dal libro di Letizia Lanza,
"diabolica, da oggi a ieri", edizioni supernova
il sito dell'autrice e':
http://digilander.libero.it/letizial
Iside, dunque. Divinità colma d'amore e per amore del
pari dolente – cui sopra tutto si addice il nero,
funebre simbolo di dolore e di lutto: al punto che,
sovente, le sue statue proprio di nero si abbigliano –
e tuttavia, al tempo stesso, inossidabile
sposa-sorella per cui tramite, inaudito portento, il
morto Osiride genera un figlio postumo. Ciò, perché
l'ineffabile dea è capace «di una forza d'amore che
vince le leggi della natura ed è esso stesso la vita.
Iside è antitetica e complementare a Osiride». Nè,
d'altra parte, solo il suo compagno è un grande dio:
lo è anche Oro, suo figlio: e appunto Iside è «madre
di dio», ovvero «archetipo di una gloriosa posterità.
Ma la sua dimensione femminile include qualcosa di
più: essa è anche l'unica dea ad amare il suo sposo
divino di un amore umano, nella dedizione e nel
sacrificio. La loro coppia rappresenta l'ipostasi
perfetta del destino degli uomini, nella polarità
della vita e della morte» (20). Entrambi infatti sono
«innamorati al punto di unirsi nell'oscurità del
grembo materno ancor prima di nascere» (356a): e,
secondo taluni, frutto dell'intempestiva unione nasce
Arueris – chiamato Oro il vecchio dagli Egiziani e
Apollo dai Greci. Quanto a Osiride, esso durante il
suo regno subito «fece mutare agli Egiziani il loro
genere di vita povera e selvatica, li istruì nella
coltivazione dei campi, fissò delle leggi, e insegnò
loro a onorare gli dèi. Poi percorse tutta la terra
d'Egitto e la civilizzò: e non ebbe bisogno di armi,
perché riuscì ad attirare quasi tutti con l'incanto
della persuasione, con la parola unita al canto e a
ogni tipo di musica, tanto che i Greci credettero di
identificarlo con Dioniso» (356b) – il quale, è il
caso di ricordarlo, viene anzi tutto adorato come
emblema della fertilità. E questo, tra l'altro, spiega
le frequenti statue di Osiride di tipo antropomorfo e
itifallico – precipui simboli di fecondità e di potere
vitale – non di rado rivestite di abiti color rosso
fiamma, in ossequio alla concezione per cui «il sole
rappresenta la sostanza visibile del bene, che è
essenza puramente intelligibile» (371f).
Iside, vedova affranta – nella più tarda versione del
mito (21) protagonista di molti episodi relativi allo
sposo-fratello: anzi tutto la desolazione per la sua
morte, perfidamente ordita, assieme a un certo numero
di congiurati, da Tifone/Seth. Il quale, misurato di
nascosto il corpo di Osiride, costruisce un'arca delle
sue dimensioni, bellissima e sontuosamente ornata,
quindi la esibisce «nella sala del banchetto. Tutti la
guardarono ammirati e allora Tifone promise, come in
un bel gioco, che l'avrebbe data in dono a quello che
ci stesse dentro sdraiato proprio di misura. Uno dopo
l'altro provarono tutti, ma nessuno ci entrava davvero
esattamente; venne poi il turno di Osiride, e quando
si sdraiò dentro, subito i congiurati si precipitarono
a chiudere il coperchio, lo saldarono all'esterno con
i chiodi e ci versarono sopra piombo fuso. Poi
trasportarono l'arca al fiume, e la abbandonarono alla
corrente perché arrivasse al mare attraverso la bocca
Tanitica (22): per questo gli Egiziani anche adesso
chiamano questa bocca "odiosa" e "abominevole"»
(356c). Venuta a conoscenza del lugubre evento, la
misera sorella «si tagliò una delle sue trecce e
indossò una veste da lutto, là in quel paese che da
allora fino a oggi si chiama Copto» (23). E – precisa
Plutarco – «alcuni ritengono che questo nome
significhi "privazione", perché presso gli Egiziani il
nostro verbo "privare" si dice koptein» (24). Quanto a
Iside, da quel giorno «vagabondò senza meta, senza
saper dove cercare, chiedendo notizie a tutti quelli
che incontrava» (356d-e). Venne poi fortunosamente
informata che la bara, sospinta fuori dal mare nei
pressi della fenicia Byblo, «con l'aiuto delle onde
era dolcemente approdata in un prato di erica» (357a):
ma soltanto dopo una serie di vicissitudini riuscì a
caricarla su una nave; poi, giunta in un posto
isolato, la aprì, «abbandonò il suo viso su quello di
Osiride e si mise a baciarlo, piangendo» (357d);
quindi depose la preziosa arca in un luogo «fuori
mano. Ma Tifone, mentre andava a caccia di notte, la
scoprì per caso, illuminata dalla luna; riconosciuto
il corpo di Osiride, lo fece in quattordici pezzi e lo
disperse» (25). Ed ecco nuovamente Iside alla
disperata ricerca, traversando le paludi su una
zattera di papiro e costruendo una tomba per ogni
pezzo che riusciva a trovare; non ritrovò tuttavia il
membro virile, «perché era stato gettato per primo nel
fiume (26), e lì l'avevano mangiato il lepidoto, il
fagro e l'ossirinco, proprio quei pesci, cioè, tanto
aborriti dagli Egiziani. Al posto del vero membro,
Iside ne fece uno finto, e rese sacro il fallo, a cui
anche ora gli Egiziani dedicano molte feste» (358a; b)
(27). Infine la dea «si unì a Osiride anche dopo la
sua morte, e partorì un figlio prematuro e rachitico
negli arti inferiori, Arpocrate» (358c; e) – come
viene denominato Oro ancora fanciullo, raffigurato
talvolta in grembo alla madre, o stante nudo con una
treccia laterale e il dito sulla bocca, ovvero, in
epoca greco-romana, assumendo l'aspetto di un Eros
ricciuto, talora anche con attributi di Eracle e di
Dioniso, con molte varianti (28).
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