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Cristianesimo e immigrazione   Elenco di messaggi  
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Subject: Cristianesimo.Il presupposto dell'immigrazione

IL PRESUPPOSTO DELL’IMMIGRAZIONE

Questi ultimi tempi si caratterizzano per il crescente e sempre più violento dibattito sulla immigrazione.

Siamo passati dalla "classe" all’etnia; è una variazione straordinaria non ancora compresa fino in fondo.

Tutto ciò è comunque particolarmente interessante anche se i temi centrali del dibattito riguardano solo gli aspetti ultimi del fenomeno; i più eclatanti, né può essere diversamente in questi primi e inconsapevoli vagiti. Ora però io vorrei alzare un poco più lo sguardo, e portare l’attenzione su quella che ritengo essere la vera causa originaria che ha reso possibile l’attuale situazione.

La vita di ogni individuo, in tutte le sue fasi, non è che lo sviluppo organico di una potenzialità posta all’inizio con il concepimento; del pari tutti gli aspetti di un ciclo storico (una civiltà) non sono che sviluppi molteplici di una sola potenzialità religiosa posta agli inizi. E’ nella risposta particolare e immediata intorno al mistero divino che si trova la potenzialità originaria di ogni comunità; potenzialità che poi si renderà evidente nelle innumerevoli forme con cui si presenta allo sguardo ogni cultura. Spazi formati nel trascorrere del tempo.

Dalla santità alla macchina; dalla teologia al materialismo, mai si esce dalla religione, così come, dalla culla alla senilità, mai si esce dalla vita. Da ciò risulta facilmente che il cristianesimo è il vero (anzi l’unico) responsabile di TUTTI gli sviluppi del ciclo storico di cui è il centro.

Il suo carattere essenzialmente distruttivo ha diverse ragioni, ma una delle più importanti è la determinazione a voler essere (almeno sino a qualche tempo fa) l’unica forma religiosa dell’intera umanità, pur presentandosi come religione, cioè come UNA essenza ben determinata.

Secondo la sapienza nostra, Pagana e Indoeuropea, all’inizio era il caos. Il caos è l’indeterminato in sé, ma non come condizione priva di determinazioni, ma come quel momento particolare che le contiene tutte.

Da quell’istante originario derivano, progressivamente e tramite la scomposizione operata dalla misteriosa energia formativa del "Nous" Olimpico, tutte le innumerevoli forme che daranno vita al "Cosmos". Ma nei primi tempi, nel caos, tutto è potenzialità indistinta, "tenebra nascosta dalla tenebra" (Rgveda), magma informe in un continuo e insignificante movimento. In questo stadio è solo l’indistinto che va considerato. Per quel che riguarda la storia dell’uomo, quel momento originario, quello del caos e dell’indistinzione, è espresso perfettamente dal termine "umanità".

L’umanità è per noi la condizione caotica originaria ed elementare: pura potenzialità inattuata.

E’ evidente che in quella condizione non può trovarsi LA religione, cioè UNA interpretazione determinata, ma solo quel sentimento indistinto e generale che noi chiamiamo genericamente: "sentimento religioso" o, ancora meglio, con termine neutro: "religiosità".

L’umanità, che in sé è solo e sempre una somma aritmetica senza alcuna qualificazione realizzata e visibile, può possedere solo una pulsione religiosa, appunto una "religiosità" altrettanto indeterminata e indistinta. Ma nel momento in cui il "Cosmos" trionfa anche su di lei, solo allora scorgiamo l’affioramento continuo e progressivo di forme particolari, qualitativamente ben distinte e determinate. Razze, etnie, popoli, sono i termini con i quali si definiscono le essenze formate; i soggetti storici.

A questo punto, entrati ormai nella molteplicità formata, luogo in cui sempre più velocemente si annulla l’indeterminata "umanità", assistiamo anche alla necessaria trasformazione del generico "sentimento religioso" originario, nelle religioni molteplici; risposte globali e profonde sui misteri ultimi dell’universo con le quali le razze, le etnie, i popoli, divengono coscienti dell’ultima profondità della loro anima specifica e determinata, perciò del loro significato insostituibile.

Una cultura appartiene solo al particolare, ed è tanto più profonda quanto più profondo è il distacco del particolare dal generico. Ora il cristianesimo, che è un ramo sviluppatosi organicamente entro una forma religiosa, quella ebraica, ben determinata, e a noi europei assolutamente estranea, proponendo se stesso come LA religione vera; l’unica per tutta l’umanità (lo stesso vale per l’Islam e altre forme consimili), viene ad essere UNA determinazione particolare che vuole appropriarsi di tutto il molteplice. Il rapporto illogico di questa pretesa è evidente, e la condizione che ne risulta è, dal punto di vista logico una assurdità, da quello ontologico una disarmonia.

Tutto questo fa del cristianesimo quella religione la cui unica funzione veramente reale, storica, non consiste nel portare a tutti "una luce superiore", ma nel dissolvere le forme molteplici e determinate nella generale regressione verso il caotico e l’indistinto (l’umanità), da cui queste forme si erano emancipate con indicibile sforzo nel corso del tempo.

Ora vediamo brevemente come, grazie al cristianesimo, avviene questa regressione dalla forma all’informe, dal cosmos al caos, dalle razze all’umanità.

La chiave per comprendere, a parte la volontà di imporsi, si trova nel suo stesso fondamento; nella sua esasperata dualità: Dio demonio; bene male; spirito materia; sacerdote laico ecc.

Ora è ovvio che una linea continua vada sempre a collegare il sacerdote con gli aspetti positivi del dualismo, e allora avremo: sacerdote-spirito-bene-Dio, mentre l’altra linea unificherà il laico con materia-male-demonio.

Ma una volta dati i due "insiemi" sono poste anche due potenzialità storiche ben separate; e mentre all’inizio del suo tragitto storico la più potente, quella positiva, sviluppa tutte le sue forme sino all’inevitabile esaurimento, la seconda, quella negativa, sullo sfondo, attende pazientemente il proprio turno con la certezza che prima o poi arriverà anche per lei il tempo necessario. Mentre l’aspetto teologico e sacerdotale opera in "alto", nel regno dello spirito che non è di questo mondo, imponendo se stesso come il depositario dell’unica verità, cancellando di fatto tutte le altre interpretazioni religiose, in "basso" i popoli possono ancora sviluppare organicamente, entro certi margini di libertà, le loro potenzialità politiche.

Tutto ciò è possibile non per "tolleranza", ma per l’indifferenza verso una dimensione valutata come secondaria. E’ il potere sui potenti che definisce la vera potenza.

Ma nel momento in cui il Sacerdote , esaurito il suo compito entra nella inevitabile crisi, allora, con immediata e necessaria consequenzialità, subentra il secondo aspetto posto dal cristianesimo: quello laico, il quale, vincolato indissolubilmente a questo mondo (materia-male-demonia) e animato, in quanto cristiano, dalla medesima certezza assoluta (razionalismo scientifico), rivolge su di esso la stessa opera di distruzione del molteplice che il Sacerdote aveva già compiuto nell’ordine spirituale. Solo a questo punto ogni sviluppo politico organico e differenziato viene reso impossibile da un unico modello sociale per tutti. E’ il compito odierno della democrazia liberale come, fino a ieri lo è stato anche del marxismo: i "Dioscuri" del cristianesimo terminale: cristianesimo senza l’idea di Dio.

Solo ora l’opera storica di questa religione nichilista è interamente realizzata e visibile nella sua totalità.

Ogni forma è cancellata; ogni diversità dimenticata.

La piattezza e la palude della uniformità generale segue sempre l’azzeramento delle cime; e le razze, le etnie, i popoli, scompaiono ancora una volta nel caos originario "dell’umanità".

Ma anche il cristianesimo, in quanto unica e ultima religione rimasta (oggi in forma di capitalismo liberale) a questo punto non può più esistere, e tutto torna anche qui a dissolversi nel grembo della indefinita e neutra "religiosità"; nel "deismo" del nostro tempo: sociale, piatto, anarchico, sentimentale. E’ il risultato inevitabile della Chiesa post-conciliare.

Solo ora il ritorno ciclico del riassorbimento nel caos è di nuovo compiuto e tutto sprofonda nell’indistinta e plumbea condizione "senza tempo tinta" dalla quale, all’inizio, era stata tratta in alto dal principio della forma, per essere finalmente se stessa.

Fin qui l’analisi di "taglio" spengleriano, necessariamente breve ed incompleta; ma ora vediamo di formulare anche una brevissima prognosi. Oggi il cristianesimo non è che un immenso corpo morto. Il recente raduno di Parigi dove il Papa, insieme a parecchie migliaia di individui debilitati fin dalla culla hanno recitato solo una grottesca parodia della grandezza passata, lo dimostra in maniera inequivocabile. Un solo uomo armato di fucile, e ben deciso ad usarlo, può rendersi immediatamente signore e padrone di queste masse informi amorfe e svilite. Ma noi siamo ancora obbligati a convivere con questo corpo morto, esattamente come i criminali del mondo antico i quali, condannato ad essere legati strettamente ad un cadavere, erano destinati ad una fine orribile nella putrefazione comune.

Concludendo: o riusciamo a liberarci di questo cadavere in tempi brevi, o siamo perduti!

TENUI BAGLIORI NELLA MODERNITA’

Il caso Haider, scoppiato proprio agli inizi di questo secolo, potrebbe essere "accorpato" a quella eclisse totale di sole dell’anno scorso, che nel suo percorso attraverso il pianeta, ha avuto come centro di massimo impatto dell’ombra lunare il paese natale del Fhurer, oltre al "nido dell’aquila" nelle alpi bavaresi.

Probabilmente si tratta di due avvenimenti che noi potremmo comprendere fino in fondo solo se potessimo disporre ancora di quella sensibilità antica, per la quale tutto ciò che accade "non è che un simbolo".

"in concomitanza con un generale sovvertimento dell’ordine umano apparvero in cielo e sulla terra prodigi, ammonimenti e presagi di eventi futuri: il male incombe, oscuro e certo" (Tacito: Hist.). dove "il male" qui è certamente espressione "DEL male", ma è anche un male che libera DAL male.

In tal modo quei nostri padri lontani avrebbero cercato di interpretare anche questi due "strani" avvenimenti, chiedendosi cosa potrebbe mai rappresentare il loro apparire, conformemente alla raccomandazione di Aristotele per il quale l’essenziale è sempre il rispondere al "perché" e non al "ché": cioè "perché accade" e non "ché accade". La prima via è quella della spiegazione, l’altra quella della semplice constatazione.

Ora è indubitabile che il rampante e furbo demagogo austriaco, raggiunto il potere supremo che non consiste tanto nel governare ma nel governare chi governa, si rimangerà tutti i suoi slogan elettorali più o meno "nazisti o razzisti" per dimostrarsi più realista del Re, unico modo per farsi accettare da una "comunità internazionale" sempre più settaria, intollerante (verso gli intolleranti) e razzista (verso i razzisti) nei confronti dei veri diversi. Ma non è tanto questo che interessa, quanto il fatto che la scomposta e spettacolare reazione del mondo intero è in realtà riuscita solo a consacrare il problema razziale come il problema in sé del futuro e imminente millennio.

Precedentemente si era iniziato a parlare di questo problema con sempre maggiore continuità, mano a mano che la "lotta di classe" marxista perdeva terreno (inevitabile dopo il crollo comunista), e il capitalismo liberale, con il suo niente radicale, si affermava sempre più a livello planetario.

Ma questa era solo la prefigurazione dell’avvenimento che doveva avvenire con la necessità di un destino.

Haider è la conclusione (che poi è solo un inizio) di un "crescendo rossiniano" con cui un principio, l’unico ormai storicamente possibile, esce dall’inconscio collettivo europeo, nel quale era sprofondato con la catastrofe del 45, per ergersi ad unica vera alternativa storica.

Ciò che i governi più importanti del mondo, con il loro attacco a tutto campo contro il governo austriaco, hanno posto al centro di ogni dibattito politico, nessuna forza umana riuscirà più a rimuovere. Le idee, una volta evocate, sono forze che vanno per conto loro, e non sono mai al servizio dell’individuo, ma pongono questi sempre più al loro servizio. Nei momenti epocali di passaggio da un mondo all’altro, niente è più reversibile; la linea di marcia è data sempre più marcatamente.

La storia, come ogni forma di esistenza, trae la sua possibilità solo da potenzialità le quali, come cellule dell’organismo, sono centri di energia formativa in grado di realizzarsi nello spazio tramite il tempo.

Ora, il fatto che oggi noi ci troviamo davanti ancora ad una possibilità storica, cioè ad un destino inevitabile, lo si può individuare in questo modo: il tema razziale è ridiventato centrale nell’Europa dopo sessant’anni e senza alcun dibattito.

Intendo dire che non vi è mai stato l’interlocutore.

Ogni dibattito infatti, per essere tale, prevede almeno due soggetti ognuno dei quali dovrebbe essere l’esponente delle diverse idee o opinioni dibattute. Prendiamo ad esempio il dibattito più recente, quello tra capitalismo e marxismo, ebbene noi abbiamo sempre visto il "capitalista", o il suo portavoce (spesso il portaborsa), e il marxista in carne ed ossa, davanti a noi. tutto poteva risolversi in scambi dialettici, in manganellate o in guerra aperta, ma i due tipi comunque si stagliavano sempre nettamente. Qui invece ne manca sempre uno. Voglio dire che non abbiamo mai assistito ad un dibattito ma solo ad una continua, incessante, quotidiana, feroce, rancorosa, demonizzazione; dove il demonizzatore era (ed è) l’unico soggetto evidente, e il demonizzato quello completamente assente, senza volto, indeterminato, perciò sempre silenzioso: muto. Nessun diritto gli è stato mai riconosciuto, nessuna "par condicio", essendo egli per definizione "male radicale".

Eppure, "in barba" a questo strapotere, a questo totalitarismo, il destino ha posto oggi proprio ciò che si voleva annientare come punto centrale, unico, di tutta la nostra realtà storica , politica, sociale, esistenziale; questo nonostante che ancora nessuno osi definirsi ufficialmente e apertamente "razzista", ma metta in campo tutte le più inverosimili circonlocuzioni per dimostrare di non essere tale.

Al problema razziale dunque appartiene ormai il mondo futuro, e in un tale contesto sarà il razzismo ad affermarsi come vincitore, per il semplice motivo che in ultima analisi è stato proprio lui a porre il problema, anche se per decenni in "forma" antirazzista, quindi è lui che ha sempre occultamente agito sino all’attuale "epifania".

A questo punto gli altri possono solo re-agire, ma questa è già la tipica condizione storica di tutte le forze ormai secondarie, anche se in apparenza strapotenti.



Lun 5 Dic 2005 10:16 pm

carbonass
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Alberto
carbonass
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