Manca il tempo per l'evoluzione
Maurizio Blondet - 12 Giugno 2006
La Terra, 3,5 miliardi di anni fa, era praticamente appena nata:
surriscaldata,
priva di ossigeno, inospitale.
Eppure vi erano già apparsi non solo dei batteri, ma degli eco-sistemi
complessi e ricchi di diverse forme viventi, simili alle attuali barriere
coralline.
La scoperta viene dai ricercatori del centro australiano di esobiologia
guidati da Aigail Allwood, che l'hanno pubblicata su Nature l'8 giugno di
quest'anno (1).
L'equipe ha studiato in profondità certe strane formazioni rocciose, dette
stromatoliti (dal greco «stroma», «letto») che si trovano in un'ampia area
nell'est dell'Australia, a Pilbara.
Fino ad oggi, gli evoluzionisti - sul presupposto che la vita «non poteva»
essere presente solo 500 milioni di anni dalla nascita del pianeta - hanno
giurato che queste rocce, con le loro strutture lamellari e complesse, non
sono che frutti casuali di sedimentazioni minerali.
Una minoranza vi vedeva i resti di enormi accumulazioni di colonie
batteriche poi fossilizzate.
Il gruppo australiano ha confermato questo minority report: sottoponendo le
rocce a nuovi esami strumentali, ha trovato indizi di microfossili e
«segnature» di carbonio sicuramente organico, testimone di forma
antichissime di viventi.
Ma non basta.
Queste forme di vita non erano «primitive» aggregazioni indifferenziate di
qualche tipo di batteri, ma colonie assai varie che dimostrano una quantità
di complesse interazioni
fra quei micro-organismi e l'ambiente.
Di fatto, su una lunghezza di 10 chilometri, i ricercatori hanno
identificato almeno sette strutture organizzate negli stromatoliti:
successioni di colonne, forme coniche, forme granulari, ridule (piccole
corrugazioni) straordinariamente regolari. che ricordano un po' troppo da
vicino le colorate «aiuole» e giardini di madrepore dell'attuale barriera
corallina.
Dove ogni forma (a fungo, ad albero ramificato, eccetera) viene «costruita»
da diversissime specie vegetali e animali che secernono il proprio guscio
calcareo, lo zoccolo minerale sul quale poi altri organismi costruiscono a
loro volta il loro nido di calcare, facendo innalzare il «reef»
incessantemente.
La barriera corallina è la più grande struttura vivente del pianeta, e un
ambiente ecologico di complessità estrema, in cui migliaia di specie animali
e vegetali «collaborano» l'una con l'altra.
Si noti: non «competono» per la vita, ma cooperano per la vita.
Insomma quelle formazioni primordiali non sono dovute a una inerte
accumulazione meccanica di minerali.
Sono identiche a quelle che vengono costruite nella barriera corallina dalle
colonie di cianobatteri, le micro-alghe filamentose che si ritiene abbiano,
per milioni di anni in cui erano le sole a fare la fotosintesi
clorofilliana, fornito il primo ossigeno all'atmosfera terrestre.
Queste alghe azzurre o rossastre si trovano ancora dovunque nel mondo (non
si sono evolute per nulla) e tuttora possono vivere in condizioni estreme e
proibitive.
Anche oggi svolgono una funzione fondamentale nell'ecologia terrestre,
perchè sono in grado di fissare l'azoto atmosferico in composti azotati che
sono resi così disponibili, come «concimi» o «alimento», alle altre forme di
vita.
Ma la diversità delle formazioni minerali identificate (forse i gusci
secreti da questi organismi «primitivi») rivela l'esistenza di una grande
varietà di specie microbiche cooperanti in qualche forma sofisticata di
simbiosi, come appunto nelle barriere coralline.
Il fatto che la vita sia non solo apparsa così precocemente, ma fosse già
immensamente diversificata ed organizzata in tempi rapidissimi ha stupito i
ricercatori australiani.
Come si sa, l'evoluzionismo nega che forme complesse di vita si siano
organizzate se non tre miliardi di anni più tardi, nel Cambriano con la sua
«esplosione» di tutte le forme biologiche attuali (ed anzi, molte di più)
solo 600 milioni di anni fa.
E' un'altra smentita al dogma evoluzionista, e qualche semplice calcolo
spiega perché: è mancato letteralmente il tempo per un'evoluzione
darwiniana, presunta lenta e graduale e dominata dal cieco caso.
Secondo l'ipotesi corrente, il sole si è formato, per collasso delle masse
di gas e polveri primigenie, «solo» 4,6 miliardi di anni fa.
La Terra si ritiene si sia formata 4 miliardi di anni fa, e a lungo non
dev'essere stato un ambiente favorevole allo sviluppo biologico.
Dunque in solo mezzo miliardo di anni, forse meno, l'evoluzione darwiniana
sarebbe riuscita a compiere il più grande e cruciale «salto di qualità» del
mito evoluzionista: quello dal minerale al vegetale, per di più
clorofilliano.
Composti chimici inorganici si sarebbero organizzati in numerose varietà di
alghe azzurre, capaci di riprodursi, alimentarsi da sé in un ambiente ostile
e fornire i materiali biologici per preparare -preveggenti - la strada ad
altre, successive forme di vita.
Intanto, imparando ad organizzarsi in un ecosistema complesso come una
primordiale barriera corallina.
Un miracolo del caso e della necessità.
E si tenga presente - piccolo particolare - che i minerali non partecipano
alla «competizione per l'esistenza»: non sentono l'urgenza di alcuna
«spinta» ad evolversi in qualcosa di organizzato ed auto-riproducentesi.
Un'altra smentita all'evoluzionismo casuale è venuta dagli astronomi, e dai
loro studi recentissimi degli eso-pianeti, ossia dei pianeti che ruotano
attorno a stelle diverse dal sole.
«La scoperta di enormi 'Giovi caldi' vicinissimi alla loro stella impone
l'idea che questi astri siano emigrati con una rapidità a cui nessuno aveva
pensato», ha detto Yann Alibert, dell'università di Berna, al 18mo congresso
astronomico di Blois (2).
Cerchiamo di seguire il ragionamento degli astronomi, secondo l'ipotesi più
accreditata fino ad oggi.
«In principio», al posto del nostro sistema solare, c'era una immane nube di
gas e polveri in rotazione; 4,6 miliardi di anni fa, per brutale collasso
gravitazionale, questa massa si coagula nel proto-Sole.
Circondato però da un titanico disco di detriti, enormemente più spesso,
denso ed esteso degli anelli di Saturno, e con un bordo esterno molto
«scampanato».
In questa materia rotante attorno alla stella centrale si sarebbero formati
i pianeti.
Come?
L'ha spiegato - o almeno ipotizzato - Jonathan Lunin, dell'università
dell'Arizona.
Il punto cruciale, nell'immane disco o serie di anelli, sarebbe quello fra
il materiale esposto al calore proto-solare, dove l'acqua restò allo stato
di vapore, e la porzione più arretrata nello spazio siderale, fredda, dove
l'acqua si è condensata in ghiaccio.
Agglomerandosi alle polveri, questi cristalli di ghiaccio avrebbero
raggiunto, al di là della «linea del gelo», una densità sufficiente a
formare i primi embrioni di pianeti.
E' dunque oltre la «linea del gelo» che gli scienziati cercano i segreti
della formazione dei quasi-pianeti, quelli che secondo l'ipotesi devono aver
formato i corpi giganti e gassosi del tipo di Giove e Saturno.
Ma per esistere, questi corpi «devono vincere una gara di velocità con
l'attrazione della stella centrale», ossia «ingrossarsi il più presto
possibile, altrimenti vengono frenati dal gas del disco e finiscono per
essere sgretolati e divorati dal colossale attrito con il materiale in cui
corrono. E nessun modello matematico, nessuna ipotesi è capace fino ad oggi
di spiegare questo passaggio critico da detriti della dimensione di un metro
a quella superiore a un chilometro di diametro».
La «crescita» del pianeta deve essere tanto più rapida, perché il corpo
possa assumere la massa sufficiente per attrarre in fretta tutto il gas che
poi costituirà il «super-Giove».
«E il tempo manca», dicono gli astronomi.
L'osservazione dei dischi che circondano le stelle super-giovani inducono a
ritenere che questi dischi di gas e polveri si dissipano nella spazio
siderale in soli 5 milioni di anni.
Un istante, in termini astronomici (per confronto, il Cambriano esplose di
vita 600 milioni di anni fa).
In cinque milioni di anni, un corpo in formazione non può raggiungere le
dimensioni di Giove o dimensioni ancora maggiori.
Tanto più che si è constatato che il corpo di questi proto-pianeti ridiventa
«instabile», e tende a sgretolarsi di nuovo, quando raggiunge le modeste
dimensioni di Marte.
Ciò perché, secondo i modelli matematici, la migrazione verso l'interno del
disco viene anch'essa accelerata, fin oltre la «linea del gelo» e dunque
fino alla vaporizzazione del pianeta embrionale a contatto col suo sole.
La difficoltà non può essere risolta che ricorrendo ad un'altra ipotesi: che
i pianeti si formino non solo per aggregazione, ma ad un certo punto per
collasso gravitazionale che li addensa, una replica in piccolo di quello che
(sempre secondo l'ipotesi) è già avvenuto al momento della formazione della
stella.
Ma i planetologi non ci possono credere, le masse in gioco non essendo
abbastanza importanti.
Un'altra difficoltà viene dal fatto seguente: nel nostro sistema solare, i
grandi pianeti gassosi, Giove e Saturno, sono molto lontani dal Sole.
Negli altri sistemi planetari, i giganti gassosi sono vicinissimi alla loro
stella.
«Un gioco di risonanze tra Giove, Saturno e il disco di asteroidi che li
circonda potrebbe spiegare la cosa», azzarda Alessandro Morbidelli,
dell'osservatorio della Costa Azzurra.
Ma in ogni caso, questi studi portano ad una conclusione che gli astronomi,
e ancor più gli evoluzionisti, vorrebbero evitare: il nostro sistema solare,
con la sua organizzazione di pianeti, è diverso da tutti quelli studiati.
Non è un caso fra i tanti, ma una «singolarità», la cui formazione ha
richiesto circostanze «molto particolari», ossia insolite, eccezionali e
improbabili, non avvenute negli altri sistemi planetari.
Un caso?
Ancora e sempre un cieco caso?
E il tutto in cinque brevissimi milioni di anni?
E' mancato il tempo per formare il sistema solare a forza di caso.
E' la rapidità che smentisce la casualità.
Ma la rapidità dell'apparire di pianeti, e poi dell'ecosistema primigenio,
suggeriscono irresistibilmente qualcosa: era in corso l'attuazione di un
progetto finalizzato ad uno scopo.
E il progettista non avanzava a tentoni, per prove ed errori pigramente
casuali; a quanto sembra, procedeva velocemente a formare il substrato
biologico del futuro, sapendo perfettamente quel che voleva ottenere.
Così, si noti, il motore di un'auto è formato di materiali naturali, ferro,
alluminio, rame, combustibile.
Ciò che lo distingue come prodotto artificiale è l'assemblaggio in modi
«insoliti», eccezionali e improbabili, non reperibili in natura, di questi
materiali, in base ad un disegno volto alla locomozione.
Ci resta una curiosità non scientifica: quella primordiale barriera
corallina senza coralli e senza pesci, in un mondo senza ossigeno, sarà
stata «bella»?
Avrà avuto il pullulare di gialli, di blu di rossi e di fosforescenze che
riempie di meraviglia il cuore di ogni subacqueo di oggi che sorvola senza
peso madrepore, spugne, polpi, anemoni e conchiglie violacee?
Scientificamente, si ha buon gioco a rispondere con sicurezza di no.
I colori sono uno «spreco» energetico, dicono i darwinisti (questi borghesi
economisti, taccagni), e la spesa si giustifica solo per vincere nella lotta
per l'esistenza, per attrarre la femmina (o il maschio o l'insetto
impollinatore) più adatti, «contro» i concorrenti.
Non c'erano ancora occhi, e «perciò» il mondo non aveva ancora bisogno di
essere bello.
Il progettista stava solo preparando il substrato per la futura esplosione
biologica, la tela ruvida per la sua tavolozza; bisognava lasciar tempo alle
alghe cianotiche (chissà quanti miliardi di tonnellate, queste piccole vite
che ci hanno regalato l'aria per cui viviamo) di sintetizzare ossigeno
gassoso, e composti azotati per quelli che sarebbero venuti dopo con i loro
occhi - non uno, ma due modelli di occhi completamente diversi, gli
sfaccettati e quelli con la lente cristallina.
Ma chi può dirlo.
Dopotutto, un solo tipo di alga bastava allo scopo tecnico.
Invece, già 3,5 miliardi di anni fa, ce n'erano numerose, probabilmente
anche specie oggi estinte.
Uno spreco, in termini energetici.
Chi ama, infatti, spreca denaro in mazzi di rose, cioccolatini di forme
inutilmente graziose e varie, e diamanti e rubini prodigiosi incastonati in
gioielli del tutto superflui.
L'amore, generoso e travolgente, non bada a spese vitali.
Forse quella barriera primigenia che nessuno occhio vide, inimmaginabile,
era già splendida.
Forse l'ingegnere non stava solo fabbricando un substrato, ma già amava
passeggiare in un giardino.
Note
1) Stephane Foucart, «Des écosistèmes bactériens complexes existaient il y a
3,4 milluards d'années», Le Monde, 10 giugno 2006.
2) Jerome Fenoglio, «Loin d'etre un modèle, notre système solaire serait une
curiosité», Le Monde, 2 giugno 2006. Si noti il cauto eufemismo: il nostro
sistema solare viene detto «una curiosità», per evitare di dire
«un'eccezione improbabile».
Maurizio Blondet - 12 Giugno 2006
La Terra, 3,5 miliardi di anni fa, era praticamente appena nata:
surriscaldata,
priva di ossigeno, inospitale.
Eppure vi erano già apparsi non solo dei batteri, ma degli eco-sistemi
complessi e ricchi di diverse forme viventi, simili alle attuali barriere
coralline.
La scoperta viene dai ricercatori del centro australiano di esobiologia
guidati da Aigail Allwood, che l'hanno pubblicata su Nature l'8 giugno di
quest'anno (1).
L'equipe ha studiato in profondità certe strane formazioni rocciose, dette
stromatoliti (dal greco «stroma», «letto») che si trovano in un'ampia area
nell'est dell'Australia, a Pilbara.
Fino ad oggi, gli evoluzionisti - sul presupposto che la vita «non poteva»
essere presente solo 500 milioni di anni dalla nascita del pianeta - hanno
giurato che queste rocce, con le loro strutture lamellari e complesse, non
sono che frutti casuali di sedimentazioni minerali.
Una minoranza vi vedeva i resti di enormi accumulazioni di colonie
batteriche poi fossilizzate.
Il gruppo australiano ha confermato questo minority report: sottoponendo le
rocce a nuovi esami strumentali, ha trovato indizi di microfossili e
«segnature» di carbonio sicuramente organico, testimone di forma
antichissime di viventi.
Ma non basta.
Queste forme di vita non erano «primitive» aggregazioni indifferenziate di
qualche tipo di batteri, ma colonie assai varie che dimostrano una quantità
di complesse interazioni
fra quei micro-organismi e l'ambiente.
Di fatto, su una lunghezza di 10 chilometri, i ricercatori hanno
identificato almeno sette strutture organizzate negli stromatoliti:
successioni di colonne, forme coniche, forme granulari, ridule (piccole
corrugazioni) straordinariamente regolari. che ricordano un po' troppo da
vicino le colorate «aiuole» e giardini di madrepore dell'attuale barriera
corallina.
Dove ogni forma (a fungo, ad albero ramificato, eccetera) viene «costruita»
da diversissime specie vegetali e animali che secernono il proprio guscio
calcareo, lo zoccolo minerale sul quale poi altri organismi costruiscono a
loro volta il loro nido di calcare, facendo innalzare il «reef»
incessantemente.
La barriera corallina è la più grande struttura vivente del pianeta, e un
ambiente ecologico di complessità estrema, in cui migliaia di specie animali
e vegetali «collaborano» l'una con l'altra.
Si noti: non «competono» per la vita, ma cooperano per la vita.
Insomma quelle formazioni primordiali non sono dovute a una inerte
accumulazione meccanica di minerali.
Sono identiche a quelle che vengono costruite nella barriera corallina dalle
colonie di cianobatteri, le micro-alghe filamentose che si ritiene abbiano,
per milioni di anni in cui erano le sole a fare la fotosintesi
clorofilliana, fornito il primo ossigeno all'atmosfera terrestre.
Queste alghe azzurre o rossastre si trovano ancora dovunque nel mondo (non
si sono evolute per nulla) e tuttora possono vivere in condizioni estreme e
proibitive.
Anche oggi svolgono una funzione fondamentale nell'ecologia terrestre,
perchè sono in grado di fissare l'azoto atmosferico in composti azotati che
sono resi così disponibili, come «concimi» o «alimento», alle altre forme di
vita.
Ma la diversità delle formazioni minerali identificate (forse i gusci
secreti da questi organismi «primitivi») rivela l'esistenza di una grande
varietà di specie microbiche cooperanti in qualche forma sofisticata di
simbiosi, come appunto nelle barriere coralline.
Il fatto che la vita sia non solo apparsa così precocemente, ma fosse già
immensamente diversificata ed organizzata in tempi rapidissimi ha stupito i
ricercatori australiani.
Come si sa, l'evoluzionismo nega che forme complesse di vita si siano
organizzate se non tre miliardi di anni più tardi, nel Cambriano con la sua
«esplosione» di tutte le forme biologiche attuali (ed anzi, molte di più)
solo 600 milioni di anni fa.
E' un'altra smentita al dogma evoluzionista, e qualche semplice calcolo
spiega perché: è mancato letteralmente il tempo per un'evoluzione
darwiniana, presunta lenta e graduale e dominata dal cieco caso.
Secondo l'ipotesi corrente, il sole si è formato, per collasso delle masse
di gas e polveri primigenie, «solo» 4,6 miliardi di anni fa.
La Terra si ritiene si sia formata 4 miliardi di anni fa, e a lungo non
dev'essere stato un ambiente favorevole allo sviluppo biologico.
Dunque in solo mezzo miliardo di anni, forse meno, l'evoluzione darwiniana
sarebbe riuscita a compiere il più grande e cruciale «salto di qualità» del
mito evoluzionista: quello dal minerale al vegetale, per di più
clorofilliano.
Composti chimici inorganici si sarebbero organizzati in numerose varietà di
alghe azzurre, capaci di riprodursi, alimentarsi da sé in un ambiente ostile
e fornire i materiali biologici per preparare -preveggenti - la strada ad
altre, successive forme di vita.
Intanto, imparando ad organizzarsi in un ecosistema complesso come una
primordiale barriera corallina.
Un miracolo del caso e della necessità.
E si tenga presente - piccolo particolare - che i minerali non partecipano
alla «competizione per l'esistenza»: non sentono l'urgenza di alcuna
«spinta» ad evolversi in qualcosa di organizzato ed auto-riproducentesi.
Un'altra smentita all'evoluzionismo casuale è venuta dagli astronomi, e dai
loro studi recentissimi degli eso-pianeti, ossia dei pianeti che ruotano
attorno a stelle diverse dal sole.
«La scoperta di enormi 'Giovi caldi' vicinissimi alla loro stella impone
l'idea che questi astri siano emigrati con una rapidità a cui nessuno aveva
pensato», ha detto Yann Alibert, dell'università di Berna, al 18mo congresso
astronomico di Blois (2).
Cerchiamo di seguire il ragionamento degli astronomi, secondo l'ipotesi più
accreditata fino ad oggi.
«In principio», al posto del nostro sistema solare, c'era una immane nube di
gas e polveri in rotazione; 4,6 miliardi di anni fa, per brutale collasso
gravitazionale, questa massa si coagula nel proto-Sole.
Circondato però da un titanico disco di detriti, enormemente più spesso,
denso ed esteso degli anelli di Saturno, e con un bordo esterno molto
«scampanato».
In questa materia rotante attorno alla stella centrale si sarebbero formati
i pianeti.
Come?
L'ha spiegato - o almeno ipotizzato - Jonathan Lunin, dell'università
dell'Arizona.
Il punto cruciale, nell'immane disco o serie di anelli, sarebbe quello fra
il materiale esposto al calore proto-solare, dove l'acqua restò allo stato
di vapore, e la porzione più arretrata nello spazio siderale, fredda, dove
l'acqua si è condensata in ghiaccio.
Agglomerandosi alle polveri, questi cristalli di ghiaccio avrebbero
raggiunto, al di là della «linea del gelo», una densità sufficiente a
formare i primi embrioni di pianeti.
E' dunque oltre la «linea del gelo» che gli scienziati cercano i segreti
della formazione dei quasi-pianeti, quelli che secondo l'ipotesi devono aver
formato i corpi giganti e gassosi del tipo di Giove e Saturno.
Ma per esistere, questi corpi «devono vincere una gara di velocità con
l'attrazione della stella centrale», ossia «ingrossarsi il più presto
possibile, altrimenti vengono frenati dal gas del disco e finiscono per
essere sgretolati e divorati dal colossale attrito con il materiale in cui
corrono. E nessun modello matematico, nessuna ipotesi è capace fino ad oggi
di spiegare questo passaggio critico da detriti della dimensione di un metro
a quella superiore a un chilometro di diametro».
La «crescita» del pianeta deve essere tanto più rapida, perché il corpo
possa assumere la massa sufficiente per attrarre in fretta tutto il gas che
poi costituirà il «super-Giove».
«E il tempo manca», dicono gli astronomi.
L'osservazione dei dischi che circondano le stelle super-giovani inducono a
ritenere che questi dischi di gas e polveri si dissipano nella spazio
siderale in soli 5 milioni di anni.
Un istante, in termini astronomici (per confronto, il Cambriano esplose di
vita 600 milioni di anni fa).
In cinque milioni di anni, un corpo in formazione non può raggiungere le
dimensioni di Giove o dimensioni ancora maggiori.
Tanto più che si è constatato che il corpo di questi proto-pianeti ridiventa
«instabile», e tende a sgretolarsi di nuovo, quando raggiunge le modeste
dimensioni di Marte.
Ciò perché, secondo i modelli matematici, la migrazione verso l'interno del
disco viene anch'essa accelerata, fin oltre la «linea del gelo» e dunque
fino alla vaporizzazione del pianeta embrionale a contatto col suo sole.
La difficoltà non può essere risolta che ricorrendo ad un'altra ipotesi: che
i pianeti si formino non solo per aggregazione, ma ad un certo punto per
collasso gravitazionale che li addensa, una replica in piccolo di quello che
(sempre secondo l'ipotesi) è già avvenuto al momento della formazione della
stella.
Ma i planetologi non ci possono credere, le masse in gioco non essendo
abbastanza importanti.
Un'altra difficoltà viene dal fatto seguente: nel nostro sistema solare, i
grandi pianeti gassosi, Giove e Saturno, sono molto lontani dal Sole.
Negli altri sistemi planetari, i giganti gassosi sono vicinissimi alla loro
stella.
«Un gioco di risonanze tra Giove, Saturno e il disco di asteroidi che li
circonda potrebbe spiegare la cosa», azzarda Alessandro Morbidelli,
dell'osservatorio della Costa Azzurra.
Ma in ogni caso, questi studi portano ad una conclusione che gli astronomi,
e ancor più gli evoluzionisti, vorrebbero evitare: il nostro sistema solare,
con la sua organizzazione di pianeti, è diverso da tutti quelli studiati.
Non è un caso fra i tanti, ma una «singolarità», la cui formazione ha
richiesto circostanze «molto particolari», ossia insolite, eccezionali e
improbabili, non avvenute negli altri sistemi planetari.
Un caso?
Ancora e sempre un cieco caso?
E il tutto in cinque brevissimi milioni di anni?
E' mancato il tempo per formare il sistema solare a forza di caso.
E' la rapidità che smentisce la casualità.
Ma la rapidità dell'apparire di pianeti, e poi dell'ecosistema primigenio,
suggeriscono irresistibilmente qualcosa: era in corso l'attuazione di un
progetto finalizzato ad uno scopo.
E il progettista non avanzava a tentoni, per prove ed errori pigramente
casuali; a quanto sembra, procedeva velocemente a formare il substrato
biologico del futuro, sapendo perfettamente quel che voleva ottenere.
Così, si noti, il motore di un'auto è formato di materiali naturali, ferro,
alluminio, rame, combustibile.
Ciò che lo distingue come prodotto artificiale è l'assemblaggio in modi
«insoliti», eccezionali e improbabili, non reperibili in natura, di questi
materiali, in base ad un disegno volto alla locomozione.
Ci resta una curiosità non scientifica: quella primordiale barriera
corallina senza coralli e senza pesci, in un mondo senza ossigeno, sarà
stata «bella»?
Avrà avuto il pullulare di gialli, di blu di rossi e di fosforescenze che
riempie di meraviglia il cuore di ogni subacqueo di oggi che sorvola senza
peso madrepore, spugne, polpi, anemoni e conchiglie violacee?
Scientificamente, si ha buon gioco a rispondere con sicurezza di no.
I colori sono uno «spreco» energetico, dicono i darwinisti (questi borghesi
economisti, taccagni), e la spesa si giustifica solo per vincere nella lotta
per l'esistenza, per attrarre la femmina (o il maschio o l'insetto
impollinatore) più adatti, «contro» i concorrenti.
Non c'erano ancora occhi, e «perciò» il mondo non aveva ancora bisogno di
essere bello.
Il progettista stava solo preparando il substrato per la futura esplosione
biologica, la tela ruvida per la sua tavolozza; bisognava lasciar tempo alle
alghe cianotiche (chissà quanti miliardi di tonnellate, queste piccole vite
che ci hanno regalato l'aria per cui viviamo) di sintetizzare ossigeno
gassoso, e composti azotati per quelli che sarebbero venuti dopo con i loro
occhi - non uno, ma due modelli di occhi completamente diversi, gli
sfaccettati e quelli con la lente cristallina.
Ma chi può dirlo.
Dopotutto, un solo tipo di alga bastava allo scopo tecnico.
Invece, già 3,5 miliardi di anni fa, ce n'erano numerose, probabilmente
anche specie oggi estinte.
Uno spreco, in termini energetici.
Chi ama, infatti, spreca denaro in mazzi di rose, cioccolatini di forme
inutilmente graziose e varie, e diamanti e rubini prodigiosi incastonati in
gioielli del tutto superflui.
L'amore, generoso e travolgente, non bada a spese vitali.
Forse quella barriera primigenia che nessuno occhio vide, inimmaginabile,
era già splendida.
Forse l'ingegnere non stava solo fabbricando un substrato, ma già amava
passeggiare in un giardino.
Note
1) Stephane Foucart, «Des écosistèmes bactériens complexes existaient il y a
3,4 milluards d'années», Le Monde, 10 giugno 2006.
2) Jerome Fenoglio, «Loin d'etre un modèle, notre système solaire serait une
curiosité», Le Monde, 2 giugno 2006. Si noti il cauto eufemismo: il nostro
sistema solare viene detto «una curiosità», per evitare di dire
«un'eccezione improbabile».