SCIENZA / SCIENZA ERETICA: - Archeologia proibita - R.S. a
cura di
Anna Ermanni
Questo testo trae ispirazione da quanto riportano le
antiche fonti sanscrite dell'India, generalmente indicate
come "Veda" o "letteratura
vedica". Fra gli scritti vedici tradizionali abbiamo i
"Purana" o "storie", che raccontano della nascita e dello
sviluppo della vita e della
civiltà umana sul nostro pianeta in un ciclico corso e
ricorso di centinaia di milioni di anni. L'unità base di
tali cicli epocali è
chiamata "il Giorno di Brahma", dal nome della omonima
divinità indù, la cui durata è 4,3 miliardi di anni. Il
"Giorno di Brahma" è seguito da una
"Notte di Brahma", che dura altrettanto. Alla Notte segue
un Giorno, in una successione senza fine. Durante il
Giorno la vita, inclusa quella
umana, si manifesta nell'universo, ma ciò non avviene
durante la Notte.
In base agli antichi calendari sanscriti, oggi dovremmo
trovarci da circa 2 miliardi di anni nell'attuale Giorno di
Brahma. L'archeologia vedica si
attenderebbe dunque di trovare tracce di vita umana già
circa 2 miliardi di anni fa. Il perché è presto detto. Le
storie dei Veda ci parlano anche
di uomini-scimmia. L'idea di uomini-scimmia non è dunque
stata inventata dagli scienziati europei del XIX secolo,
dal momento che già migliaia di
anni fa i saggi che redassero i Veda ne fecero specifica
menzione. Però secondo loro con questi esseri coesistevano
anche uomini come noi e dunque
l'uomo non discenderebbe dalla scimmia, bensì avrebbe
convissuto con tali creature addirittura per centinaia di
milioni di anni. I concetti sulla
evoluzione e la storia umana di cui sopra sono in ogni
caso necessariamente diversi da quelli che abbiamo ricevuto
da Charles Darwin e
dai suoi moderni seguaci.
Il Darwinismo è tuttora in auge nell'ambito della scienza
moderna, ma oggi le critiche non mancano, quantunque tale
teoria suoni estremamente
convincente. I Darwinisti ritengono che la vita abbia
avuto inizio su questo pianeta circa 2 miliardi di anni fa,
data indiscussa considerata la più remota per l'apparizione
delle sue prime forme sulla Terra. Tali indizi si
riferiscono ai fossili di piccole creature unicellulari,
sul tipo delle odierne alghe. La loro età corrisponde,
sorprendentemente, proprio all'inizio dell'attuale "Giorno
di Brahma". I Darwinisti sostengono altresì che le prime
scimmie si manifestarono circa 40 milioni di anni fa, i
primi uomini-scimmia fra i 5 e i 6 milioni di anni fa, e i
primi esseri umani simili a noi circa 100.000 anni fa;
inoltre affermano che le scoperte di varie prove fisiche a
supporto di ciò finora registrate dagli scienziati
confermano totalmente tali ipotesi. In realtà, quando con
Richard Thompson ho deciso di affrontare una analisi
approfondita di tutti i riscontri a livello paleontologico
ed archeologico relativi all'intero vasto lasso di tempo
degli ultimi due miliardi di anni, è emerso che, nonostante
l'opinione attualmente dominante, l'apparente presenza
umana si manifesta ben al di fuori degli schemi indicati
dal Darwinismo.
Di tutto ciò ci siamo occupati, con tutte le fonti e
documentazioni relative, nel nostro corposo best-seller
internazionale, tradotto in varie
lingue, "Forbidden Archaeology: the hidden history of the
human race"
(Trad. it. parziale: Archeologia proibita: la storia
segreta della razza umana, Gruppo Edit. Futura, Milano
1998) e nel successivo volume "Forbidden Archaeology's
impact". A questo punto ci si chiederà per quale ragione,
se i dati da noi raccolti e divulgati mostrano quanto
detto, non se ne senta allora parlare. La ragione di ciò è
dovuta ad un inevitabile e pressoché naturale processo di
"filtraggio della conoscenza" da parte del moderno mondo
scientifico, ieri come oggi. In altri termini, è come se il
mondo accademico, da sempre e per definizione istituzionale
e conservatore, costituisse un vero e proprio "filtro" per
le idee e le scoperte scientifiche nuove. Nella misura in
cui si conformi a tale "filtro", che risulta
necessariamente e "fisiologicamente" formato da concetti
"fissi" e "tradizionali", qualsiasi nuovo elemento è
destinato a
"passare" con maggiore o minore rapidità senza eccessivi
problemi, e verrà così facilmente inserito in libri di
testo, discusso dagli scienziati ed esibito nei musei. Ma
se un dato non si adatta al "filtro" con tutto il suo
contesto di idee fisse, esso verrà allora per forza di cose
contrastato, rigettato, dimenticato, ignorato e magari
perfino soppresso a bella posta. E non lo vedrete mai
menzionato in testi accademici, oggetto di conferenze o
dibattiti a livello scientifico e tanto meno inserito nel
patrimonio museale (anche se potrebbe rimanervi sepolto e
ignorato nei magazzini con i tanti "pezzi" non destinati ad
essere esibiti in quanto dichiarati "di minore importanza"
e di cui nessuno sa né saprà così mai nulla).
In campo archeologico, tale particolare processo di
"filtraggio della conoscenza" sta andando avanti in questi
termini da almeno 150 anni, come anche solo pochi esempi
varranno a dimostrare. Alcuni risalgono all'archeologia di
ieri, altri a quella di oggi. Un caso che merita di essere
ricordato risale al XIX secolo, e precisamente alla famosa
"corsa all'oro" che richiamò in California gente in cerca
di fortuna da tutto il mondo. Per estrarre l'oro, i
minatori scavavano gallerie nelle pendici delle montagne,
penetrando nella viva roccia. Ma veniamo a Table Mountain,
nella regione delle miniere d'oro della California. Qui i
cercatori d'oro, scavando a centinaia di metri di
profondità, si imbatterono in numerosi scheletri umani
antichi non dissimili dai nostri, e non certo in resti di
uomini-scimmia. Così pure furono trovati strumenti ed armi
di pietra a centinaia, in diverse zone dello stesso sito.
Fra di essi un pesto ed un mortaio, non molto diversi da
quelli oggi noti. Solo che c'era un problema. Entrambi gli
oggetti furono trovati in strati rocciosi corrispondenti
alla parte inferiore del periodo geologico chiamato Eocene,
proprio di 50 milioni di anni fa. Un archeologo che
accettasse le concezioni vediche non sarebbe affatto
sorpreso di rilevare tracce umane in quell'epoca,
naturalmente, in quanto si attenderebbe di trovarne ben
prima, fino forse a circa 2 miliardi di anni or sono. Ma
per un normale archeologo tutto ciò è contraddittorio e
inconcepibile, riferendosi ciò ad un'epoca anteriore alla
comparsa delle scimmie e dei primi antropoidi.
Le scoperte sopra ricordate nelle miniere d'oro della
California furono segnalate al mondo scientifico dal Dr. J.
D. Whitney, un geologo statale
californiano. Egli scrisse un documentatissimo e corposo
volume su tali scoperte, che fu anche pubblicato
dall'Università americana di Harvard nel
1880. Ciò nonostante nessuno parla più oggi di quei dati,
in conseguenza del processo di "filtraggio della
conoscenza" di cui abbiamo accennato. Lo
scienziato responsabile di tale "filtraggio" conoscitivo
fu, nel caso specifico, il Dr. William B. Holmes, un
influente antropologo della "Smithsonian Institution" di
Washington, D.C., che al riguardo dichiarò testualmente,
con sorprendente sincerità: "Se il Dr. Whitney avesse
compreso la teoria dell'evoluzione umana come è oggi
accettata, egli avrebbe esitato ad annunciare le sue
conclusioni, a dispetto dell'imponente contesto
testimoniale con cui si è confrontato". In altri termini,
se i fatti non si adattano alla teoria dell'evoluzione
umana indicata da Darwin, essi vanno messi da parte e la
persona che li riferisse o sostenesse va screditata.
Esattamente quello che è avvenuto e tuttora avviene. Ho
anche avuto una mia esperienza personale nel processo di
"filtraggio della conoscenza" in rapporto alle scoperte
nelle miniere
d'oro californiane. Alcuni anni or sono, infatti, operavo
come consulente di un programma televisivo sulle
"Misteriose Origini dell'Uomo" ("The Mysterious Origins of
Man") realizzato dalla NBC, la più popolare rete TV degli
USA, e presentato da un testimonial d'eccezione, il famoso
attore hollywoodiano Charlton Heston.
La maggior parte degli americani considerano le parole di
questo attore-presentatore - inamovibile nell'immaginario
collettivo del pubblico dal ruolo profetico-sacrale proprio
del suo Mosè ne "I Dieci Comandamenti" di Cecil De Mille -
allo stesso livello di quelle che potrebbe indirizzarci Dio
stesso. Durante le riprese del programma, raccomandai ai
produttori di recarsi al Museo di Storia Naturale
dell'Università della California a Berkeley in quanto in
esso si trovavano i manufatti di 50 milioni di anni fa
estratti dalle miniere d'oro californiane. Ma i
responsabili del Museo rifiutarono di concedere il permesso
di filmare tali manufatti. Ciò nonostante, fummo egualmente
in grado di utilizzare ed esibire alcune delle vecchie
fotografie scattate nel XIX secolo. Si ricordi inoltre che
gli scienziati darwinisti americani hanno fatto
pressioni di ogni mezzo sulla NBC perché il programma non
fosse mandato in onda, fortunatamente senza riuscirci. È
significativo che la NBC abbia poi
pubblicizzato la trasmissione rivolgendosi agli americani
con lo slogan: "Guardate il programma che gli scienziati
non vogliono che vediate!".
Adesso consideriamo un caso più recente nella storia
dell'archeologia.
Nel 1979, Mary Leakey trovò dozzine di impronte in una
località dell'Africa Orientale chiamata Laetoli, in
Tanzania. La scienziata dichiarò anche che esse non
potevano essere distinte da quelle lasciate dai piedi di
essere umani odierni, solo che esse si trovavano in strati
costituiti da ceneri vulcaniche solidificate di 3.700.000
anni fa:
un'epoca in cui, secondo le concezioni scientifiche
attuali, uomini in grado di lasciarle non avrebbero dovuto
esistere. Come darne ragione, allora ? Gli scienziati, a
questo punto, si sono limitati ad ipotizzare che 3.700.000
anni fa abbia necessariamente dovuto esistere in Africa "un
qualche tipo di uomo-scimmia con i piedi fatti come i
nostri", e che ciò sia all'origine di tali impronte. La
proposta è interessante, ma è totalmente priva di
qualsivoglia elemento di prova a livello scientifico.
Anche perché gli scienziati hanno già da tempo a
disposizione gli scheletri di un uomo-scimmia vissuto
3.700.000 anni or sono in Africa
Orientale, il cosiddetto "Australopiteco". E la struttura
del piede di un Australopiteco si differenzia nettamente da
quella dell'uomo d'oggi. La
questione venne fuori nel 1999, quando partecipai al
Congresso Archeologico Mondiale di Cape Town, in Sud
Africa. Fra gli oratori figurava anche Ron Clarke, che nel
1998 aveva scoperto uno scheletro praticamente completo di
Australopiteco in località Sterkfontein, in Sud Africa.
Tale scoperta era stata ampiamente pubblicizzata sui media
di tutto il mondo come "il più antico antenato dell'uomo".
L'esemplare era in effetti vecchio di 3.700.000 anni, come
le impronte di Laetoli. Ma c'era un problema. Ron Clarke,
infatti, ricostruì i piedi del
suo Australopiteco di Sterkfontein in termini scimmieschi;
e su questo niente da dire, visto che le ossa delle
estremità inferiori della creatura
erano decisamente scimmieschi. Per esempio, si vede che
l'alluce è molto allungato e proteso lateralmente, sul tipo
del pollice di una mano umana;
ma così pure che anche le altre dita sono decisamente
allungate, di almeno una volta e mezzo in più rispetto al
piede dell'uomo. Pertanto tale piede
non presentava certo caratteristiche umane. Di
conseguenza, dopo che Clarke ebbe presentato la sua
relazione congressuale, alzai la mano e gli
posi direttamente una domanda: "Perché mai la struttura
del piede dell'Australopiteco di Sterkfontein non
corrisponde alle impronte scoperte
da Mary Leakey a Laetoli, che sono contemporanee
(3.700.000 di anni fa) e simili a quelle lasciate dall'uomo
moderno ?" La risposta non era facile.
Ron Clarke sosteneva di avere scoperto il più antico
antenato dell'uomo, eppure esseri apparentemente come noi
andavano in giro in Africa nella
stessa epoca. Sapete come ha risposto ? Egli sostenne che
era stato proprio il "suo" Australopiteco a lasciare in
effetti le impronte di
Laetoli, solo che, per giustificare le caratteristiche di
queste ultime, si doveva allora ritenere che camminando
dovesse spostare l'alluce tutto a
ridosso delle altre quattro dita del piede, con queste
tutte ripiegate su loro stesse: insomma, era un po' come se
un acrobata che volesse procedere
eretto ma reggendosi sugli arti superiori camminasse sui
pugni invece che sulle mani !
Non c'è neanche bisogno di dire che tale spiegazione era ed
è del tutto risibile, e che io risi, infatti. Ma la platea,
composta da una grande maggioranza di archeologi accademici
di impostazione evoluzionista, si guardò bene dal farlo, in
un silenzio totale. Le regole di comportamento
dell'Establishment scientifico dominante sono e restano
ferree. Quando poi gli scienziati finiscono con lo scoprire
"qualcosa che non deve essere scoperto", possono soffrirne
non poco a livello professionale. È il caso
della Dott.sa Virginia Steen-McIntyre, una geologa
americana che conosco personalmente. Nei primi anni
Settanta, alcuni archeologi statunitensi scoprirono alcuni
strumenti ed armi in pietra in località Hueyatlaco, in
Messico. Fra questi reperti figuravano punte di freccia e
di lancia. Era chiaro fin dall'inizio per gli archeologi
che le avevano scoperte che tali armi erano state usate da
uomini come noi, e non certo da uomini-scimmia.
Ma a che epoca risalivano esattamente ? In genere in
questi casi la risposta la danno i geologi, in funzione
degli strati geologici in cui
sono i reperti. Nel caso specifico fu coinvolta Virginia
Steen-McIntyre che, utilizzando i quattro più recenti
metodi di datazione geologica con i
colleghi dello "United States Geological Survey ",
determinò che gli strati in cui si trovavano i reperti
risalivano a 300.000 anni fa ! Quando
il dato fu comunicato al capo degli archeologi, la sua
risposta fu immediata quanto seccata ed incredula:
"Impossibile ! Non esistevano
uomini 300.000 anni or sono in nessun luogo del mondo !".
Quanto al Nord America, le odierne teorie indicano la
comparsa dell'uomo non prima di 30.000 anni a. C., com'è
noto. E allora cosa fecero gli archeologi ? In primis,
rifiutarono di pubblicare la data di 300.000 anni fa. In
secundis, vi sostituirono invece una datazione più
"logica": 20.000 anni or sono. Ciò in quanto un pezzo di
conchiglia rinvenuto a ben 5 chilometri dal sito in cui i
reperti furono rinvenuti aveva fornito una datazione al
Carbonio 14 riferita, appunto, a 20.000 anni fa ! Ma la
Dott.sa Virginia Steen-McIntyre non si dette per vinta,
ribadendo i dati rilevati. Solo che ciò le comportò una
pessima reputazione a livello professionale nonché la
perdita dell'insegnamento universitario, mentre tutte le
possibilità di avanzamento acquisite con la sua precedente
attività presso l' "United States Geological Survey "
furono bloccate. La scienziata ne fu così disgustata che si
ritirò in una cittadina delle Montagne Rocciose, in
Colorado, rimanendo in silenzio per anni. Finché io
non venni a sapere del suo caso e lo menzionai in ,
"Forbidden Archaeology: the hidden history of the human
race", conferendo al suo lavoro l'attenzione che merita. È
anche grazie a ciò che oggi il sito di Hueyatlaco in
Messico viene studiato da archeologi dalla mente più
aperta, e c'è da sperare che le conclusioni della
Steen-McIntyre trovino presto ulteriore conferma.
Ma veniamo all'Italia.
Alla fine del XIX secolo (1880) il geologo Giuseppe
Ragazzoni rinvenne a Castenedolo, nel Bresciano, un cranio
umano anatomicamente moderno, unitamente ai resti
scheletrici di altre quattro persone. Il tutto si trovava
in strati geologici corrispondenti ad un'epoca di 5 milioni
di anni fa, ed era logico che la cosa apparisse
inconcepibile. "Nulla di misterioso" direbbero all'unisono
gli scienziati darwinisti. "Solo qualche migliaio di anni
fa qualcuno morì, e i suoi contemporanei ritennero di
dover scavargli una tomba molto profonda in fondo ala
quale collocarono il corpo che, così inserito in strati di
ben maggiore antichità, sembra oggi appartenere ad un'epoca
che viceversa non gli è propria". Tutto chiaro, dunque ?
Non proprio. Un fatto simile, definito una "sepoltura
intrusiva", può in effetti verificarsi. Ma nel caso
specifico Ragazzoni, un geologo professionista, era ben
consapevole di tale possibilità. "Se si fosse trattato di
una sepoltura - dichiarò - gli strati superiori a quelli in
cui il corpo è stato rinvenuto sarebbero stati anche solo
parzialmente
alterati o comunque disturbati dall'interramento del corpo
in profondità".
E le sue verifiche avevano escluso ciò, a conferma che gli
scheletri risalivano davvero agli strati rocciosi in cui
erano stati rinvenuti, ossia 5 milioni di anni fa.
Spostiamoci adesso in Belgio. All'inizio nel XX secolo il
geologo A. Rutot fece una serie di interessanti scoperte in
quel paese. Egli infatti portò alla luce centinaia di
strumenti ed armi in pietra, estraendoli da strati rocciosi
corrispondenti a 30 milioni di anni fa. Ho sopra detto
della difficoltà invariabilmente manifestatasi qualora si
richieda di vedere oggetti "scomodi" per l'Establishment
accademico in relazione ai ritrovamenti della fine del XIX
secolo in California. Stavolta però a me fu possibile
vedere e anche fotografare i reperti recuperati da Rutot,
durante un giro di conferenze in Olanda e Belgio.
A Bruxelles chiesi infatti ad un mio accompagnatore di
visitare al Museo Reale di Scienze Naturali la collezione
di Rutot e, sebbene i responsabili del museo avessero
negato la sua esistenza, alla fine saltò fuori un
archeologo che sapeva di cosa stavamo parlando e ci indicò
i pezzi in questione. Non c'è neanche bisogno di dire che
però essi non sono visibili al pubblico. Di quanto bisogna
risalire nel tempo per citare casi simili ?
Nel dicembre del 1862, ad esempio, negli Stati Uniti un
giornale scientifico chiamato "The Geologist" riferì della
scoperta di uno scheletro umano completo ed anatomicamente
moderno a 30 metri di profondità nella Macoupin Country, in
Illinois, USA. In base al resoconto scientifico agli atti,
direttamente al di sopra dello scheletro vi era uno strato
roccioso continuo ed inalterato dello spessore di più di un
metro, esteso orizzontalmente in tutte le direzioni per
vari metri tutt'intorno,
Cosa, questa, che esclude necessariamente qualunque
possibilità di una sepoltura intrusiva. Solo che, secondo i
resoconti geologici del caso, gli strati che inglobavano lo
scheletro risalgono a 300 milioni di anni: un dato
totalmente impossibile per l'archeologia ortodossa. 300
milioni di anni fa corrispondono ad un'epoca anteriore alla
comparsa dei dinosauri sulla Terra. Si tenga presente che
tutto quello che abbiamo finora menzionato è stato
effettuato e riscontrato da scienziati professionisti,
ovvero debitamente riportato nella letteratura scientifica
professionale ed accademica.
Ma è altresì logico che se ritrovamenti e scoperte
"controcorrente" del genere hanno riguardato, come abbiamo
visto, non pochi esponenti della scienza ufficiale, è così
pure altrettanto possibile che abbiano spesso coinvolto
anche persone al di fuori dell'ambito scientifico, ovvero
gente comune. E le segnalazioni di costoro, seppur non
riferite da riviste scientifiche, possono in effetti
apparire anche nelle pagine dei giornali di informazione e
di costume e nella stampa popolare. E non per questo
sono meno vere. A livello esemplificativo riferisco un
resoconto giornalistico estratto dal "Morrisonville Times",
un piccolo quotidiano locale edito nella cittadina di
Morrisonville, in Illinois, nel 1892. Esso riferisce di una
donna che stava mettendo dei pezzi di carbone nella sua
stufa "fin de siecle". Uno di tali pezzi si spezzò
improvvisamente in due e dal suo interno emerse una catena
d'oro. Alle due estremità erano rimasti attaccati i due
pezzi del blocco di carbone, a dimostrazione che
la catena era contenuta all'interno del pezzo
successivamente divisosi. In seguito alle indicazioni
fornite dal giornali, siamo riusciti a risalire alla
miniera da cui era stato estratto. E successivi riscontri
effettuati oggi presso il "Geological Survey", dello Stato
dell'Illinois indicarono che il carbone ivi estratto è
vecchio di 300 milioni di anni. Per inciso, la stessa epoca
del sopra citato scheletro umano rinvenuto poco più di
trenta anni prima, sempre in Illinois, nella Macoupin
County.
Se vogliamo tornare alla letteratura strettamente
scientifica, la "Scientific American" riferì nel 1852 di un
bel vaso metallico estratto da un massiccio strato roccioso
di 5 metri di profondità nella zona di Boston. Orbene,
secondo i resoconti geologici attuali l'età della roccia in
quella località è di 500 milioni di anni ! Gli oggetti più
antichi che
ho incontrato nella mia ricerca sono comunque delle sfere
metalliche rinvenute dell'ultimo ventennio dai minatori a
Ottosdalin, nella regione del Transvaal Occidentale, in Sud
Africa. Sono oggetti del diametro variabile da 1 a 2
centimetri e presentano dei curiosi solchi paralleli lungo
il loro "equatore". Le sfere sono state esaminate da
esperti in metallurgia prima di essere filmate per il già
citato programma TV "The Mysterious Origins of Man", e il
loro parere è stato concorde: non esiste
spiegazione per giustificare una formazione naturale dei
solchi e, dunque, le sfere appaiono il prodotto di una
qualche tecnologia intelligente.
Fatto è che provengono da un deposito minerario
geologicamente vecchio di oltre 2 miliardi di anni ! Potrei
continuare a lungo, riferendo a piacere
innumerevoli dati citati nel mio volume "Forbidden
Archaeology: the hidden history of the human race" e nel
suo seguito " volume "Forbidden
Archaeology's impact". Ma a questo punto è meglio
fermarsi.
Vorrei concludere però con un'ultima considerazione. È
stato ossessivamente sostenuto e monotonamente ripetuto dai
Darwinisti che tutte
le prove fisiche raccolte a tutt'oggi sono assolutamente
coerenti con il loro quadro sulle origini dell'Uomo, per il
quale esseri simili a noi sono
apparsi circa 100.000 anni fa, dopo una graduale
evoluzione dalle scimmie antropoidi. Tutto considerato,
oggi si deve invece dire che tale
affermazione va ritenuta del tutto falsa e fuorviante. Per
incredibile che possa sembrare, esistono infatti molteplici
scoperte che suggeriscono inequivocabilmente la presenza di
esseri apparentemente simili a noi in periodi cronologici
compresi fra i 100.000 e i 2 miliardi di anni fa. Il che
non è affatto incoerente con le fonti vediche di cui
abbiamo parlato, con buona pace di un Establishment
scientifico conservatore e miope timoroso di perdere le
certezze sulle quali ha costruito il proprio potere
accademico. Non sarà mai tardi quando gli scienziati della
nostra epoca, dominati da un'arroganza antiscientifica,
comprenderanno che la Tradizione, probabile eredità di
conquiste scientifiche acquisite in un passato senza
ricordo, va considerata con maggiore rispetto ed
attenzione. "Nihil su sole novi", dicevano giustamente i
Latini.
Autore: Michael A. Cremo
cura di
Anna Ermanni
Questo testo trae ispirazione da quanto riportano le
antiche fonti sanscrite dell'India, generalmente indicate
come "Veda" o "letteratura
vedica". Fra gli scritti vedici tradizionali abbiamo i
"Purana" o "storie", che raccontano della nascita e dello
sviluppo della vita e della
civiltà umana sul nostro pianeta in un ciclico corso e
ricorso di centinaia di milioni di anni. L'unità base di
tali cicli epocali è
chiamata "il Giorno di Brahma", dal nome della omonima
divinità indù, la cui durata è 4,3 miliardi di anni. Il
"Giorno di Brahma" è seguito da una
"Notte di Brahma", che dura altrettanto. Alla Notte segue
un Giorno, in una successione senza fine. Durante il
Giorno la vita, inclusa quella
umana, si manifesta nell'universo, ma ciò non avviene
durante la Notte.
In base agli antichi calendari sanscriti, oggi dovremmo
trovarci da circa 2 miliardi di anni nell'attuale Giorno di
Brahma. L'archeologia vedica si
attenderebbe dunque di trovare tracce di vita umana già
circa 2 miliardi di anni fa. Il perché è presto detto. Le
storie dei Veda ci parlano anche
di uomini-scimmia. L'idea di uomini-scimmia non è dunque
stata inventata dagli scienziati europei del XIX secolo,
dal momento che già migliaia di
anni fa i saggi che redassero i Veda ne fecero specifica
menzione. Però secondo loro con questi esseri coesistevano
anche uomini come noi e dunque
l'uomo non discenderebbe dalla scimmia, bensì avrebbe
convissuto con tali creature addirittura per centinaia di
milioni di anni. I concetti sulla
evoluzione e la storia umana di cui sopra sono in ogni
caso necessariamente diversi da quelli che abbiamo ricevuto
da Charles Darwin e
dai suoi moderni seguaci.
Il Darwinismo è tuttora in auge nell'ambito della scienza
moderna, ma oggi le critiche non mancano, quantunque tale
teoria suoni estremamente
convincente. I Darwinisti ritengono che la vita abbia
avuto inizio su questo pianeta circa 2 miliardi di anni fa,
data indiscussa considerata la più remota per l'apparizione
delle sue prime forme sulla Terra. Tali indizi si
riferiscono ai fossili di piccole creature unicellulari,
sul tipo delle odierne alghe. La loro età corrisponde,
sorprendentemente, proprio all'inizio dell'attuale "Giorno
di Brahma". I Darwinisti sostengono altresì che le prime
scimmie si manifestarono circa 40 milioni di anni fa, i
primi uomini-scimmia fra i 5 e i 6 milioni di anni fa, e i
primi esseri umani simili a noi circa 100.000 anni fa;
inoltre affermano che le scoperte di varie prove fisiche a
supporto di ciò finora registrate dagli scienziati
confermano totalmente tali ipotesi. In realtà, quando con
Richard Thompson ho deciso di affrontare una analisi
approfondita di tutti i riscontri a livello paleontologico
ed archeologico relativi all'intero vasto lasso di tempo
degli ultimi due miliardi di anni, è emerso che, nonostante
l'opinione attualmente dominante, l'apparente presenza
umana si manifesta ben al di fuori degli schemi indicati
dal Darwinismo.
Di tutto ciò ci siamo occupati, con tutte le fonti e
documentazioni relative, nel nostro corposo best-seller
internazionale, tradotto in varie
lingue, "Forbidden Archaeology: the hidden history of the
human race"
(Trad. it. parziale: Archeologia proibita: la storia
segreta della razza umana, Gruppo Edit. Futura, Milano
1998) e nel successivo volume "Forbidden Archaeology's
impact". A questo punto ci si chiederà per quale ragione,
se i dati da noi raccolti e divulgati mostrano quanto
detto, non se ne senta allora parlare. La ragione di ciò è
dovuta ad un inevitabile e pressoché naturale processo di
"filtraggio della conoscenza" da parte del moderno mondo
scientifico, ieri come oggi. In altri termini, è come se il
mondo accademico, da sempre e per definizione istituzionale
e conservatore, costituisse un vero e proprio "filtro" per
le idee e le scoperte scientifiche nuove. Nella misura in
cui si conformi a tale "filtro", che risulta
necessariamente e "fisiologicamente" formato da concetti
"fissi" e "tradizionali", qualsiasi nuovo elemento è
destinato a
"passare" con maggiore o minore rapidità senza eccessivi
problemi, e verrà così facilmente inserito in libri di
testo, discusso dagli scienziati ed esibito nei musei. Ma
se un dato non si adatta al "filtro" con tutto il suo
contesto di idee fisse, esso verrà allora per forza di cose
contrastato, rigettato, dimenticato, ignorato e magari
perfino soppresso a bella posta. E non lo vedrete mai
menzionato in testi accademici, oggetto di conferenze o
dibattiti a livello scientifico e tanto meno inserito nel
patrimonio museale (anche se potrebbe rimanervi sepolto e
ignorato nei magazzini con i tanti "pezzi" non destinati ad
essere esibiti in quanto dichiarati "di minore importanza"
e di cui nessuno sa né saprà così mai nulla).
In campo archeologico, tale particolare processo di
"filtraggio della conoscenza" sta andando avanti in questi
termini da almeno 150 anni, come anche solo pochi esempi
varranno a dimostrare. Alcuni risalgono all'archeologia di
ieri, altri a quella di oggi. Un caso che merita di essere
ricordato risale al XIX secolo, e precisamente alla famosa
"corsa all'oro" che richiamò in California gente in cerca
di fortuna da tutto il mondo. Per estrarre l'oro, i
minatori scavavano gallerie nelle pendici delle montagne,
penetrando nella viva roccia. Ma veniamo a Table Mountain,
nella regione delle miniere d'oro della California. Qui i
cercatori d'oro, scavando a centinaia di metri di
profondità, si imbatterono in numerosi scheletri umani
antichi non dissimili dai nostri, e non certo in resti di
uomini-scimmia. Così pure furono trovati strumenti ed armi
di pietra a centinaia, in diverse zone dello stesso sito.
Fra di essi un pesto ed un mortaio, non molto diversi da
quelli oggi noti. Solo che c'era un problema. Entrambi gli
oggetti furono trovati in strati rocciosi corrispondenti
alla parte inferiore del periodo geologico chiamato Eocene,
proprio di 50 milioni di anni fa. Un archeologo che
accettasse le concezioni vediche non sarebbe affatto
sorpreso di rilevare tracce umane in quell'epoca,
naturalmente, in quanto si attenderebbe di trovarne ben
prima, fino forse a circa 2 miliardi di anni or sono. Ma
per un normale archeologo tutto ciò è contraddittorio e
inconcepibile, riferendosi ciò ad un'epoca anteriore alla
comparsa delle scimmie e dei primi antropoidi.
Le scoperte sopra ricordate nelle miniere d'oro della
California furono segnalate al mondo scientifico dal Dr. J.
D. Whitney, un geologo statale
californiano. Egli scrisse un documentatissimo e corposo
volume su tali scoperte, che fu anche pubblicato
dall'Università americana di Harvard nel
1880. Ciò nonostante nessuno parla più oggi di quei dati,
in conseguenza del processo di "filtraggio della
conoscenza" di cui abbiamo accennato. Lo
scienziato responsabile di tale "filtraggio" conoscitivo
fu, nel caso specifico, il Dr. William B. Holmes, un
influente antropologo della "Smithsonian Institution" di
Washington, D.C., che al riguardo dichiarò testualmente,
con sorprendente sincerità: "Se il Dr. Whitney avesse
compreso la teoria dell'evoluzione umana come è oggi
accettata, egli avrebbe esitato ad annunciare le sue
conclusioni, a dispetto dell'imponente contesto
testimoniale con cui si è confrontato". In altri termini,
se i fatti non si adattano alla teoria dell'evoluzione
umana indicata da Darwin, essi vanno messi da parte e la
persona che li riferisse o sostenesse va screditata.
Esattamente quello che è avvenuto e tuttora avviene. Ho
anche avuto una mia esperienza personale nel processo di
"filtraggio della conoscenza" in rapporto alle scoperte
nelle miniere
d'oro californiane. Alcuni anni or sono, infatti, operavo
come consulente di un programma televisivo sulle
"Misteriose Origini dell'Uomo" ("The Mysterious Origins of
Man") realizzato dalla NBC, la più popolare rete TV degli
USA, e presentato da un testimonial d'eccezione, il famoso
attore hollywoodiano Charlton Heston.
La maggior parte degli americani considerano le parole di
questo attore-presentatore - inamovibile nell'immaginario
collettivo del pubblico dal ruolo profetico-sacrale proprio
del suo Mosè ne "I Dieci Comandamenti" di Cecil De Mille -
allo stesso livello di quelle che potrebbe indirizzarci Dio
stesso. Durante le riprese del programma, raccomandai ai
produttori di recarsi al Museo di Storia Naturale
dell'Università della California a Berkeley in quanto in
esso si trovavano i manufatti di 50 milioni di anni fa
estratti dalle miniere d'oro californiane. Ma i
responsabili del Museo rifiutarono di concedere il permesso
di filmare tali manufatti. Ciò nonostante, fummo egualmente
in grado di utilizzare ed esibire alcune delle vecchie
fotografie scattate nel XIX secolo. Si ricordi inoltre che
gli scienziati darwinisti americani hanno fatto
pressioni di ogni mezzo sulla NBC perché il programma non
fosse mandato in onda, fortunatamente senza riuscirci. È
significativo che la NBC abbia poi
pubblicizzato la trasmissione rivolgendosi agli americani
con lo slogan: "Guardate il programma che gli scienziati
non vogliono che vediate!".
Adesso consideriamo un caso più recente nella storia
dell'archeologia.
Nel 1979, Mary Leakey trovò dozzine di impronte in una
località dell'Africa Orientale chiamata Laetoli, in
Tanzania. La scienziata dichiarò anche che esse non
potevano essere distinte da quelle lasciate dai piedi di
essere umani odierni, solo che esse si trovavano in strati
costituiti da ceneri vulcaniche solidificate di 3.700.000
anni fa:
un'epoca in cui, secondo le concezioni scientifiche
attuali, uomini in grado di lasciarle non avrebbero dovuto
esistere. Come darne ragione, allora ? Gli scienziati, a
questo punto, si sono limitati ad ipotizzare che 3.700.000
anni fa abbia necessariamente dovuto esistere in Africa "un
qualche tipo di uomo-scimmia con i piedi fatti come i
nostri", e che ciò sia all'origine di tali impronte. La
proposta è interessante, ma è totalmente priva di
qualsivoglia elemento di prova a livello scientifico.
Anche perché gli scienziati hanno già da tempo a
disposizione gli scheletri di un uomo-scimmia vissuto
3.700.000 anni or sono in Africa
Orientale, il cosiddetto "Australopiteco". E la struttura
del piede di un Australopiteco si differenzia nettamente da
quella dell'uomo d'oggi. La
questione venne fuori nel 1999, quando partecipai al
Congresso Archeologico Mondiale di Cape Town, in Sud
Africa. Fra gli oratori figurava anche Ron Clarke, che nel
1998 aveva scoperto uno scheletro praticamente completo di
Australopiteco in località Sterkfontein, in Sud Africa.
Tale scoperta era stata ampiamente pubblicizzata sui media
di tutto il mondo come "il più antico antenato dell'uomo".
L'esemplare era in effetti vecchio di 3.700.000 anni, come
le impronte di Laetoli. Ma c'era un problema. Ron Clarke,
infatti, ricostruì i piedi del
suo Australopiteco di Sterkfontein in termini scimmieschi;
e su questo niente da dire, visto che le ossa delle
estremità inferiori della creatura
erano decisamente scimmieschi. Per esempio, si vede che
l'alluce è molto allungato e proteso lateralmente, sul tipo
del pollice di una mano umana;
ma così pure che anche le altre dita sono decisamente
allungate, di almeno una volta e mezzo in più rispetto al
piede dell'uomo. Pertanto tale piede
non presentava certo caratteristiche umane. Di
conseguenza, dopo che Clarke ebbe presentato la sua
relazione congressuale, alzai la mano e gli
posi direttamente una domanda: "Perché mai la struttura
del piede dell'Australopiteco di Sterkfontein non
corrisponde alle impronte scoperte
da Mary Leakey a Laetoli, che sono contemporanee
(3.700.000 di anni fa) e simili a quelle lasciate dall'uomo
moderno ?" La risposta non era facile.
Ron Clarke sosteneva di avere scoperto il più antico
antenato dell'uomo, eppure esseri apparentemente come noi
andavano in giro in Africa nella
stessa epoca. Sapete come ha risposto ? Egli sostenne che
era stato proprio il "suo" Australopiteco a lasciare in
effetti le impronte di
Laetoli, solo che, per giustificare le caratteristiche di
queste ultime, si doveva allora ritenere che camminando
dovesse spostare l'alluce tutto a
ridosso delle altre quattro dita del piede, con queste
tutte ripiegate su loro stesse: insomma, era un po' come se
un acrobata che volesse procedere
eretto ma reggendosi sugli arti superiori camminasse sui
pugni invece che sulle mani !
Non c'è neanche bisogno di dire che tale spiegazione era ed
è del tutto risibile, e che io risi, infatti. Ma la platea,
composta da una grande maggioranza di archeologi accademici
di impostazione evoluzionista, si guardò bene dal farlo, in
un silenzio totale. Le regole di comportamento
dell'Establishment scientifico dominante sono e restano
ferree. Quando poi gli scienziati finiscono con lo scoprire
"qualcosa che non deve essere scoperto", possono soffrirne
non poco a livello professionale. È il caso
della Dott.sa Virginia Steen-McIntyre, una geologa
americana che conosco personalmente. Nei primi anni
Settanta, alcuni archeologi statunitensi scoprirono alcuni
strumenti ed armi in pietra in località Hueyatlaco, in
Messico. Fra questi reperti figuravano punte di freccia e
di lancia. Era chiaro fin dall'inizio per gli archeologi
che le avevano scoperte che tali armi erano state usate da
uomini come noi, e non certo da uomini-scimmia.
Ma a che epoca risalivano esattamente ? In genere in
questi casi la risposta la danno i geologi, in funzione
degli strati geologici in cui
sono i reperti. Nel caso specifico fu coinvolta Virginia
Steen-McIntyre che, utilizzando i quattro più recenti
metodi di datazione geologica con i
colleghi dello "United States Geological Survey ",
determinò che gli strati in cui si trovavano i reperti
risalivano a 300.000 anni fa ! Quando
il dato fu comunicato al capo degli archeologi, la sua
risposta fu immediata quanto seccata ed incredula:
"Impossibile ! Non esistevano
uomini 300.000 anni or sono in nessun luogo del mondo !".
Quanto al Nord America, le odierne teorie indicano la
comparsa dell'uomo non prima di 30.000 anni a. C., com'è
noto. E allora cosa fecero gli archeologi ? In primis,
rifiutarono di pubblicare la data di 300.000 anni fa. In
secundis, vi sostituirono invece una datazione più
"logica": 20.000 anni or sono. Ciò in quanto un pezzo di
conchiglia rinvenuto a ben 5 chilometri dal sito in cui i
reperti furono rinvenuti aveva fornito una datazione al
Carbonio 14 riferita, appunto, a 20.000 anni fa ! Ma la
Dott.sa Virginia Steen-McIntyre non si dette per vinta,
ribadendo i dati rilevati. Solo che ciò le comportò una
pessima reputazione a livello professionale nonché la
perdita dell'insegnamento universitario, mentre tutte le
possibilità di avanzamento acquisite con la sua precedente
attività presso l' "United States Geological Survey "
furono bloccate. La scienziata ne fu così disgustata che si
ritirò in una cittadina delle Montagne Rocciose, in
Colorado, rimanendo in silenzio per anni. Finché io
non venni a sapere del suo caso e lo menzionai in ,
"Forbidden Archaeology: the hidden history of the human
race", conferendo al suo lavoro l'attenzione che merita. È
anche grazie a ciò che oggi il sito di Hueyatlaco in
Messico viene studiato da archeologi dalla mente più
aperta, e c'è da sperare che le conclusioni della
Steen-McIntyre trovino presto ulteriore conferma.
Ma veniamo all'Italia.
Alla fine del XIX secolo (1880) il geologo Giuseppe
Ragazzoni rinvenne a Castenedolo, nel Bresciano, un cranio
umano anatomicamente moderno, unitamente ai resti
scheletrici di altre quattro persone. Il tutto si trovava
in strati geologici corrispondenti ad un'epoca di 5 milioni
di anni fa, ed era logico che la cosa apparisse
inconcepibile. "Nulla di misterioso" direbbero all'unisono
gli scienziati darwinisti. "Solo qualche migliaio di anni
fa qualcuno morì, e i suoi contemporanei ritennero di
dover scavargli una tomba molto profonda in fondo ala
quale collocarono il corpo che, così inserito in strati di
ben maggiore antichità, sembra oggi appartenere ad un'epoca
che viceversa non gli è propria". Tutto chiaro, dunque ?
Non proprio. Un fatto simile, definito una "sepoltura
intrusiva", può in effetti verificarsi. Ma nel caso
specifico Ragazzoni, un geologo professionista, era ben
consapevole di tale possibilità. "Se si fosse trattato di
una sepoltura - dichiarò - gli strati superiori a quelli in
cui il corpo è stato rinvenuto sarebbero stati anche solo
parzialmente
alterati o comunque disturbati dall'interramento del corpo
in profondità".
E le sue verifiche avevano escluso ciò, a conferma che gli
scheletri risalivano davvero agli strati rocciosi in cui
erano stati rinvenuti, ossia 5 milioni di anni fa.
Spostiamoci adesso in Belgio. All'inizio nel XX secolo il
geologo A. Rutot fece una serie di interessanti scoperte in
quel paese. Egli infatti portò alla luce centinaia di
strumenti ed armi in pietra, estraendoli da strati rocciosi
corrispondenti a 30 milioni di anni fa. Ho sopra detto
della difficoltà invariabilmente manifestatasi qualora si
richieda di vedere oggetti "scomodi" per l'Establishment
accademico in relazione ai ritrovamenti della fine del XIX
secolo in California. Stavolta però a me fu possibile
vedere e anche fotografare i reperti recuperati da Rutot,
durante un giro di conferenze in Olanda e Belgio.
A Bruxelles chiesi infatti ad un mio accompagnatore di
visitare al Museo Reale di Scienze Naturali la collezione
di Rutot e, sebbene i responsabili del museo avessero
negato la sua esistenza, alla fine saltò fuori un
archeologo che sapeva di cosa stavamo parlando e ci indicò
i pezzi in questione. Non c'è neanche bisogno di dire che
però essi non sono visibili al pubblico. Di quanto bisogna
risalire nel tempo per citare casi simili ?
Nel dicembre del 1862, ad esempio, negli Stati Uniti un
giornale scientifico chiamato "The Geologist" riferì della
scoperta di uno scheletro umano completo ed anatomicamente
moderno a 30 metri di profondità nella Macoupin Country, in
Illinois, USA. In base al resoconto scientifico agli atti,
direttamente al di sopra dello scheletro vi era uno strato
roccioso continuo ed inalterato dello spessore di più di un
metro, esteso orizzontalmente in tutte le direzioni per
vari metri tutt'intorno,
Cosa, questa, che esclude necessariamente qualunque
possibilità di una sepoltura intrusiva. Solo che, secondo i
resoconti geologici del caso, gli strati che inglobavano lo
scheletro risalgono a 300 milioni di anni: un dato
totalmente impossibile per l'archeologia ortodossa. 300
milioni di anni fa corrispondono ad un'epoca anteriore alla
comparsa dei dinosauri sulla Terra. Si tenga presente che
tutto quello che abbiamo finora menzionato è stato
effettuato e riscontrato da scienziati professionisti,
ovvero debitamente riportato nella letteratura scientifica
professionale ed accademica.
Ma è altresì logico che se ritrovamenti e scoperte
"controcorrente" del genere hanno riguardato, come abbiamo
visto, non pochi esponenti della scienza ufficiale, è così
pure altrettanto possibile che abbiano spesso coinvolto
anche persone al di fuori dell'ambito scientifico, ovvero
gente comune. E le segnalazioni di costoro, seppur non
riferite da riviste scientifiche, possono in effetti
apparire anche nelle pagine dei giornali di informazione e
di costume e nella stampa popolare. E non per questo
sono meno vere. A livello esemplificativo riferisco un
resoconto giornalistico estratto dal "Morrisonville Times",
un piccolo quotidiano locale edito nella cittadina di
Morrisonville, in Illinois, nel 1892. Esso riferisce di una
donna che stava mettendo dei pezzi di carbone nella sua
stufa "fin de siecle". Uno di tali pezzi si spezzò
improvvisamente in due e dal suo interno emerse una catena
d'oro. Alle due estremità erano rimasti attaccati i due
pezzi del blocco di carbone, a dimostrazione che
la catena era contenuta all'interno del pezzo
successivamente divisosi. In seguito alle indicazioni
fornite dal giornali, siamo riusciti a risalire alla
miniera da cui era stato estratto. E successivi riscontri
effettuati oggi presso il "Geological Survey", dello Stato
dell'Illinois indicarono che il carbone ivi estratto è
vecchio di 300 milioni di anni. Per inciso, la stessa epoca
del sopra citato scheletro umano rinvenuto poco più di
trenta anni prima, sempre in Illinois, nella Macoupin
County.
Se vogliamo tornare alla letteratura strettamente
scientifica, la "Scientific American" riferì nel 1852 di un
bel vaso metallico estratto da un massiccio strato roccioso
di 5 metri di profondità nella zona di Boston. Orbene,
secondo i resoconti geologici attuali l'età della roccia in
quella località è di 500 milioni di anni ! Gli oggetti più
antichi che
ho incontrato nella mia ricerca sono comunque delle sfere
metalliche rinvenute dell'ultimo ventennio dai minatori a
Ottosdalin, nella regione del Transvaal Occidentale, in Sud
Africa. Sono oggetti del diametro variabile da 1 a 2
centimetri e presentano dei curiosi solchi paralleli lungo
il loro "equatore". Le sfere sono state esaminate da
esperti in metallurgia prima di essere filmate per il già
citato programma TV "The Mysterious Origins of Man", e il
loro parere è stato concorde: non esiste
spiegazione per giustificare una formazione naturale dei
solchi e, dunque, le sfere appaiono il prodotto di una
qualche tecnologia intelligente.
Fatto è che provengono da un deposito minerario
geologicamente vecchio di oltre 2 miliardi di anni ! Potrei
continuare a lungo, riferendo a piacere
innumerevoli dati citati nel mio volume "Forbidden
Archaeology: the hidden history of the human race" e nel
suo seguito " volume "Forbidden
Archaeology's impact". Ma a questo punto è meglio
fermarsi.
Vorrei concludere però con un'ultima considerazione. È
stato ossessivamente sostenuto e monotonamente ripetuto dai
Darwinisti che tutte
le prove fisiche raccolte a tutt'oggi sono assolutamente
coerenti con il loro quadro sulle origini dell'Uomo, per il
quale esseri simili a noi sono
apparsi circa 100.000 anni fa, dopo una graduale
evoluzione dalle scimmie antropoidi. Tutto considerato,
oggi si deve invece dire che tale
affermazione va ritenuta del tutto falsa e fuorviante. Per
incredibile che possa sembrare, esistono infatti molteplici
scoperte che suggeriscono inequivocabilmente la presenza di
esseri apparentemente simili a noi in periodi cronologici
compresi fra i 100.000 e i 2 miliardi di anni fa. Il che
non è affatto incoerente con le fonti vediche di cui
abbiamo parlato, con buona pace di un Establishment
scientifico conservatore e miope timoroso di perdere le
certezze sulle quali ha costruito il proprio potere
accademico. Non sarà mai tardi quando gli scienziati della
nostra epoca, dominati da un'arroganza antiscientifica,
comprenderanno che la Tradizione, probabile eredità di
conquiste scientifiche acquisite in un passato senza
ricordo, va considerata con maggiore rispetto ed
attenzione. "Nihil su sole novi", dicevano giustamente i
Latini.
Autore: Michael A. Cremo
(ricevuto da Fronte della Tradizione)