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televisione e medium   Elenco di messaggi  
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 di Gianantonio Valli

Il Piccolo Schermo agisce sull'inconscio grazie al suo linguaggio particolare, poiché il funzionamento degli strumenti di ripresa è molto diverso da quello dell'occhio umano: la telecamera non riprende mai quello che lo spettatore vedrebbe se fosse davvero sul posto. L'occhio opera sui campi lunghi, offre continuità d'azione e panoramiche complete, eventualmente scendendo sui dettagli in un secondo tempo. La telecamera invece riprende,indugiandovi innaturalmente, soprattutto i particolari, poiché i dettagli attirano maggiormente l'attenzione dello spettatore. Non solo: essa può essere posta in modo da deformare o persino celare la realtà: due inquadrature diverse di una piazza riempita da scioperanti, nota "Focus", possono far sembrare la manifestazione un successo o un fallimento.

L' impressione di vedere gli avvenimenti con i propri occhi può poi essere accresciuta in diversi modi. Nel collegamenti in diretta i rumori di fondo,anche se forti, vengono solitamente conservati, anche se le diverse piste del sonoro permetterebbero di eliminarli. Inoltre, il conduttore può interrrogare dallo studio l'inviato sul posto, inducendo lo spettatore a far sue le domande a questo rivolte. Tale effetto è ancora più evidente se il presentatore è posto davanti a uno schermo dal quale le immagini arrivano in diretta: l'identificazione di chi guarda da casa è completa, la censura invisibile è completa, essendo fatta implicita, interiorizzata negli occhi, ricreata e persino voluta dal cervello dello spettatore (altro, quindi, che "finestra sul mondo"!).    

L'idea del medium "neutrale" deriva, in effetti, dall'alfabetizzazione, che ci fa considerare la stampa come il medium informativo tipico, ove è il lettore ad agire da elaboratore, e cioè da soggetto attivo. Per intendere una sequenza di parole, cioè una successione di neri segni grafici su una superficie, l'uomo deve, infatti, trasforimarli attivamente in immagini mentali; la lettura richiede al lettore di ricreare da sé il mondo del testo nella sua mente, ricostruendo da sè e dentro di sè il contenuto dell'informazione. Quando leggiamo, scrive Derrick  Kerckhove, allievo di McLuhan, dobbiamo creare "un senso interiore": "Oltre ad essere il materiale di cui è fatta la nostra immaginazione, la lettura è anche il principale strumento grazie al quale possiamo mantenere il controllo di un processo immaginativo destinato a nutrirsi di libri nel corso della vita. Durante la lettura di una sequenza di lettere prefissate la mente è libera di prendere autonome decisioni. E' anzi addirittura plausibile che l'idea stessa di Io individuale e di senso d'identità derivi in primo luogo dalla lettura".      

Solo chi può sviluppare un proprio punto di vista è, invero, a tutti gli effetti un agente libero: "Con la TV, però, il punto di vista è al di fuori, e vi guarda dentro attraverso un fascio di elettroni". Quando il mondo occidentale era regolato solo dai libri, c'erano un "dentro" e un "fuori" per le nostre esperienze psicologiche. Il dominio esterno era pubblico, collettivo, stabile, affidabile ed oggettivo, era istituzionalizzato dalla legge, dall'istruzione e dalla scienza. Il dominio interno della mente, per ognuno di noi, rimaneva privato, personale e soggettivo.

La TV fornisce invece un tipo di realtà "mentale" al di fuori del corpo e della mente. Mentre guardate la TV, se la vostra mente non si mette a vagare, se non avete in mano il telecomando, le immagini dello schermo si sostituiscono alle vostre. Partecipate all'immaginario collettivo, al pensiero collettivo che essa vi offre. In televisione, le immagini non provengono da un'esperienza personale, ma dal lavoro di una equipe di produzione professionale, spesso fortemente influenzata dalle statistiche e dalle indagini di mercato".     

Le confuse particelle d'informazione lanciateci dal Piccolo Schermo e concernenti il nostro mondo problematico, complesso ed estremamente vario, non rappresentano alcunchè di vicino al reale. Non è con gli spezzoni sincopati d'immagini accompagnati da commenti artefatti, che possiamo avvicinarci alla realtà. Quanti fra i telespettatori dell'esecuzione, avvenuta il 10 febbraio 1968, del "povero giovane" Van Lem, ufficiale dei Vietcong, celato dietro il nome di battaglia di Bay Lop,da parte del generale Nguyen Ngoc Loan, capo della polizia di Saigon, conoscono i retroscena del fatto? L'esecuzione, ripresa dai fotografo Eddie Adams dell'Associated Press e dal cameraman sudvietnamita Vo Suu della NBC, viene trasmessa i giorno seguente col titolo Rough Justice on a Saigon Street, "Giustizia sommaria in una via di Saigon", ed entra nei libri di storia. Enorme è l'impressione ,sul pubblico, nonostante i ritocchi compiuti onde evitare agli spettatori il fiotto di sangue che sprizza dalla testa del condannato. Quanti condividono i termini, usati da Stanley Karnow per Loan, di "spietato ufficiale", "spietata repressione" e "ben poca magnaminità", e della riduttiva qualifica di "Uomo sospetto di appartenere al Vietcong" per il terrorista?    Molti, certo. Quasi tutti, forse. Ma quanti sanno che, poco prima, iI "povero giovane" cui salta la testa sotto l'impatto della pallottola aveva brutalmente assassinato diverse persone, tra cui un poliziotto, sua mogIie e i tre bambini, ai quali non era stata concessa l'eguale fortuna di avere a disposizione una squadra di cameramen, cadendo per questo in un eterno oblio?        

Ciò che le immagini fanno idealmente, è invero,con le parole di Jeffrey Mander, "rendere il mondo tanto confuso,grossolano e spento quanto lo stesso mezzo televisivo". Al posto del silenzio, della completezza dell'informazione, della meditazione permessa dal libro e dalla ricerca, spesso non facile,di una esaustiva documentazione, ci sono nella televisione frastuono, frammentazione, suggestione e tecniche di persuasione, esplicita o più o meno occulta, facenti leva sulle caratteristiche sensoriali e mentali più basse dell'essere umano.

Con la sua sola presenza, e a maggior ragione col vibrare delle onde elettromagnetiche, la televisione minaccia la sacrosanta autonomia che l'essere umano ha faticosamente acquisito grazie al leggere-scrivere.        Sempre più arduo, quando non impossibile per chi non abbia la mente - e il cervello -prestrutturati, si fa il pensiero meditato e lineare, logico e consequenziale. Come rileva lo psichiatra Vittorino Andreoli, la televisione, in particolar modo quella commerciale, porta a smarrire la parola, disorganizza e destruttura il pensiero (soprattutto nei giovani), massacra non solo e non tanto i programmi trasmessi  ai suoi fini, quanto la più profonda capacità di coerenza dell'essere umano, la sostituisce con l'evocazione (passiva) di "punti" meramente successivi - spot-e schegge telefilmiche.

"Ogni storia" - scrive Andreoli - " è frammentata dal produttore per inserirvi spot, la vera motivazione dell'impresa televisiva, e dal singolo per la curiosità di verificare gli altri canali. Le immagini sono più efficaci del linguaggio verbale, sia perché sono immediate, sia perché suscitano emozioni forti. Una foto è generalmente più espressiva di una parola e ancor più di un suono e di un rumore. Nello zapping si uniscono i due codici di comunicazione e l'insieme ricorda un caleidoscopio parlante, con variazioni di colore, di toni e di vocaboli urlati o sussurrati [... ] Se confrontato con il sistema della Scolastica e dunque con il procedere per gradi e per regole fisse (il sillogismo, la metafora, la sineddoche),lo zapping appare follia, schizofrenia appunto. Un disturbo che si caratterizza per la dissociazione logico-verbale e per la mancanza di qualsiasi coerenza razionale [... ] Lo zapping ha tre possibilità: ordinarsi in categorie della mente preformate (innate) o di formazione storica, o riflettersi senza elaborare nulla. La mente in quest'ultimo caso è passiva e si azzera non appena lo stimolo si spegne. La constatazione è che il giovane d'oggi non funziona per sistemi: non rispetta le sequenze né della logica razionale ne di altre logiche. Come se tutto si accumulasse senza ordine. Rimane naturalmente la facoltà di pronunciare parole, suoni, di usare espressioni mimiche:     insomma di comunicare per zapping.

I giovani d'oggi sono abilissimi nell'evocare,ma incapaci di costruire periodi. Come se le strutture della mente si fossero fermate e, appunto, dissociate".        E all'italiano si affianca De Kerckhove,nel saggio dal significativo titolo Il Corpo tecnologico: "Quando si legge un romanzo, la parola scritta è interiorizzata e questa interiorizzazione è anche la condizione di appartenenza al Sé e di organizzazione della coscienza personale. La coscienza individuale non esiste senza questa appropriazione dell'immaginario e la riappropriazione dell'immaginario dipende dallo sviluppo della storia della letteratura, che è fondamentale per l'educazione dell'immaginario privato degli individui: leggere romanzi, poesie, è una forma di riappropriazione di sé stessi. Ma quando appaiono la fotografia, il cinema e soprattutto la televisione, tutto cambia. E' con la televisione che si completa la rivoluzione dell'esteriorizzazione totale dei principio d'immaginazione, portato all' esterno della mente, su di uno schermo".

"Tra tutti i sistemi di scrittura" - continua il canadese in La civilizzazione video-cristiana - "l'alfabeto fonetico è quello che favorisce maggiormente la messa in circolaziotie dei concetti. Questo implica che le, attività cerebrali incoraggiate dalla scrittura e dalla lettura alfa-fonetiche ci allontanino doppiamente dall'esperienza sensoriale immediata,innanzi tutto con la rappresentazione e poi con la concettualizzazione cui questa rappresentazione rinvia".              

Analizzando il contrasto o, meglio, la radicale alternativa tra parola ed immagine, uno studio inglese compiuto su un campione di quarantamila persone, pubblicato nell'autunno 1994 dalla rivista scientifica "Nature" rileva lo strapotere del medium televisivo nei confronti, per esempio, della radiofonia (e tanto più nei confronti della parola scritta). Conviene maggiormente - chiedono gli autori - ad uomo politico che vuol dare di sé un'immagine suadente, servirsi più della radio o del Piccolo Schermo? L'ovvia risposta - ne concorderà il lettore - è la seconda:in televisione, a meno di evenienze del tutto singolari, legate soprattutto a chi lancia il messaggio, le bugie passano più inosservate, sicché lo spettatore si lascia convincere  più facilmente. E la differenza tra i media non dipende dal tipo di pubblico che segue i programmi, perché, nel caso della radio, una stessa persona rileva più facilmente se chi parla afferma il falso o non è convincente. A governare l'imbonimerito televisivo è,infatti, il meccanismo dello sfruttamento dell'attenzione selettiva: il concentrarsi dello spettatore su stimoli particolari, accompagnato dallo "spegnimento", più o meno radicale, degli altri. Sul Piccolo Schermo passano così in netto secondo piano i segnali verbali (le parole, il loro numero, la lunghezza delle frasi), travolti o perfino sostituiti da quelli vocali (il modo con cui le parole sono pronunciate, l'intensità della voce, le pause, le esitazioni) e da quelli visivi emessi durante la comunicazione (presentazione globale, sguardo, in movimento del corpo,espressione del viso).

 Inoltre, rileva Anna Oliverio Ferraris, docente di Psicologia dell'Età Evolutiva, a differenza che per la vita reale, ove quando guardiamo un gruppo di persone o un paesaggio percepiamo soltanto una parte dei quadro visivo con la fovea - cioè con quel punto della retina in cui la visione raggiunge la maggiore acutezza - percependo il resto con la meno nitida visione periferica, quando guardiamo il teleschermo "poiché esso è di piccole dimensioni, noi percepiamo l'intera immagine con l'acuta visione della fovea: in questo modo, mancando la visione periferica, la nostra attenzione per l'immagine televisiva aumenta e, aumentando l'attenzione, tende ad aumentare anche il rilievo che noi diamo alle immagini che stiamo guardando.

Un secondo fattore è legato al movimento. La nostra attenzione di spettatori dipende anche dalla quantità di movimento presente sullo schermo: un ritmo veloce ha in linea di massima l'effetto di aumentare il livello d'attenzione. Movimenti rapidi, musica incalzante o forte producono uno stato di allerta del sistema nervoso". 

Col passare del tempo, tale ipercinesia comporta però conseguenze sgradite di affaticamento, calo dell'attenzione cosciente e intorpidimento: "In più dell'80% delle persone il cervello ha un ritmo alfa durante l'ascolto prolungato, si verifica cioè una condizione cerebrale di rilassamento prossima al dormiveglia in cui i muscoli sono rilassati e gli occhi atonici. A quel punto gli stimoli provenienti dal teleschermo possono assumere una valenza irreale, simile al sonno. Questo spiega quella sorta di trance in cui cadono molti spettatori dopo un'ora o più di esposizione al teleschermo. E può spiegare anche la funzione ipnotica della TV, la difficoltà a "staccarsi" dallo schermo e il fatto che su alcuni la televisione agisce come un sonnifero".             

Dal punto di vista neurofisiologico l'attenzione è stata studiata misurando i tipi di onde cerebrali che si attivano quando uno stimolo viene inviato da un certo centro piuttosto che da un altro e attraverso un certo canale sensoriale piuttosto che un altro. Nell'area corticale in cui lo stimolo viene decodificato, per esempio, si verificano particolari modificazioni elettrochimiche, dovute all'entrata in gioco della formazione reticolare e del talamo, due centri nervosi da cui dipendono le caratteristiche degli stati di vigilanza. Come rileva De Kerckhove: "Alcuni generi di attività concertate e praticate a lungo incoraggiano delle specializzazioni selettive, che ,s'inscrivono e si consolidano nell'insieme relativamente flessibile del cervello e di tutto il sistema nervoso, soprattutto nella prima infanzia".      Sono i "nuclei della base" - la sostanza reticolare ed il talamo - a determinare gli stati di attivazione della corteccia, cioè uno stato di maggiore o minore attenzione a questo o a quello stimolo; attraverso un complesso gioco di azione-retroazione, essi aprono però i canali preferenziali per gli stimoli non tanto in modo autonomo, quanto in seguito alla superiore "decisione" della corteccia di prestare al mondo esterno un particolare tipo di attenzione. Attraverso tali meccanismi la coscienza, cioè la risultante sistemica dell'attività integrata di ogni singolo centro nervoso, tale per i miliardi di eventi che l'hanno strutturata quale unicum irripetibile, può:       1 ) localizzarsi su un certo aspetto del mondo esterno,          2) vagare senza un punto fisso d'interesse o       3) trovarsi in un vero e proprio stato di confusione, nel quale gli stimoli si accavallano in continuazione e l'attenzione fluttua anarchicamente.

E' stato in tal modo osservato, rileva il fisiologo Alberto Oliverío, che se si presta attenzione ad un unico canale sensoriale - quello uditivo nel caso della radio tutti -gli altri stimoli vengono tagliati fuori, per cui l'ascoltatore ha modo di rilevare, e analizzare criticamente a dovere, le pause, le inflessioni della voce, i tentennamenti e le ripetizioni, tutte cose che spesso "spiazzano" chi vuoi far credere qualcosa di falso. Nel caso del Piccolo Schermo, invece, l'abile mentitore ha tutto il modo di distrarre lo spettatore, in quanto questi si sofferma "naturalmente" sullo sguardo accattivante di quello, magari sul tic che lo "fa  personaggio" sul modo in cui è vestito, etc., trascurando le caratteristiche intrinseche del messaggio uditivo.       Inoltre, "spettacolarità e ritmi delle trasmissioni creano condizioni di facile credibilità e favoriscono il formarsi di opinioni che sono razionali solo in apparenza. La nostra mente, infatti, è caratterizzata da strategie che le consentono di rispondere rapidamente a una particolare situazione sulla base di un giudizio di massima,ma questo giudizio va rivisto e corretto attraverso una logica meno "intuitiva", il che non è generalmente possibile quando i tempi sono molto rapidi, come negli show televisivi in cui succedono "tante cose", una serie di eventi e testimonianze che di continuo propongono nuovi problemi, senza lasciare il tempo di affrontare razionalmente un problema posto all'inizio".       

In particolare nel campo della pubblicità (ma non meno in quello dei notiziari giornalistici), a prescindere dall'incredibile alluvione di vacuità e (apparenti) insensatezze, si "sparano" senza problemi immagini velocissime con continui mutamenti di scena che provocano una "conoscenza involontaria" attraverso un autistico aumento dell'attività cerebrale (in uno spot della Pontiac l'immagine più lunga fu di un  secondo e mezzo, la più breve di un quarto di secondo!). E' indispensabile, quando ci si proponga di catturare l'attenzione del telespettatore,rispettare una precisa cronodinamica fatta di ritmi rapidi, di frasi semplici e brevi, di immagini che colpiscono immediatamente la fantasia e i sentimenti, è indispensabile limitare quando non escludere esplicitamente il processo logico. Come sottolinea compiaciuto Carlo Freccero, "per avvincere il maggior numero di spettatori per il maggior tempo possibile, la TV deve domandare uno sforzo mentale minimale". La maggior parte delle tecniche televisive affonda, infatti, le radici nello sfruttamento e nell' inversione di una tendenza umana con basi emotive: l'interesse è per i momenti salienti. Con ciò non solo suggerendo implicitamente l'inutilità dello sforzo,dell'applicazione e della fatica personale ai fini della crescita informantiva intellettuale (e quindi in ogni caso morale), ma anche trascurando o relegando in secondo piano ogni sfumatura psicologica e l'incredibile, meravigliosa complessità della vita.             

Occorre quindi da parte nostra avere sempre presente tutta la profondità della confessione di Bob Silberberg, che va perfino al di là di ogni manipolazione specificamente politica (anche se fare di una persona uno zombi è un fatto, ovviamente, politico): "L'errore più grave consiste nel credere che noi in televisione lavoriamo per produrre  programmi. Ciò è assolutamente falso. Benché le trasmissioni siano il nostro prodotto visibile, in realtà le grandi reti televisive americane lavorano per produrre telespettatori (corsivo nostro). Dovere dello spettatore, oltre certo che lasciarsi educare alla way of life americana, è quindi in primo luogo (od in ultima istanza) dimostarsi, attraverso il consumo del prodotti offertigli in così calda abbondanza, concretamente solidale cori il Sistema che di tale way of death ha fatto il suo marchio e il suo vanto. Nulla quindi di più naturale che la produzione di telespettatori, adescati da programmi totalmente coinvolgenti nella loro irrealtà, debba essere affinata dai necessari "consigli per gli acquisti".       

E' proprio per questa ragione che negli otto anni in cui rimane alla Casa Bianca, Reagan blocca con veto ogni proposta di legge tesa a limitare la presenza oraria delle interruzioni pubblicitarie nei programmi per ragazzi. L'ultima proposta, respinta pochi giorni prima della scadenza del suo mandato, prevede limitazioni assai modeste: un massimo di dieci minuti e mezzo ogni ora durante i weekend e di dodici minuti nei giorni feriali). Due anni dopo, ottobre 1990,in seguito ad un contrastato voto favorevole del Senato, anche il Congresso finisce però per approvare quel provvedimento. Ma il nuovo presidente Bush, dopo aver minacciato di porre il veto in nome del Primo Emendamento (quello introdotto a tutela della libertà di parola) e visto che la proposta gode ormai di un largo appoggio tra insegnanti, genitori psicologi e del clero più illuminato, deve lasciarla passare (dissociandosi col rifiuto di firmarla).        Nonostante l'opposizione di Bush possa far pensare che le nuove norme comportino una radicale riforma del settore in questione, esse non costituiscono tuttavia nulla di rivoluzionario né di illuminato. La nuova legge, in vigore dal 1991 pur senza la firma presidenziale, non fa, infatti, che un riferimento marginale ai  program-lengt commercials (Comunicati commerciali che hanno la stessa durata dei programmi per ragazzi) e a quel prodotti in cui spettacolo e pubblicità sono fusi indissolubilmente.     I program-lenght commercials cui la legge non applica limitazioni sono per lo più programmi di cartoni animati. I loro personaggi sono, come per il cinema, anche giocattoli di successo, albi a fumetti, magliette, spugne e saponi, scarpe e sandali,dischi e orchestrine, presenti nell'inesauribile galassia del merchandising.   

I più redditizi sono The Simpsons, New Kids On The Block e soprattutto, per i più piccoli, Teenage Mutant Ninja Turtles, mostruose tartarughe extraterrestri dai nomi di Michelangelo, Leonardo, Raffaello e Donatello. Il mercato mondiale dei prodotti su licenza dell' "industria dei sogni" passa dai poco più di dieci miliardi di dollari del 1980 al ben sessantacinque del 1989. Il 90% delle licenze riguarda immagini prodotte negli States e, al contrario di quanto è accaduto agli inizi degli anni Ottanta, oggi si punta solo su personaggi e programmi già affermati nel circuito elettronico multimediale.       

Di Roberto Giammanco è una prima conclusione sull'onnipervadenza del medium televisivo che, dietro la frenesia operativo/Ideazionale, non rivela però un sano movimento, la differenza, la vita, ma il pullulare della putrefazione, il movimento della decomposizione incessante: "Con l'avvento del mercato multimediale sono cadute tutte le barriere tra fiction , informazione, programmi per adulti o per ragazzi, elettorali o seriali. Ciò, inutile dirlo, non significa che non esistono più mercati specifici. La totalità del mercato, nel suo complesso modo di produzione sociale, esige che tutti i suoi prodotti siano intercambiabili  perché isolati da obiettivi unicamente promozionali, indissolubilmente sincronizzati . La circolazione delle merci esige una frenetica pluralità, ma teme come nient'altro la diversità".            

La televisione potenzia il consumatore universale che sonnecchia in ogni esempiare di Uomo moderno, quel tipo sociale ormai ridotto ad "eroe" che prolunga la sua esistenza solo nel plurale: come pubblico che ascolta ed acquista o, ancor più astrattamente, come "richiesta di informazione" e "quota di partecipazione".    "Avanguardia dell' umanità" ,gli States investono il loro cittadino - il loro utente/usato - con una miriade di immagini: 12.000 quotidiani e altrettanti periodici riempiono di foto rutilanti le edicole, 20.000 cinema proiettano per ore ventiquattro fotogrammi al secondo di inquadrature audiovisive, 30.000 negozi noleggiano milioni di chilometri di videonastri, centosessanta milioni di televisori diffondondono immagini  per una media di sette ore giornaliere ciascuno. "Icone" - commenta Luigi Allori - "feticci, informazione, pubblicità, spettacolo, arte: le immagini sono l' "altra vita" di noi tutti, forse più vera, o verosimigIiante, di quella primaria. Sono palcoscenico, giornale, specchio, guida, documento, veicolo, immaginazione, messaggio, imbonimento, propaganda, manipolazione, compagnia, babysitter, solitudine , sapere, ignoranza".

All'età di sessantacinque anni, l'americano medio ha inoltre assorbito, frammezzo a tale caos di immagini televisive, due milioni di annunci pubblicitari. Se a questi si assommano poi quelli radiofonici, quelli sui quotidiani, i periodici e i cartelli stradali, le dimensioni del sovraccarico simbolico, e quindi dello svuotamento del simbolo, non hanno precedenti nella storia dell'umanità. "I freni sono così pochi" - scrive al proposito Postman - "che si può parlare di una forma di violenza culturale, sancita da una ideologia che conferisce una supremazia senza limiti al progresso tecnologico ed è indifferente al disfacimento della tradizione".

La televisione, nota il tedesco Bernd Guggenberger, fa parte "del mondo del denaro di carta e degli alberi di plastica, delle società-fantasma e dei matrimoni per prova, dei piani bellici e della simulazione di volo, dei valori-limite e dei contatori geiger. Quando natura e valori, attività e unioni, volo e decisione, rischio e pericolo vengono simulati, in queste condizioni non è dunque normale simulare la vita stessa, per mezzo della televisione, e tutta la scala dei sentimenti e delle sensazioni, finché l'illusione riempirà i vuoti della vita?".  La televisione determina l'essere e il non-essere, l'esistenza sociale e l'indifferenza. Ciò che penetra nel cuore e nel cervello delle masse deve prima passare attraverso l'obiettivo. Solo la televisione crea oggi una dimensione pubblica, nel senso che essa fornisce definitivamente ad una persona o ad un avvenimento il valore di notizia. Essa ha la massima competenza di accredito, cui nessuno dei media minori può sottrarsi. L'attestato di nobiltà lo concedono oggi i moderatori delle grandi trasmissioni con molto pubblico: "Da tempo permettiamo che, cacciata la precedente, una nuova aristocrazia la faccia da padrone sullo schermo e noi concediamo, a questo fior fiore dei media, dei privilegi che hanno tolto di mezzo i privilegi di nascita del passato e ogni rossore pudico sul viso La televisione è il potere culturale imperiale, che adegua tutto a se stesso, dal cerimoniale delle visite dei papa fino ai giochi infantili, dalle abitudini alimentari della famiglia media fino alla retorica e alla drammaturgia dei dibattiti parlamentari. La televisione crea uomini e temi, decide,in misura che non ha precedenti storici, delle possibilità creative, individuali, vitali e sociali".       

Ma all'illusione - a parte quegli spiriti liberi che, pur consci degli attuali rapporti di forza e della presunta irreversibilità del Sistema, restano fedeli Sempre e comunque all'insegnamento dei Padri sugli spalti del realismo e dell'antidemocrazia - c'è qualcuno che riesce a sottrarsi. E quel qualcuno sono proprio gli artefici, i promotori di quell'illusione, gli appartenenti alla classe A dell'huxleyano Brave New World. E'ancora Guggenberger ad illuminarci con linguaggio pregnante: "Ciò che comincia a delinearsi sono i contorni di una nuova divisione di classe contro quella diagnosticata da Karl Marx, che era soprattutto incomparabilmente più "Innocua", se non altro perché non costrinse al silenzio definitivo l' "arma della critica", l'unica vera, e propria, "forza del debole", che può volgersi in superiorità. Ciò che si va delineando è un disfacimento del corpo sociale tra i pochi attuali suoi fautori e la grigia massa dei "manipolati", tra gli affannati utilizzatori e i massacratori  del tempo, divertimento-dipendenti e sempre bisognosi di distrazione, tra chi non ha mai tempo e chi ne ha sempre, tra gli attivi e i passivi, tra i pochi potenti produttori di realtà ed il molti consuImatori di questa "realtà di seconda mano" ".      

E' ancora l'antica, sempre nuova conferma  dell' impossibilità logica, dell'immoralità filosofica e dell'inganno pratico della democrazia.         

Conoscere se stessi ed il mondo, pensare ed agire con coerenza sono le attività più faticose - e più nobili - che la vita permette all'uomo. La televisione, a prescindere dal cosa, esercita una così forte attrazione proprio perché non richiede, democraticamente, né lavoro fisico né sforzo mentale. "Fatica e durezza" - ribadisce Guggenberger- "sono ormai virtù non previste in una comunità del divertimento teleservita. I promotori dei programmi di massa patteggiano in modo palese con le nostre inclinazioni più basse: con la nostra pigrizia e la nostra seducibilità.

Ci si può veramente mostrare inorriditi di fronte al costante aumento della criminalità violenta e allo stesso tempo non trovar niente da ridire sul fatto che noi adattiamo la generazione che ci segue, fin dalla prima infanzia, sistematicamente, ad un mondo in cui delitto e assassinio rappresentano la massima attrazione".                       

Non esiste divoratore di avvenimenti più affamato del Piccolo Schermo, non esiste istituzione socialmente più distruttiva della televisione, non esiste caricatura più mordace della famiglia di quella che la ritrae raccolta in posizione allineata di fronte al tubo catodico. Nient'altro insidia più potentemente il valore e l'essenza della famglia e dell'amicizia, della particolarità regionale, dell'orgoglio razziale e della trasparenza politica. Nulla ostacola di più la mente umana, nella serena valutazione di un fatto, quanto l'assidua consumazione di divertimento e di spezzoni "informativi" offerti dai video-media. Chi cerca le sensazioni e le finzioni del Piccolo Schermo è perso per i problemi del mondo reale.                   

Il solipsismo, l'alienazione, il disfarsi di quelli legami interpersonali che formano la struttura, non solo di una ridotta comunità, ma di un'intéra società - che sono quella comunità e quella società - sono stati, se pure non generati,ricreati e potenziati dal mezzo televisivo. Ancora più allucinanti sono le prospettive: in Giappone,nel piccolo centro di Higashi-Hikoma, interamente sottoposto a telecollegamento via cavo, i bambini non vanno più a scuola (il maestro insegna per televisione), il medico visita i pazienti nello stesso modo, le casalinghe fanno la spesa per televideo, le famiglie "dialogano" l'una con l'altra elettronicamente. Ognuno è chiuso nel suo mondo soffice, fatto di suoni e colori, senza asperità, senza contatti umani. Ognuno costruisce il suo mondo, dissociato da quello di ogni altro.         

E' addirittura Alberto Pasolini Zanelli, cantore tra' massimi della Bontà del Paese di Dio, a notare, trattando di quella Droga Virtuale che avanza in tutti i campi, ci abbraccia e ci soffoca, che "l'America, il mondo si fanno al tempo stesso più sfacciati e più furtivi, l'irrealtà elettronica è una tentazione pigra ma potenzialmente avvelenata. Già l'impoverimento e la rarefazione del dialogo hanno ridotto a due principali le occasioni e le forme di contatto fra gli individui: il sesso e la ginnastica. Se le Realtà Virtuali invadono anche questi campi si può avverare l' incubo di una società ridotta al solipsismo più o meno onirico, a scrivere, leggere, guardare,"sentire" le cose invece di farle. Il teleschermo come sostituto della vita, lo svuotamento ulteriore delle comunità naturali o storiche (la famiglia, la piazza, il bar, il luogo di lavoro) da parte di quello che qualcuno esalta come il "nuovo stare assieme". Tante Comunità Virtuali in cui si faccia capo unicamente a tastiere che alla fine sono sempre più cieche".           

Chi vuole al contrario un cittadino attivo, aperto e responsabile; chi vuole che i giovani si impegnino, si pongano mete comunitarie, lavorino alla propria maturazione e si prendono seriamente (perché solo in tal modo imparano a rispettare e a prendere sul serio anche gli altri); chi vuole sottrarre al termine democrazia la sostanza, distorta e imprigionata da due millenni in un mefitico fonema, e abbandonare, guscio vuoto, mero fiato di voce, il vocabolo; chi vuole restare fedele, con slancio supremo d'amore, alla memoria dei Padri - chi voglia opporsi e distruggere nel fondamento l'illusione democratica, la truffa democratica, il cancro democratico - chi vuole questo complesso inscindibile di cose, è credibile solo se combatte con la massima consequenzialità ciò che più di tutto si oppone,sul piano concreto, alla formazione di queste posizioni e capacità: l'egemonia psicologica e culturale della televisione. 

In ultima nalisi il pericolo operativo che deriva dalla televisione è delineato dalla sua assoluta neutralità e volgarità.Da un lato il processo di involgarimento è funzionale al raggiungimento del maggior numero possibile di spettatori, attuando una spinta verso il basso dei contenuti delle trasmissioni, in una spirale demoniaca di azioni e retroazioni che abbassano non solo la cultura e l' intelletto dell'essere umano, ma anche e soprattutto la sua coscienza. Dall'altro, il fatto che il potere industriale/finanziario - cioè chi impegna il denaro e sponsorizza i programmi si interessa a tutto, meno che a "che cosa" viene trasmesso (all'interno, ovviamente, dei limiti ideologici fissati/riconosciuti dal Sistema ,fa della televisione il medium-zero. Se i programmi vengono costruiti attorno al prodotto/messaggio da sponsorizzare, va da sé che non esistono messaggi all' infuori del prodotto/messaggio sponsorizzato .  Va da sé, scrive Maurizio Naj, che i programmi finiscono allora tendenzialmente con l'assomigliarsi tra loro, "annullando la differenza tra lo stare spento o acceso del televisore, che (per pigrizia o necessità di una presenza) ovviamente resterà acceso. Non ci sarà più la scelta di vedere "quel programma" ma, più semplicemente, si guarderà "la televisione" ".

Similare giudizio esprime il regista Brian De Palma: "La televisione è la cosa più pericolosa che il capitalismo abbia creato, una macchina educatrice che ti fornisce un insieme di valori completamente defunti e moralmente deprecabili. Almeno per ora nessuno ti obbliga ad accendere la TV e nemmeno a possederla: abbiamo la possibilità teorica di evitare il lavaggio del cervello. Ma è difficile, quando te lo fanno fin dal primo giorno di vita. Devi avere un forte controllo su te stesso per riuscire a rifiutare queste cose".

Con la televisione si compie l'aspirazione più segreta dei Sogno Americano: al di la del mito del successo e dell'autorealizzazione, la molla psicologica è ancora la frustrazione giudaica (e quindi cristiana) che obbliga l'uomo alla ricerca e creazione di un  Mondo Nuovo che non abbia le asperità, le incoerenze, le contraddizioni, il dolore di questo.

E'l'antico, sempre nuovo odio per il reale e quindi l'antico, sempre nuovo odio per l'uomo com'è, coi suoi fallimenti, le sue durezze e le sue crudeltà certamente, ma altrettanto certamente con le sue migliori qualità: il senso del reale; la freddezza intellettuale che rifiuta ogni suadente, sensoriale velo mistificante; il controllo di se stessi; l'accettazione, serena ed attiva, dei limiti insiti nella propria natura; il riconoscimento della sacralità del Cosmo,autarchica essenza.              

Con la televisione, certo nelle attuali strutture e con gli attuali condizionamenti economici, ma altrettanto certamente sotto qualsivoglia diverso cielo, si realizza per fortuna non del tutto, viste le resistenze opposte dal mondo reale - l'incubo Americano (e quindi cristiano e quindi ancora giudaico) del Mondo Nuovo,incubo che, prima di incarnarsi nel mondo hard orwelliano, è il "morbido" Mondo Nuovo huxleyano. Il teleschermo ha un impatto talmente diretto ed onnipervasivo sul sistema nervoso e sulle emozioni - e un effetto talmente ridotto sulla mente - che la maggior parte dell'elaborazione delle informazioni è, in effetti, opera sua, e non dello spettatore.              Non c'è, in tali processi, tempo sufficiente - né volontà - perché lo spettatore possa integrare su base pienamente cosciente le informazioni ricevute. Ribadisce la tedesca Hertha Sturm, Studiosa dei mass media: "Il rapido mutare delle immagini presentate menoma la verbalizzazione. Tra esse ci sono mutamenti non decodificati dell'angolo di osservazione, imprevedibili oscillazioni dall'immagine al testo e dal testo all'immagine.

Di fronte al rapido mutare delle immagini presentateci e alla loro accelerazione, lo spettatore è letteralmente trascinato da un'immagine all'altra. Ciò esige costantemente nuovi e inattesi adattamenti alle stimolazioni percettive. Di conseguenza lo spettatore non è più in grado di tenere il passo e rinuncia ad una codifica interiore. Abbiamo scoperto che, quando questo accade, l'individuo agisce e reagisce con un innalzamento di eccitazione fisiologica che a sua volta si traduce in una riduzione di comprensione. Lo spettatore diventa, per così dire, vittima di una forza esterna, di una rapida sequenzializzazione audio-visiva". 

La programmazione televisiva è deliberatamente concepita per impedire reazioni verbalizzate; tutto si traduce in un'immane operazione di condizionamento subliminale,in una rimozione delle capacità di riflessione personale e di autodeterminazione.      A differenza del libro, lo schermo televisivo è una struttura rigorosamente prescrittiva, poiché in un colpo solo incornicia le dimensioni di tutto quello che c'è da vedere e localizza l'occhio e l'attenzione dello spettatore, condizionando completamente le modalità di elaborazione e destinazione dell'informazione.  E' al contrario, pienamente coerente coi postulati spersonalizzanti della sua ideologia, l'arcivescovo milanese Carlo Maria Martini ad esplicitare nel 1991, nell'incredibile scimmiottamento francescano della pastorale sul medium televisivo, le attese che muovono ogni progressista: "Laudato sii mio Signore con tutte le tue creature / specialmente fratello televisore / che riempie ore delle nostre giornate ed è bello e irradiante con grande splendore / e di te Altissimo porta significazione". 

Un suo sodale stonacato, il socialista don Gianni Baget Bozzo, a sociologizzare l'afflato mistico del porporato: "La televisione libera da molte cose, è la nuova Bibbia del poveri, perché dando visione a tutti eleva anche gli incolti e svolge la sua funzione capitale di far crescere la coscienza del singoli", "la TV è un mezzo innocente".   

Ancor più lirico è il sillogismo teologico di don Tonino Lasconi, "esperto di media", sul bollettino della Conferenza Episcopale Italiana Servizio informazioni Religiose: "E' necessario affermare che questa abbondanza di informazione è bella: conoscere una cosa in più e sempre meglio che conoscere una cosa in meno. Se Dio è colui che sa tutto, più informazioni si raggiungono e più si diventa simili a lui, come ci è stato comandato". Lentamente, inesorabilmente, e del tutto coerentemente con l'impostazione delle cose, il moderno mondo cattolico, con le parole del nostro Lasconi, getta la spugna di fronte al progredire del Mostro: "La Chiesa è sempre restia ai cambiamenti. Ogni novità, in quanto novità, va respinta. Invece io credo che un mondo senza TV sarebbe un mondo più povero. Basta insegnare alla gente come guardarla.E' una realtà di oggi e demonizzarla è assurdo E sterile invitare le famiglie a spegnere o a razionare la televisione.E' velleitario esortare gli operatori dell'informazione televisiva ad essere profondi, oggettivi, pacati, perché sarebbe come invitarli a non farsi ascoltare".       

Nessun codice di regolamentazione, quindi, nessuna esortazione all'autoregolamentazione, nessun progetto educativo né del pubblico né, tantomeno, degli operatori cui è lecito, e spetta, fare il loro "dovere" professionale. Con l'eterna, criminale buona fede illuminista il Lasconi, palesandosi oltretutto ignorante di cibernetica e di scienza dei sistemi, sostiene che è inutile e ipocrita accusare la TV di essere elemento di disgregazione. Come sempre, le colpe risiedono altrove: "Il bombardamento quotidiano delle famiglie dagli schermi accesi non è un aspetto negativo in sé. E' necessario che la famiglia unita, armoniosa, ricca di interessi veda i programmi in compagnia" tra genitori e figli, e sappia scegliere quelli migliori e dedichi ternpo e spazio ad altre attività" (inutile dire che ciò che non esiste, ciò che va costruito e che proprio la TV impedisce di costruire, sono tale unità, armoniosità ed interessi).

A nulla valgono allora, di fronte all'ubiquitaria accettazione di tale professione di fede, i distinguo compiuti dal Lasconi in articulo mortis in margine al peana innalzato al Piccolo Schermo: "E dovere prendere coscienza che questa -grandinata di informazioni, così efficace e penetrante, se subita passivamnente e acriticamente produce pensiero debole, cervello frastornato, giudizi superficiali, bisogni inventati, debolezza cronica di fronte ai discorsi vuoti sulla bocca di volti affascinanti". Come possa il comune mortale non venir frastornato dall'imbonimento televisivo, come possa resistere al quotidiano lavaggio del cervello, il Nostro deve ancora spiegarcelo.

Qualcuno che ha vissuto un po' prima il trionfo del ciclope bruto si esprime però in in modo diverso dai tre fidenti religiosi, come il producer in Network, "Quinto Potere" rivolto ad una collega: "Tu sei l'incarnazione della televisione, indifferente alla sofferenza, insensibile alla gioia. Tutta la vita è ridotta al comune pietrisco della banalità. Guerra, assassinio, morte tutto è lo stesso per te, come bottiglie di birra, e la vita di tutti i giorni è una commedia corrotta. Arrivi persino a frantumare le sensazioni del tempo e dello spazio in frazioni di secondo e in replay istantanei. Sei la follia". E pienamente controbatte l'aspirazione dei tre cristiani suddetti, vacuizzante dell'intelletto umano, il drammaturgo tedesco Botho Strauss: "il regime della comunicazione telecratica è insieme la meno cruenta delle dittature e il più completo dei totalitarismi. Non ha bisogno di far rotolare delle teste,le rende superflue".        

Ma l'avvento del Regno - la Fine della Storia,l'Uscita dal Mondo Corrotto, l'Allucinazione della Realtà Virtuale - può essere reso possibile soltanto attraverso la deprivazione dell'io personale:

     1) Eliminare la conoscenza di se stessi - la Coscienza - rendendo impossibile la distinzione tra naturale ed artificiale. Solo l'introspezione, la conoscenza dei propri limiti, della propria fragilità e delle proprie possibilità, dei propri sensi e della propria umana strutturazione fisio-psichica permettono di affrontare il mondo esterno.  

 2). Abolire i termini di confronto col passato - la Memoria - che non tanto va criticato, quanto ignorato, giusta l'insegnamento di Isaia, LV 17: "Ecco, infatti, io sto per creare cieli nuovi e terra nuova! Il passato non sarà più ricordato, non verrà più in mente". Come si può, infatti, criticare un qualcosa che, anzi, non è mai esistito?            

3). Tenere gli uomini separati l'uno dall'altro,anche all'interno della famigIia, riducendo la comunicazione interpersonale grazie ad uno stile di vita che enfatizzi,incoraggi ed obblighi alla separatezza facendo coltivare unicamente i propri hobbies, le proprie fantasie, i propri interessi, i propri appetiti individualistici.   

4). Unificare, distorcere ed appiattire l'esperienza permessa dai sensi, da un lato incoraggiando l' "esperienza" mentale a spese di quella sensoriale, dall'altro guidando questa, pur sempre ineliminabile, in aree ristrette del comportamento (vedi l'esasperazione del sesso a discapito della totalità dei sensi e della psiche). 

 5). Tenere occupate le menti con pensieri, e soprattutto immagini,preordinati di qualsiasi tipo (il contenuto è meno importante dei fatto che la mente sia riempita), in un mondo che valorizza la velocità e non la profondità, cosicché non siano più disponibili spazi mentali "vuoti", che possano permettere una riflessione autoaestita.      

6)Incoraggiare l'uso della droga a livello sociale.Incoraggiare ogni tipo di devianza. Giustificare un tasso "fisiologico" di criminalità, "offrire" modelli umani e stili di vita "alternativi", promuovere incessantemente "liberazioni", contenendo in tal modo ogni possibile manifestazione di rivolta ad un mero livello individuale.    

7)Centralizzare la conoscenza e l'informazione, in modo che a rilasciare dati e notizie sia un'unica fonte "autorizzata", democraticamente riconosciuta, solidalmente avallata e introiettata in quanto "legittima" (più che la distruzione dei libri in sé, la distruzione cioè di fonti alternative: è questo il senso di Fahrenheit 451).    

   8) Ridefinire la felicità e il significato della vita secondo ideologie sempre più astratte, poiché qualunque cosa acquista un senso nel vuoto. Evitare le filosofie del idealismo, che portano i soggetti ad una coscienza incontrollabile dai Persuasori.  Le filosofie cui meno si può resistere sono, infatti, quelle più "razionali", e cioè più arbitrarie, quelle che acquistano un senso unicamente in rapporto a se stesse.                

A livello di massa la televisione crea dipendenza. Per il modo con cui il seriale visivo viene elaborato nella mente, esso ribalta il rapporto tra capire e vedere, ed anzi inibisce strutturalmente i processi cognitivi. "La televisione produce immagini e cancella i concetti; ma così atrofizza la nostra capacità astraente e con essa tutta la nostra capacità di capire. La riduzione-compressione è gigantesca: e quel che sparisce in quella compressione è l'inquadramento dei problema al quale le immagini si ascrivono. Perché l'immagine sappiamo, è nemica dell'astrazione, mentre spiegare è svolgere un discorso astratto. I problemi, ho detto più volte, non sono "visibili". E il visibile privilegiato della televisione e quello che "fa colpo" sui sentimenti e sulle emozioni.Il visibile ci imprigiona nel visibile. Per  l'uomo vedente (e basta) il non visto non esiste. L'amputazione è colossale. Ed è peggiorata dal perché e dal come la televisione sceglie quel particolare visibile, tra cento o mille altri eventi ugualmente degni di considerazione"(Giovanni Sartori).                

La televisione si propone, dunque, più come uno strumento per il lavaggio del cervello e per l'induzione dell'ipnosi che come qualcosa che possa stimolare coscienti processi d'apprendimento. La televisione è una forma di deprivazione sensoriale, poiché provoca disorientamento, confusione, incapacità di riflessione astratta e analitica, balbettio nella dimostrazione logica e nella deduzione razionale . Diminuisce negli spettatori la capacità di distinguere il reale dal non reale (altro che lo slogan di Walter Cronkite "l'immagine non mente"!, altro che gli effetti prodotti sui radioascoltatori dall'invasione marziana di Welles - suggestivi peraltro, di un'invasione "nazista" del Paese di Dio - in quel lontano 30 ottobre 1938!), l'interno dall'esterno, ciò che viene sperimentato personalmente da ciò che viene inculcato da fuori.

Disorienta il senso del tempo, dello spazio, della storia, della natura. La televisione sopprime e sostituisce la creatività dell'immaginazione, incoraggia la passività collettiva (icastica è l'espressione USA per definire il video-dipendente: couch potato, patata in poltrona) e addestra la gente ad accettare qualsiasi forma di autorità. E' uno strumento di mutazione, spegne le interiorità e trasforma le persone concrete, coi loro vissuti, la loro storia, le loro reticenze, le loro contraddizioni, la complessità tutta della loro evoluzione spirituale e caratteriale, nell'effimero istantaneo delle loro immagini televisive. Con lo stimolare all'azione mentre simultaneamente la sopprime, il Piccolo Schermo contribuisce infine a causare l'inquieta, afinalistica iperattività dei sistema nervoso. La televisione limita e circoscrive la conoscenza umana. Cambia il modo con cui gli uomini ricevono informazioni dal mondo. In luogo della naturale ricezione multidimensionale, propone una ridottissima esperienza sensoriale, poiché diminuisce sia la quantità sia la specie d'informazione che la gente riceve. Mantenendo la coscienza entro i suoi canali, minuscola frazione dell'area naturale  dell'informazione, induce l'uomo a credere di sapere di più, quando sa invece sempre meno.

Con l'uniformare tutti entro i propri schemi e col centralizzare in sé l'esperienza, il tubo catodico prende il posto dell'ambiente. Accelera l'alienazione dell'uomo dalla natura e perciò accelera la distruzione della natura. Distruggendo la natura, distrugge l'uomo, spingendolo ancor più dentro una realtà artificiale già invadente.

 Accresce, infine, la perdita della conoscenza personale, della coscienza personale e della Memoria storica dei popoli per mantenerne In vita una sola  "Ci devo riflettere, ma forse l'unico modello di memoria esistente in Occidente è quello ebraico", conferma al confratello Wlodek Goldkorn l'olostorico Saul Frledlander,già segretario di Nahum Goldmann e Shimon Peres - concentrando il potere dell' informazione, ed anzi l'informazione stessa, nelle mani di un'elite ideo-tecno-industriale-commerciale.

Chi siano stati i preveggenti promotori di tale élite, chi siano stati e chi siano gli araldi, i portatori, gli allucinati missionari e gli zelanti difensori del Sistema di Valori che ne ha sostanziato gli atti e distorto le menti, chi siano stati e chi siano i redditieri di quell'incubo rappresentato dal Sogno Americano e dell'Unico Mondo, di quel Tempo della Fine - l'Et Qetz del Libro di Verità in Daniele XI 40 e X 21 - vantato e difeso per l'intero pianeta da una miriade di manutengoli, lo sappiamo.     

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La parte del laudator temporis acti è sempre imbarazzante, ma l'approdo di una rincorsa ossessiva dello sviluppo scientifico e tecnologico è il vicolo cieco di un nichilismo triviale. Come recitava una vecchia canzone dei cantautore italiano Franco Battiato: "Più diventa tutto inutile, e più credi che sia vero, e il giorno della Fine non ti servirà l'inglese".     

    Roberto Zavaglia, Nanotecnologo - Il mestiere del futuro, 1997    

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     Quello che in Occidente chiamiamo pensiero è il prodotto della resistenza del cervello al flusso dell'informazione.       

   Derrick de Kerckhove, La civilizzazione video-cristiana, 1995.



Dom 14 Gen 2007 8:06 pm

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di Gianantonio Valli Il Piccolo Schermo agisce sull'inconscio grazie al suo linguaggio particolare, poiché il funzionamento degli strumenti di ripresa è...
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