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Rispondi | Inoltra Messaggio #2378 di 2798 |
Commercio equo e solidale, la truffa: parte II
Scritto da: Uriel , Thursday , 22 Dec 2005
dal sito anarchico IL CAMMINO DEL LUPO

Vedo dai referrer che un mio articolo e' stato postato su un sito di
cialtroni parapolitici, (indymedia), e i primi saccentozzi (senza mai
giustificare quanto dicono) si sono scatenati a definire lo scritto alla
maniera tipica del fighetto radicalchic: costui non sa o non capisce.

Allora, vediamo di argomentare ancora meglio le mie affermazioni sul
cosiddetto commercio "equo e solidale". La prima affermazione e' questa: si
tratta di beni a redditivita' troppo bassa per garantire sviluppo a
chiunque.

Cosa intendo per "redditivita'"? Per redditivita' intendo la quantita' di
soldi che e' possibile tirar fuori da una certa quantita' di lavoro,
espressa in ore-uomo, fatta per produrre qualcosa. Se un uomo produce 15
tonnellate di zucchero l'anno, e lo zucchero costa 100, venduto con un
margine di 10, per ogni tonnellata, evidentemente quest'uomo guadagnera' al
massimo 150.

Questo dato non e' inficiabile da nessuna considerazione di tipo politico:
datosi che il prezzo di mercato e' tale, e che per produrre certe quantita'
di qualcosa occorrano X uomini, calcolare il reddito massimo teorico non e'
difficile, che si tratti di coltivatori di barbabietole o di coltivatori di
canna da zucchero.

Ora, prendete una popolazione dedita alla coltivazione di barbabietola, come
nella bassa ferrarese. Convertite la produzione in canna da zucchero.
Ammesso che cresca nel ferrarese e che anche produca la stessa quantita' di
zucchero, si da' il caso che per arrivare alla stessa quantita' di zucchero
ci debbano lavorare cinque volte tante persone.

Ora, se il singolo agricoltore oggi guadagna, diciamo 20.000 euri l'anno, il
suo reddito calerebbe ai 4000. Il suo operaio, dovendo dividere con altri 4
il reddito che lo sfama, verrebbe a guadagnare un quinto , cioe' piomberebbe
nella miseria piu' nera.

Adesso proviamo a pensare di convertire una piantagione di zucchero di canna
in barbabietole. Innanzitutto, il reddito quintuplicherebbe. Inoltre, mentre
lo zucchero di canna viene trasportato spessissimo in forma liquida e poi
lavorato altrove, lo zucchero di barbabietola necessita di lvorazione
industriale. Occorrono ingegneri chimici, meccanici, elettronici, eccetera.

Il che significa una cosa molto semplice: il primo passo per lo sviluppo
consiste nel passaggio da produzioni a basso reddito , verso produzioni ad
alto reddito. La prima operazione da fare nei confronti dei paesi poveri non
e' quella di comprare le cose che producono oggi, perche' li si mantiene
nella miseria: una produzione a basso reddito produce SOLO miseria, per
quanto sia alto il numero di addetti e per quanto sia grande il fatturato.


Qual'e' il problema? Il problema e' che il cosiddetto "commercio equo e
solidale" non va a comprare microchip o software in brasile, ma ci va a
comprare caffe' nemmeno torrefatto e canna da zucchero. Due delle produzioni
a piu' basso tasso di reddito del mondo.

Cosa si otterra' in questo modo? Sviluppo? No, si otterra' che sempre piu'
gente sara' impegnata in un settore economico senza riscatto, perche' i
pochi soldi che si guadagnano con tale produzione vanno divisi in troppi.

Coltivazioni come il farro, la ghianda, la castagna, ed altre sono scomparse
proprio perche' il reddito era basso. Il contadino coltivava piante con una
redditivita' maggiore, abbandonando quelle coltivazioni poco produttive e
poco redditizie , per le quali la stessa terra produceva beni meno costosi e
specialmente con meno utile.

Questo e' il primo danno del cosiddetto commercio equo e solidale: sostenere
settori produttivi a basso reddito ma ad alta "radicalchichness" . E' bello
e faigo pensare ai contadini sudati che tagliano la canna da zucchero,
cantando il gospel. Il problema e' che questi cantano il gospel della
miseria, e se si continua a comprare quell roba continueranno cosi'.

Il secondo problema e' questo: il valore aggiunto. Se per un prodotto molto
raffinato sono necessari 10-15 passaggi, il risultato e' una catena di
istribuzione, di trasporti e di servizi che non solo ne alza il prezzo, ma
ne alza il reddito. Non c'e' dubbio alcuno che per arrivare alla produzione
di un microprocessore si produca piu' PIL (e quinsi si sfami piu' gente)
rispetto a quando non si produce un sasso dipinto.

I paesi che commerciano cose piu' raffinate e lavorate non fanno altro che
veder salire la propria bilancia commerciale, per la semplice ragione che se
il lavoro si paga, la produzione piu' lavorata e piu' industriale e' proprio
quella che sfama piu' gente. Solo che non sono piu' tanti negri che cantano
il gospel , ma sono dei poveri sfigati di ingegneri, e altri "borghesi" che
secondo la feccia da centro sociale non meritano niente.

Ora, entrate in un negozio "equo e solidale". Io l'ho fatto. C'e' tutta roba
che non solo e' pochissimo lavorata, ma e' VOLUTAMENTE cosi'. Quasi viene
ostentata la mancanza completa di lavorazione industriale, quasi fosse un
pregio. Quasi come se il prodotto piu' primitivo fosse quello che
maggiormente rispetta e arricchisce queste popolazioni.

Ma non e' vero: se comprassimo lo zucchero di canna ALMENO in sacchi
,dovremmo almeno pagare un tizio che mette lo zucchero dentro i sacchi.
Magari prima o poi qualcuno lo farebbe con una macchina, e qualcun altro si
troverebbe a doverla manutenere. E' cosi' che si produce sviluppo. Invece
no, lo zucchero in questione viene esportato in forma liquida, perche' e'
piu' semplice ficcarlo dentro una nave cisterna: la follia pura.

In questo modo, la feccia romanticoide puo' mantenere la propria gestalt di
negri belli e sorridenti che cantano il gospel, di donne con le gonne lunghe
e larghe , sporche e abbruttite ma felici, col bambino in braccio, che ride.

Quello che non sanno e' che se almeno si iniziasse a lavorare almeno in
parte quello zucchero, la donna in questione diventerebbe probabilmente la
moglie di un operaio, e forse un figlio su tre potrebbe studiare. Alla
seconda generazione, il figlio di operai potrebbe mandare un altro figlio a
scuola.

E' cosi' che funziona lo sviluppo: l produzione si sposta sempre di piu'
verso beni piu' redditizi, e piu' lavorati, in modo da accrescere sia il
valore dei servizi che il margine di contribuzione.

Invece, questi signori contribuiscono ad aumentare una domanda di prodotti
primitivi, poco redditizi e addirittura seminano una cultura secondo la
quale il cioccolato grezzo sarebbe migliore e aiuterebbe di piu' i contadini
che lo coltivano.

L'ultima fregnaccia che raccontano questi signori e' che in questo modo essi
andrebbero contro le multinazionali perche' la gente compra cose che non
passano per le mani sporche dei capitalisti.

Al contrario: mantenendo una domanda di prodotti a bassa raffinazione e a
bassa redditivita', di fatto consegnano alle multi il monopolio sui prodotti
piu' redditizi. E' chiaro che il nostro radicalcic andra' a comprare
cioccolatini equi e solidali, fatti con una pressa di legno, a 5 al giorno ,
in qualche luogo, da negri che cantano il gospel. Il guaio e' che in questo
modo non vanno a fare concorrenza al prodotto industriale, che con i suoi
356 ripieni e i 22 formati diversi occupa il resto del mercato.

E questo vale per tutto: comprando vestiti di lana grezza, non si fa
concorrenza a Chanel, per la semplice ragione che si tratta di mercati
diversi. Quello che si fa e' condannare una parte del pianeta tutto sommato
produttiva ad un settore non competitivo dell'economia, vivacchiando su
acquisti che sanno di elemosina, a stare a testa bassa e a non provare
nemmeno ad entrare nel mercato dei beni altamente produttivi.

Se i signori equi e solidali fossero davvero interessati allo sviluppo,
dovrebbero iniziare a scegliere produzioni piu' redditizie, come primo
passo. In secondo luogo, dovrebbero iniziare a chiedere il prodotto sempre
piu' raffinato: almeno confezionato e semilavorato, per iniziare. Solo in
questo modo si formano le prime figure professionali a reddito piu' alto.

Ma finche' dai paesi poveri si continuano a comprare dei beni abasso
reddito, e per di piu' ci si ostina a preferire ideologicamente (o
radicalchicchescamente) il prodotto meno lavorato, non si fara' altro che
rinforzare la gabbia di miseria nella quale questi paesi vivono. Si continua
ad alimentare un mercato che produce solo POVERI.

E la cosa non fa altro che autoalimentarsi, nella misura in cui a piu'
poveri corrisponde una maggior propaganda contro la miseria, (guarda quanti
negri che cantano il gospel) la quale non produce altro che altri acquisti
equi e solidali, i quali sostengono proprio lo status quo che produce
miseria.

il DRAMMA dei paesi poveri e' quello di produrre solo beni a bassa
redditivita' e a scarso valore aggiunto. Sostenere tali commerci non fa
altro che mantenere in vita tale status quo. Non per niente i paesi che
stanno sviluppandosi, come Cina ed India, non lo stanno facendo vendendo
stracci e riso, ma vendendo prodotti raffinati e servizi ad alto valore
aggiunto.

Il cosiddetto commercio equo e solidale e' la cosa piu' pazzescamente
colonialista , iniqua e sciovinista che possa esistere. E' qualcosa che se
praticato su larga scala non solo garantisce alle multinazionali occidentali
il monopolio sui beni ad alto reddito , ma mantiene nel loro status quo i
paesi poveri.

In compenso, fa un gran figo.
Wow.





Gio 22 Dic 2005 6:21 pm

carbonass
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Alberto
carbonass
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22 Dic 2005
7:27 pm
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