCOPERTA di Muziris, porto romano in India ( Il Messaggero , 13 giugno),
ripropone uno scenario inatteso e affascinante, quello cioè della presenza
dell'Urbe al di là dei confini del suo impero, dall'Irlanda e dal Baltico al
deserto libico, ma soprattutto verso Oriente. Era attiva, con varie modalità,
un'ampia rete di rapporti commerciali: quando oggi si parla di "nuovi mercati" a
Est, si deve prendere atto che tanto "nuovi" in realtà non sono.
Nelle comunicazioni con l'India, avevano un ruolo di primo piano proprio le
rotte marine, che dal Mar Rosso si dirigevano verso le coste meridionali
dell'Asia. Fu certo fondamentale per l'attivazione di queste rotte la scoperta
(dovuta a un tale Ippalo, ai tempi di Augusto) del ritmo che regola l'alternanza
dei venti Monsoni. Un mercante anonimo, forse originario dell'Egitto romano,
compilò nel I secolo d.C. il Periplo del Mare Eritreo: non solo lo stesso Mar
Rosso, ma anche il Mare Arabico, il Golfo Persico, l'Oceano Indiano, fino al
Golfo del Bengala. Nel Periplo, si va da Myos Hormos e Berenice - sulla costa
orientale dello stesso Egitto - a Leuke Kome sulla costa arabica, da Apologos
sul delta dell'Eufrate fino a Muziris e a Podouke.
Già, Podouke. Non dimentichiamo che, oltre a Muziris, è noto anche quest'altro
importante approdo: lo individuò fra 1940 e 1950 sulla costa sud-orientale
dell'India il grande archeologo inglese Sir Mortimer Wheeler, nel sito detto
oggi Arikamedu, presso Pondicherry. A un primitivo villaggio di pescatori si
sovrappose, nel I-II secolo d.C., una vera e propria città, con mura, pozzi,
fogne, vasche e inoltre con vasti magazzini, in cui si raccoglievano oggetti
preziosi destinati a Roma, ma anche merci che da Roma provenivano: anfore
vinarie e soprattutto "aretina", un tipo di ceramica molto diffuso fino al 40
circa d.C.
Muziris e Podouke sono dunque realtà notevolissime, ma esistono anche altri tipi
di rinvenimento, come le monete romane d'oro e d'argento scoperte in circa 70
siti (concentrati soprattutto nella punta meridionale dell'India, e anche nello
Sri Lanka) e spesso raggruppate in depositi. In genere forse gli Indiani non
erano interessati all'ammontare valutario, ma al puro valore del metallo: molti
esemplari erano forati per essere reimpiegati in collane o in altri gioielli.
Verso l'India si andava anche per via di terra, sebbene per le carovane non
fosse sempre agevole attraversare le steppe iraniche, controllate prima dai
Parti (eterni nemici di Roma) e poi dai Sasanidi.
Buoni invece i rapporti con l'area corrispondente agli attuali Pakistan e
Afghanistan, da tempo aperta agli influssi provenienti dal mondo classico
(soprattutto a partire dalla marcia verso oriente di Alessandro Magno) e
controllata in età romano-imperiale da una dinastia colta e cosmopolita, quella
dei Kushana. A Taxila (sui confini del Punjab) si è rinvenuta per esempio una
statuetta in bronzo di Arpocrate; a Begram (che dei Kushana fu forse la capitale
estiva) si è rinvenuto addirittura un "tesoro" di oggetti di alto artigianato,
databili al II-III secolo d.C. Magnifici i vetri, fra cui uno con decorazione
dipinta raffigurante la lotta fra Ettore e Achille. E non basta: in un rilievo
oggi perduto era raffigurato un altro tema omerico, il Cavallo di Troia; a
Charsada (Peshawar) si è rinvenuta una scultura ispirata all'Apollo del
Belvedere.
Se si inverte il punto di vista, in Italia e nell'impero romano l'evidenza delle
realtà indiane appare invece meno vistosa, anche se è da ricordare a Pompei una
statuetta d'avorio di Lakshmi, dea indiana della prosperità. In compenso le
fonti letterarie forniscono molte informazioni. Plinio lamenta le spese
eccessive per l'importazione nell'Urbe di beni di lusso: da lui e da altri
autori sappiamo di spezie e funghi, perle e avorio, stoffe e pietre trasparenti.
Per quanto riguarda i rapporti fra Roma e la Cina, la situazione è ancor più
complessa ed enigmatica. I ritrovamenti sono sorprendenti ma sporadici: monete
di Marco Aurelio e di Antonino Pio a Oc-Eo sul delta del Mekong; lucerna romana
in bronzo del II secolo d.C. sullo stesso fiume, ma in località P'ong Tuk. Anche
qui, però, le fonti letterarie non mancano: si sa che fin dal I secolo a.C. si
importa a Roma la seta, la cui produzione, concentrata inizialmente a nord dello
Shantung, si diffonde in seguito su vaste aree. Le "vie della seta" attraverso
il continente sono perciò molteplici: gli autori romani dicono che un grosso
centro di smistamento è nella città di Sera, secondo alcuni identificabile con
l'attuale Chang-an, capitale cinese sotto la dinastia degli Han occidentali,
secondo altri con Liang-chou sul Fiume Giallo.
Ma il dato più affascinante sembra quello fornito, nel 5 d.C., da un registro
catastale delle città cinesi: vi si menziona Li-jen, che è il nome con cui in
quei paesi si definisce l'Occidente, e in particolare Roma.
A metà del Novecento un sinologo inglese, Homer Dubs, tenta un'ardita
spiegazione: soldati catturati dopo la sconfitta di Crasso contro i Parti (53
a.C.) sarebbero stati per qualche tempo tenuti prigionieri da quegli "eterni
nemici", per poi passare come mercenari presso un altro impero asiatico:
Hsiung-nu.
Qui infatti, secondo una fonte cinese, sarebbero stati visti militari stranieri
esercitarsi con gli scudi disposti "a squame di pesce", cioè (secondo Dubs)
eseguire la testudo, tipica manovra di assedio con cui i legionari romani
avanzavano disponendo gli scudi stessi, alzati e ravvicinati, a protezione delle
teste. Chissà se Dubs aveva ragione? Sul tema dei Romani in Cina, comunque, è
tornato di recente (in un romanzo che sposta però l'azione al III secolo d.C.)
Valerio Massimo Manfredi: è il suo ennesimo successo, L'Impero dei Draghi.
(fonte: www.ilmessaggero.it)
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Domenico Carro
www.romaeterna.org
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