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alchimia greca   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #2675 di 2798 |
L'alchimia greca
di Paolo Lucarelli - 14/12/2007







Nel giugno 2001, alla nascita di Airesis, chiedemmo a Paolo Lucarelli, l’
autorizzazione a ripubblicare e diffondere nuovamente, questa volta a mezzo
del web, la serie di scritti sull’alchimia pubblicati negli anni ’80 su
Abstracta. Lucarelli, dopo aver valutato il progetto, acconsentì senz’altro,
ed aderì anche al comitato scientifico promotore dell’iniziativa. Gli
sarebbe piaciuto inoltre, ci disse, col tempo, rivedere quegli scritti,
aggiornarli in base alle sue nuove conoscenze ed alle sensibilità maturate
nel corso degli anni. Quattro anni dopo, nel luglio 2005, Paolo Lucarelli ci
ha lasciato. Nell’ospitare la serie completa dei suoi scritti apparsi su
Abstracta, Airesis offre l’estremo omaggio alla memoria dello studioso e
discepolo della Filosofia Ermetica.


I primi testi dichiaratamente alchemici compaiono in lingua greca, proprio
nel periodo in cui si conclude l’età aurea della sapienza ellenica. I
documenti che ci restano, sono però pochi e complessi, da sempre causa di
contrastanti pareri tra gli studiosi.





Intorno al XII secolo a.C. il mondo antico subì una grave crisi,
probabilmente causata, almeno in parte, da profondi sconvolgimenti naturali,
che proseguì per alcuni secoli ora definiti, per la scarsissima
documentazione, «età oscure» (1). Proprio quelle, forse, di cui cantò Esiodo
quando decise di aggiungere un'era, alle quattro tradizionali e metalliche:
«... Zeus figlio di Crono, ne creò ancora una quarta sulla terra feconda,
più giusta e più brava, razza divina degli eroi, che si chiamano semidei, e
la cui generazione ci ha preceduti sulla terra senza limiti…» (2).
L'Occidente ne uscì profondamente mutato. I centri delle sacre tradizioni si
erano spostati. Popoli interi avevano migrato o si erano mescolati. Civiltà
importanti, quella ittica, la minoica, la micenea, erano scomparse sin dalla
memoria collettiva. Un nuovo mondo era nato, che è poi infine ancora il
nostro, quello che stiamo vivendo, di cui Esiodo lamentava: «Piacesse al
cielo che io non dovessi ridere a mia volta in mezzo a quelli della quinta
razza, e che io fossi morto prima, o nato più tardi. Perché ora è il tempo
della razza di ferro. Essi non cesseranno né di soffrire di giorno fatiche o
miserie, né di essere consumati di notte dalle dure angosce che loro
invieranno gli dei...» (3). Si presenta con alcune caratteristiche
singolari, di cui una merita qui una particolare attenzione.
Consiste nel sorgere di una nuova lingua di cultura, di insegnamento e di
trasmissione: il greco. Ne dichiarano e giustificano per la posterità il
valore sacrale e simbolico, due alti sacerdoti dei massimi centri templari,
a testimoniare la fine di un ciclo ed il passaggio della responsabilità
tradizionale. A Babilonia Berosso, in Heliopolis Manethone, fisseranno nel
nuovo idioma Storie dell'Egitto e di Caldea, adattando per una diversa
umanità, cui si dovevano archetipi transmutati, racconti essotericamente
accettabili a guida di coscienze che si volevano tranquille ed ignare (4).
Ormai le cronologie saranno congelate, le sequenze cristallizzate, per la
sovrana pace delle menti. Per i pochi avvertiti invece, la lingua greca si
porrà come nuovo fondamento dell'esoterismo in Occidente, sino a Francois
Rabelais, «l'astrattore di quintessenza», che insegnava la necessità di
conoscere « ... la langue grecque, sans laquelle c'est honte que ne une
personne se die sçavant ...»(5) o sino a Fulcanelli che la dichiara sostegno
occulto della tradizione scritta dell'ermetismo.
Ricordiamo un etimo che presuppone storie meno banali di quelle insegnate.
Muta il nome del sovrano: nel mondo miceneo il «re», colui che aveva
assoluta autorità, aveva il titolo di «WANAX». In Omero wanax é già semplice
omaggio onorifico, e il capo dello stato é il «Basileus». Non é appellativo
nuovo: in epoca micenea era il «GA-SI-REU», capo della corporazione dei
fabbri (6). Suggerisce un'inquietante immagine di metallurghi che guidano
popolazioni sbandate e atterrite: va associata al «DRAFSH - i KAVYANI», la
bandiera dell'impero persiano; la leggenda voleva fosse stata il grembiule
di cuoio dell'antico, mitico, fabbro KAVAGH (7).
In effetti le dinastie sono nuove e dichiaratamente estranee ai popoli che
guidano. Tutte vantano discendenza eroica: si parla di «ritorno degli
Eraclidi». Viene il dubbio che il mito ermetico degli Adepti che negli
sconvolgimenti ciclici tornano a rifondare culture e civiltà abbia un
riscontro formale.
D'altronde questo nuovo popolo, la cui eredità é così ricca e opprimente,
pare nascere con un vuoto amnesiaco che sfiora l'assurdo. In Omero la
catastrofe é dimenticata, convertita in un mondo ideale di eroi, in cui
deliberati arcaismi denotano strane incomprensioni. Bastino, a solo esempio,
le improbabili battaglie dell'Iliade, con carri impiegati solo per
trasportare i guerrieri muniti di giavellotto, arma da cavaliere: l'eroe non
combatte mai sul carro, scende e lotta a piedi, né monta cavalli se non in
pacifiche gare di corsa (8).
È un popolo giovane, orgoglioso, senza ricordi che non siano mitici. Dotato
di una vitalità immensa, si diffonde dovunque, viaggiando in tutti gli
angoli del mondo conosciuto. Lo compongono uomini intelligenti, astuti,
abili negli affari, geniali nell'amministrazione, ribelli ad ogni
costrizione, litigiosi, suscettibili, poeti, guerrieri, interessati a tutto,
curiosi di ogni cosa, profondamente religiosi, eppure razionalmente
disincantati. Sempre oscillanti, o meglio condivisi, tra Dioniso ed Apollo,
tra Artemide ed Afrodite: il loro vero archetipo é Odisseo, l'eroe
multiforme, che sa adattarsi ad ogni circostanza, cui gli déi non concessero
se non sporadicamente la tranquilla serenità familiare, e che un destino
singolare costringe ad immaginose avventure, e ad una morte in terra
misteriosa.
La lingua che usano é raffinata, precisa, adatta alla poesia più elevata ed
alla filosofia più profonda, alla scienza ed al mercato. Le sottopongono un
alfabeto straniero, mutato radicalmente per le caratteristiche di un idioma
peculiarmente diverso. Diventeranno la lingua e la scrittura di tutti, la
koiné diàlektos.
Pare quasi che si sia corporificata nel particolare genio greco, e si sia
affidata alla sua lingua, una missione specifica che si é tradotta in
inesauribile capacità di assorbire uomini, pensieri e culture, per trarne
sottili quintessenze, che sono ancora oggi a meravigliarci, insuperabili
capolavori dell'umanità. Come se l'obiettivo fosse quello di scegliere,
conservare e trasmettere, in perfettissime epitomi, allo scomparire della
tradizione orale del Tempio, l'essenziale dell'antica sapienza.
In pochi secoli, con un'attività vivacissima, quasi febbrile, tutto viene
esaminato, approfondito, illustrato e scritto. Al culmine, tutte le
conoscenze accumulate si riuniscono, fissandone lo stato per una lunga serie
di generazioni posteriori (9).
Tra il I e il II secolo compaiono i testi di aritmetica e di armonia di
Nicomaco di Gerosa e Tolomeo, di geometria di Erone di Alessandria, di
astronomia e astrologia di Tolomeo, di meccanica di Erone, di ottica di
Tolomeo, di medicina di Galeno di Pergamo, di grammatica di Apollonio di
Alessandria, di prosodia di Erodiano, di metrica di Efestione di
Alessandria, di retorica di Ermogene di Tarso.
Si generalizza l'uso e la nozione di enkuklios paideia, di quel ciclo di
apprendimento che deve fare dell'essere umano un «vero uomo». Si stabilisce
l'ordinamento delle sette arti liberali, quello che sarà poi chiamato il
«trivium» e «quadrivium»: grammatica, retorica e logica da una parte,
aritmetica musica, geometria e astronomia dall'altra.
Alla fine tutto deve essere divulgato, anche ciò che è stato celato per
secoli. Il sapere esoterico esce dai templi, dalle conventicole, dalle
sétte, e si coagula nella nuova lingua, quasi per un'ansia di preservare nel
tempo che già intravede la fine di un mondo in agonia.
Si scrivono apocrifi pitagorici, e si pitagorizza Platone, specialmente il
Timeo, tanto più adatto in quanto ispirato direttamente dalla dottrina del
profeta italico: lo commenteranno specialmente Posidonio di Apamea, e ancora
Calcidio nel IV secolo e Proclo nel V. Sorge una letteratura di esegesi
allegorica: non si salva neppure Omero, il trattato più famoso sarà L'antro
delle Ninfe di Porfirio. Apollonio di Tiana va di città in città ad
insegnare rivelazioni esoteriche, che Filostrato narrerà, componendo la
leggenda del nuovo Pitagora.
Esclusi, tranne sparute eccezioni, dalla cultura scolastica ed accademica,
questi testi, in frammenti mal tradotti e peggio ancora collocati, sono oggi
appannaggio di pseudo esoterismi occultistici, che ne fanno pallide chiose,
squallidi epigoni degli eruditi ellenistici. Chi avesse la pazienza di
tornare senza pregiudizi alle fonti originarie, vi troverebbe insperati
tesori di saggezza.
Il tipico rappresentante di questi studi é l'aner physikos, cioè l'uomo che
è al corrente di tutti i fatti ed i rapporti occulti della natura, che ha
scoperto con un'indagine minuziosa proprietà e virtù che legano con segrete
relazioni di simpatia ed antipatia gli esseri dei tre regni.




Di questo, Filone ci ha lasciato una descrizione ammirata: «Tutti coloro
che, o presso i Greci o presso i Barbari, si esercitano alla saggezza,
conducono una vita senza biasimo e senza rimprovero, ben decisi a non subire
dal loro prossimo alcun danno, né a causargliene in cambio, evitano la
compagnia degli imbroglioni, tutto il tempo dei quali è dedicato agli
intrighi umani, e fuggono i luoghi dove quelli conducono i loro affari -
tribunali, parlamenti, piazze pubbliche, luoghi di assemblea in breve
qualunque banda, qualunque associazione di uomini volgari - conducendo una
vita senza lotte e pacifica, essi contemplano eccellentemente la natura e
gli esseri della natura, penetrano i segreti della terra, del mare,
dell'aria e del cielo, così come delle loro leggi fisiche, accompagnano
nelle loro circonvoluzioni col pensiero, la luna, il sole, il coro degli
altri pianeti e degli astri fissi, attaccati in basso al suolo con i loro
corpi, ma dando ali alle loro anime, cosicché, marciando sull'etere,
contemplano le potenze che vi si trovano perché sono diventati autentici
cittadini del mondo, essi che hanno fatto del mondo la loro città, di cui
guardano come membri tutti gli amici della saggezza (10).
Siamo qui evidentemente alla fine della missione. II compito si é concluso,
più o meno felicemente. Quello che si poteva salvare e trasmettere, ormai é
parte integrante della nuova cultura e delle nuove religioni. Dopo aver
cercato verità e conoscenza in tutti i recessi più inaccessibili, si scopre
la necessità della ricerca più alta e più difficile, inevitabilmente
immobile e solitaria. L'ultimo dono della grecità, sarà allora la nascita di
termini adatti, tutti sorti al di fuori del cristianesimo, che se ne
approprierà poi ferocemente: monosis solitudine, monazein vivere da
solitario, monasterion cellula del solitario. Importante è anche eremia, il
deserto, che gioca foneticamente con eremia la pace dell'anima, da cui gli
abitanti del deserto eremites.
L'Ermetismo non poteva, né voleva evidentemente, evitare questo destino
segnato: é dunque in greco, e in quella stessa epoca, che compaiono le prime
opere dichiaratamente sue, mentre si chiude il periodo in cui la sua
sapienza era occultata e velata nei miti e nei racconti poetici. Così come
ricorda il Maier, descrivendo i due mezzi principali di insegnamento, di cui
ormai sarà il secondo a prevalere nel tempo: «... Risulta che vi siano stati
sempre due generi di scrittori nelle cose Alchemiche, quello poetico,
antichissimo, e quello filosofico, un po' più recente ...» (11).

I documenti che ci restano sono però pochi e complessi, da sempre causa di
contrastanti pareri tra gli studiosi. Da quelle lontane età sono giunte solo
raccolte di frammenti più o meno significanti di opere ormai scomparse,
riuniti e conservati da collezionisti che avevano peculiari interessi, non
necessariamente i più utili o i più comprensibili per noi.
Si possono distinguere in queste antologie, due serie contrapposte di temi:
da un lato argomenti teologico-filosofici, dall'altro pratici e operativi.
Entrambi tuttavia disomogenei e talvolta contraddittori, cosicché i secondi
mescolano tecniche alchemiche, ricette metallurgico chimiche, testi di
erboristeria, magia, astrologia; mentre dai primi è difficile estrarre una
visione coerente, che possa in qualche modo descriversi come un sistema
conchiuso.
Qui gli studiosi contemporanei hanno subito per lo più un'inevitabile
deformazione prospettica, che sorge probabilmente dal fatto che si
preferiscono di norma le cose che si capiscono, osi crede di capire, meglio.
Per non parlare del probabile inconscio residuo di una condanna religiosa c
conformistica che ha pesato per secoli su certe pratiche. Hanno perciò
preferito la prima categoria testuale, definito questi contenuti «ermetismo
colto», e gli hanno dedicato qualche attenzione. Molto meno al resto, che
hanno disprezzato come popolare, rozzo ed insensato (12). Di conseguenza, e
con una curiosa inversione di valori rispetto alla verità oggettiva, hanno
anche immaginato il primo come una specie di sistema astratto, e perciò puro
e degno, di pensiero, da cui il resto sarebbe derivato per una qualche forma
di degenerazione. Come se non fosse solo la prassi a generare conoscenza, e
non fosse solo nella prassi che si può verificare la verità di una qualsiasi
teoria.
I documenti sono per lo più molto tardi, con alcune, poche, eccezioni. La
più importante rappresentata da due papiri, cosiddetti alchemici, chiamati
di Leida e di Stoccolma dalle città in cui sono conservati (13).
Sembra siano stati compilati a Tebe, tra il 250 e il 350 d.C. e mostrano
sufficienti somiglianze perché si possa ipotizzare un unico scriba. Sono
raccolte di tecniche metallurgiche e chimiche (fabbricazione di colori, di
inchiostri ecc.) riunite secondo criteri piuttosto casuali da un copista che
probabilmente si servì di fonti diverse, ma dal contenuto parzialmente
identico. Sono scritti in un greco costellato di barbarismi e confusioni
ortografiche che potrebbero provenire dalle abitudini fonetiche della lingua
parlata in Egitto in epoca romana.
Un esempio interessante è la seconda ricetta dello Holmiensis: «Anaxilao
attribuisce egualmente questa a Democrito. Triturando molto bene del sale
comune con dell'allume lamelloso in aceto e modellando dei piccoli pani
(14), li seccava per 3 giorni nella stufa, poi dopo triturazione fondeva col
rame per 3 giorni ;(15), e lo raffreddava spegnendolo nell'acqua di mare.
L'esperienza mostrerà il risultato».
È un metodo per fabbricare dell'argento, o almeno qualcosa di simile. In
realtà questi due papiri hanno ben poco, se non nulla, di alchemico. Non vi
si trovano nemmeno tracce di quella tecnica operativa, detta nei secoli
spagiria, archimia, e simili, che si proponeva di ottenere transmutazioni
metalliche dirette secondo le cosiddette «vie partitolari», che se non
sfruttavano metodi di alchimia, ne conoscevano almeno le teorie.
Si tratta, invece, di ricette protochimiche, di nessun interesse per
l'ermetista se non per le informazioni sulle capacità tecnologiche
dell'epoca. Tecnologia che aveva ormai raggiunto un livello che resterà
insuperato per il millennio successivo, e che appare notevolmente completa.
Sin dall'VIII secolo a.C. il ferro era diventato materia di uso comune,
soppiantando ormai completamente il bronzo, anche se questo era di nuovo
facilmente disponibile. I fabbri conoscevano bene almeno due procedimenti
per renderlo più adatto alla costruzione di utensili e di armi, che
risolvevano soddisfacentemente gli inconvenienti cui abbiamo già accennato.
Sono la cementazione e la tempra.
La seconda, come é ben noto, consiste in un raffreddamento rapido del
metallo arroventato: «... Come quando un fabbro immerge una grande scure o
un 'ascia nell'acqua fredda con acuto stridio per temprarla - ed è questa la
forza dei ferro - così sfrigolava il suo occhio attorno al palo d'ulivo»
(16).
La cementazione invece consiste nel tenere il massello di ferro per un tempo
sufficiente (almeno 8 - 10 ore) a temperatura relativamente alta (comunque
sopra gli 80° C) sul carbone incandescente, cosicché atomi di carbonio
diffondano nel metallo, convertendolo per una certa profondità in acciaio.
Il procedimento era poi seguito da una martellatura a freddo che ne
incrementava ulteriormente la resistenza. Il nome passò a designare
qualunque cottura prolungata di uno o più metalli, in presenza di un
«cemento», di forma a composizione almeno parzialmente salina, per ottenere
delle evidenti modifiche che potevano giungere sino ad una transmutazione
vera e propria. È un metodo che si ritroverà sino in epoca moderna (17). Nei
due papiri abbiamo descrizioni di operazioni di questo tipo, ma soltanto per
ottenere leghe di falsificazione.
Le materie prime minerali, vegetali ed animali, utilizzate nei due testi,
fanno tutte parte dell'armamentario usuale dei farmacisti dell'epoca
imperiale, e sono per lo più descritte nel manuale classico di Dioscoride.




L'apparecchiatura non ha nulla di specifico: comprende recipienti di vario
tipo, in argilla, rame, piombo o legno. Talvolta si tratta dei normali
crogioli da orefice. Si parla di forni, ma non ne viene data la descrizione.
Delle pinze, spatole in ferro, mortai in pietra, e pochi altri utensili
completano il tutto.

Questo tipo di prontuari ebbe vita fortunata: ne abbiamo numerosi esemplari
in epoca medievale, talvolta con le stesse ricette, alcune anzi spiegate
meglio e con più dettagli, prova di una tradizione che prosegue per canali
artigianali e si perpetua e si arricchisce con un successo evidentemente
anche pratico che andrebbe esplorato meglio. D'altra parte non ci risulta
che qualche scienziato abbia mai cercato di ripetere in laboratorio le
esperienze proposte, ed i commenti degli studiosi moderni ai testi sono
venati, nella migliore delle ipotesi, da uno scetticismo piuttosto
sbalordito. Ci rendiamo ben conto delle difficoltà che si incontrerebbero.
Per l'esame che abbiamo potuto fare, appare che, quasi sempre, manca qualche
dettaglio operatorio essenziale. Un altro ostacolo, talvolta insuperabile,
sorge dalla stessa lingua in cui sono stati scritti questi documenti, spesso
scorretta e incomprensibile per quanto riguarda i possibili materiali, per
cui le traduzioni hanno sempre un elevato grado di improbabilità, o quanto
meno di ipotesi non comprovata. Anche nel caso in cui la versione sia
chiara, non é affatto detto che si parli di cose ben note. Per esempio,
tornando ai nostri due papiri, tra i reattivi é molto usato l'aceto (oxos),
ma probabilmente non si trattava soltanto di acido acetico: lo stesso
termine doveva riassumere sotto un'unica denominazione una vasta gamma di
acidi vegetali a vari gradi di concentrazione, che in certe condizioni
potevano contenere anche percentuali significative di acido cloridrico e
solforico.

Lo stesso vale per l'urina (oyron), fonte evidente di ammoniaca, ma forse
anche denominazione di materiali meno evidenti. Si pensi all'urina di
fanciullo vergine (oyron aphthoroy paidos) cui si attribuiscono particolari
virtù, di cui non sappiamo immaginare la causa.
Un tardo esempio di questo genere si trova in Michele Psello che intorno al
1045 scrisse un libretto di introduzione Sul modo di fare l'oro, per
istruire il patriarca Cerulario.



Ne riportiamo due brani, a testimonianza di una tradizione tra uomini di
cultura, e quindi non di origine artigianale: «... Eccovi dunque la prima
operazione dell'oro. È una certa Arena per li lidi del mare, detta
Chrisitide, cioè aurigna, dal colore: altri la chiamano Crisamma, che è il
medesimo che Arena d'oro. Questa conviene sottilmente pestare in alcuno
mortaro, finché si riduca a parti lisce e minutissime; poi fatta humida
rasciugar bene si che ne anco le parti sottilissime restino attaccate
insieme; la onde bisognando farla spessa o darli corpo et riscaldarla,
quello si faccia co'l sale et questo al fuoco, non lavandola per un dì et
notte. Poi tolto un vase et lavata la salsezza con acqua, ponetevi la
medicina, et ritornato il vase al fuoco, venite temprando la polve con aceto
spargendovel sopra à goccia, à goccia à tal che in un medesimo tempo si
inhumidisca et si dissecchi: fatto ciò quattro volte, fondete in altra parte
argento et piombo ciascun da per se, et fusi ambedue versate nel vase della
polve, finché le materie si diffondino et penetrino per tutto fra di loro et
si abbraccino in un corpo, poi levato dal fuoco et lasciato raffreddare per
alcune hore, vedrete rosseggiar la massa qual forbita con arena di mare
troverete oro ...» (18).
Oppure: «Potrete ancora fare oro così. Liquefatto il piombo a fuoco,
spargetevi sopra solfo vergine lasciandolo al fuoco mentre svapori tutto il
fumo, poi tolto ugual peso di alume di piuma et di cinabro e misti con
Ossimele gittate sopra al piombo liquido come faceste del solfo, accioché
parte acquistando durezza et parte ricevendo il colore per tutti i pori, da
ambedue queste cose divenga perfetto oro ...» (19).
Psello fu squallida figura di arrivista, esperto di sopravvivenza nelle
difficili corti imperiali, e non basta la sua notevole erudizione, tutta
libresca, e lo stile elegante a farcene un'immagine più amabile. Certamente,
e non ce ne dispiace, non fu Filosofo Ermetico: queste ricettine lo
testimoniano nella loro misera tecnologia di trucco metallurgico, cui
mancano ancora dettagli importanti per dare un qualche risultato
apprezzabile. Certo non era uomo da sporcarsi le mani con carboni e
tenaglie.
Quando nel 1059 Cerulario cadde in disgrazia, Psello non esitò ad erigerne
l'atto di accusa, fondato proprio sulla presunta colpa di aver praticato ed
amato quell'arte che egli, insipiente, aveva voluto presuntuosamente
insegnargli. Scrisse tra l'altro, del povero patriarca sconfitto: «... si
metteva alla ricerca delle transmutazioni delle materie, e sarebbe stato
molto dispiaciuto di non trovare il modo di fabbricare dell'argento con rame
o dell'oro con argento. Cosicché si dedicava soltanto agli Zosimo ed ai
Teofrasto... e dava maggior peso alla dottrina abderita di Democrito e non
lavorava più che alle composizioni che servono a fabbricare l'asem, Argento
liquefatto, sandaracca, pietra di Magnesia, corpi piromachi, gomme.
...Invece di teoremi primi, invece di sillogismi o di dimostrazioni, faceva
talvolta delle tinture, talvolta delle transmutazioni, talvolta delle
ricerche su cosa sia l'affinaggio del rame, l'ammollimento del ferro, e
l'operazione che leva al piombo la sua fusibilità o allo stagno la sua
flessibilità ...» (20).
Pare quindi che il presunto allievo avesse di gran lunga superato il maestro
di teoria, come appare da questo quadro di un Artista Ermetico, già
sottoposto all'irrisione ed ai pericoli che tormentarono i Fratelli in
Ermete nei secoli. Comunque, da questo processo Cerulario fu tanto afflitto
da morire di dolore. Alla riabilitazione postuma, fu ancora l'ineffabile
Psello che redasse il panegirico per onorare la memoria della vittima che
aveva sacrificato alla convenienza.
Con un secondo insieme di documenti, abbiamo infine la prima manifestazione
evidente di quella che nel seguito si chiamerà «Alchimia».
Sono frammenti più o meno estesi incorporati in manoscritti salvati dalla
caduta dell'impero bizantino e portati in Occidente dagli esuli che vi si
rifugiavano. I più importanti sono il San Marco (Venezia) 299 (X-XI secolo),
il Parigi 2325 (XIII secolo) e il Parigi 2327 (XV secolo).
Contengono la maggior parte dei testi noti ed apparentemente hanno
costituito la fonte principale di tutta la restante produzione in lingua
greca conosciuta. Riuniti da collezionisti che possiamo supporre interessati
anche praticamente alle dottrine ermetiche, rappresentano una specie di
crestomazia mirata, come vedremo, specialmente alla parte operativa, con
riferimenti e citazioni di opere che potrebbero risalire ad epoche molto
antiche.
Sono comunque le uniche fonti autentiche che possediamo di quel lontano
passato, le altre notizie sulla tradizione greca ci provengono dalle
successive fonti mussulmane. Sono come i resti sbrecciati e crollati di una
città di cui immaginiamo appena lo sfarzo e gli splendidi monumenti, di cui
possiamo solo a fatica ricostruire idealmente la vita, la cultura, gli
ideali, la ricchezza e le bellezze, con la sottile nostalgia di un mondo che
non possiamo che sognare. Miseri resti giunti fortunosamente sino a noi, mal
conosciuti, sottovalutati e disprezzati, come la maggior parte di ciò che
riguarda quell'impero bizantino, tanto invidiato, e quindi odiato, dalla
latinità che in fine trovò il coraggio di distruggerlo.
Dobbiamo riconoscere da questi confusi ed oscuri manoscritti, che in quel
mondo stava evidentemente tutta l'eredità tradizionale, la custodia
dell'antica sapienza esoterica, che si è trasmessa nei secoli. Così come,
per fermarci all'alchimia, vi troviamo il simbolismo più pregnante, le
tecniche più efficaci, la terminologia pratica ed occulta, che si
manterranno più o meno inalterati sino ad epoca moderna.
Meritano dunque un esame attento, e qui cercheremo di dare utili indicazioni
per compierlo, chinandoci con qualche emozione sulle poche parole rimaste
degli antichi Maestri dell'Arte.



Il manoscritto più antico, come abbiamo detto, é il Marcianus. Questo
presenta all'inizio una specie di indice che descrive il progetto dell'opera
in cui si trovano capitoli tratti da (21): Stefano; Eraelio; Giustiniano;
Comario; il dialogo di Cleopatra; Heliodoro; Pelagio; Ostane; Synesio che
commenta Democrito; Zosimo; frammenti e detti di Agathodemone, Ermete,
Zosimo, Nilus, l'Africano; Olimpiodoro che commenta Zosimo; ricette di
Pappus per Mosé; Eugenio e Hierotheo; altri frammenti di Zosimo.
Il manoscritto si conclude con una miscellanea di argomenti, tra cui varie
ricette di tinture, di fabbricazione di asem (22), del mercurio e del
cinabro, un frammento del trattato di Cleopatra su pesi e misure, qualche
brano anonimo, il lessico dei termini di alchimia e, per finire, una serie
di istruzioni poste sotto il titolo di Altri capitoli di differenti autori
sulla fattura dell'oro (23).
Il Parisinus 2325 (B) é il successivo per antichità. Giunto in Francia da
Venezia, é, a differenza del primo, un manuale puramente pratico. Degli
autori propriamente detti non ha conservato che Democrito, Synesio e
Stefano. Tutto il resto é dedicato alla tecnica. Gli ultimi fogli, con una
scrittura più recente, contengono tra l'altro il trattato del monaco Cosmas
sulla Chrysopeia.
Il Parisinus 2327 (A) rappresenta un esempio composito tra i due. Vi si
trova attenzione sia alla parte tecnica che a quella teorica, tra l'altro
con alcuni argomenti dottrinali molto preziosi di origine sconosciuta. Il
tutto però in grande disordine: le ricette puramente tecniche si mescolano
al resto senza un disegno evidente, come se il copista avesse raccolto
casualmente ciò che gli pareva utile, per di più con molte ripetizioni di
testi identici (24).



Da questo, un passo va subito citato, quasi una descrizione della catena
tradizionale e trasmissiva, così come sarà uso nei testi medioevali: «...
Sappi, o amico mio, i nomi dei Maestri dell'Opera: Platone, Aristotele,
Ermete, Giovanni l'Arciprete nella divina Evagia, Democrito, Zosimo il
grande, Olimpiodoro, Stefano il filosofo, Sofar il Persiano, Synesio
Dioscoro il sacerdote del grande Serapide ad Alessandria, Ostane e Comario,
gli iniziati dell'Egitto, Maria, Cleopatra moglie di re Tolomeo, Porfirio,
Epibechio, Pelagio, Agathodemone, l'imperatore Eraclio, Teofrasto, Archelao,
Petasio. Claudiano, il Filosofo Anonimo, Menos il filosofo, Panseris,
Sergio. Quelli sono i maestri dovunque celebri ed ecumenici, i nuovi
commentatori di Platone ed Aristotele. I paesi dove si compie l'Opera Divina
sono l'Egitto, la Tracia, Alessandria e il tempio di Menfi» (25).
Compare qui finalmente il nome di Ermete, cui questa Arte e Filosofia deve
il suo stesso nome. Riconosciuto come il vero padre e iniziatore di tutti i
Filosofi, tuttavia, tranne qualche breve citazione (26), non resta alcuna
traccia dei suoi ipotetici scritti, al punto di far dubitare sul significato
della loro leggendaria attribuzione; Ermete rappresenta anche una chiara
dichiarazione di filiazione dalla tradizione egizia, per l'assimilazione,
data per scontata, sin da prima di Erodoto, col dio Thoth. Questi era lo
scriba degli dei, l'inventore della scrittura e di ogni arte o scienza.
Negli Inferi, quando davanti ad Osiride, Horo ed Anubis pesano il cuore del
morto, Thoth scrive il risultato del giudizio sulle tavolette. Esiste un
chiaro legame instaurato da sempre tra Ermete-Thoth e la Parola, il «Logos».
È la voce di Thoth che crea il mondo, ed é il suo soffio che fa crescere
ogni cosa. È scritto nel tempio di Dendera: «... Rivelazione del dio della
luce Ra, lui che esiste sin dall'inizio, Thoth, lui che riposa sulla verità.
Ciò che sgorga dal suo cuore ha subito esistenza; ciò che egli ha
pronunciato sussiste per l'eternità».
Anche Platone, in un passo di pura tecnica cabalistica, lo riconferma in
questo ruolo. «Ebbene mi pare proprio abbia qualche rapporto con la parola
questo nome Hermes; e l'essere il dio hermeneys (interprete) e messaggero
... come dunque dicevamo anche prima, l’eirein indica l’esercizio del
parlare; e il rimanente, che è una parola adoperata da Omero più volte
quando dice emesato (cogito), vuol dire macchinare. Dunque usando ambedue
questi elementi, il legislatore, a cotesto dio, mesamenos (che cogita), ci
ordina di dar nome così: O uomini colui che l'eirein emesato giustamente da
voi sarà chiamato Eiremes. Ed ora noi, abbellendo, come crediamo, il nome,
diciamo Hermes» (27).
Si svela qui il senso occulto che spiega perché Ermete sia il Maestro di
tutti i Maestri: egli é lo stesso Spirito Universale, il Logos che crea e
sorregge il mondo, l'Anima del Mondo, che sola può dare l'insegnamento
esoterico, la Natura che ammaestra i Figli della Dottrina.
Lo stesso appellativo Trismegisto, presuppone significati meno banali di
quelli che gli sono di norma attribuiti. Lo si riconosce di solito come una
versione greca del superlativo egizio per ripetizione del positivo, ma
curiosamente questo ipersuperlativo (tre volte grandissimo), gli sembra
esclusivamente riservato, facendo in qualche modo con Ermete un solo nome
proprio, col quale si é trasmesso sino a noi: «Ermete Trismegisto».
Vi leggiamo più volentieri un plurale che non un'aggettivazione estrema
(28), il che ci riconduce alla trinità che sostiene e compone il Mercurio
Universale, e in cui questi si manifesta in tutte le operazioni della
Natura, così come esprime profondamente Zosimo in un passo di raro valore:
«La presente composizione una volta messa in moto parte dallo stato di
monade per costituirsi in triade per espulsione del mercurio: essendo
costituita in monade che si espande in triade essa è un continuo; ma di
converso, essendo costituita in triade a tre elementi separati, essa
costituisce il mondo per la provvidenza del Primo Autore, Causa e Demiurgo
della Creazione, che allora è chiamato Trismegisto in quanto ha immaginato
sotto forma triadica ciò che è prodotto e ciò che produce» (29).
In realtà il primo, o almeno il più antico, dei Filosofi Ermetici greci,
sembra sia stato Democrito. Bisogna però dire che gli studiosi si sono
accaniti con un certo nervosismo su questo povero alchimista che la
tradizione voleva fosse il famoso abderita, padre della teoria atomica. Gli
hanno perciò subito attribuito uno «pseudo», da cui probabilmente non
riuscirà mai a liberarsi, e che, come é noto, nei testi accademici equivale
ad un'accusa velata di azioni riprovevoli e un po' vergognose.
Si sono scoperte poi alcune righe, molto corrotte e variamente ricostruite,
sul «Suda» (30): queste danno notizia di un certo «Bolo Democriteo», di
Mende, sul Delta del Nilo, che avrebbe scritto opere di osservazioni
scientifiche, medicine naturali, antipatie simpatie e simili. Con l'aggiunta
di una frase discutibile di Columella, e con grande sollievo, si é
considerato risolto lo scandaletto e salvata l'immagine di un appartenente
alla cultura scolare, identificando infine lo «pseudo Democrito» a questo
oscuro egiziano che non infastidiva nessuno. Per sedare poi ogni dubbio, si
é anche inventata un'opera di tecnica ermetica dal titolo di «Baphika»
(tinture), di cui non esiste traccia, e se ne é fatto autore Bolo, che così
diventava esperto di alchimia (31).
D'altra parte abbiamo invece l'autorevole testimonianza di antichi autori a
favore di un Democrito interessato attivamente a studi eterodossi. come
Plinio ci narra, dimostrando anche quanto sia vecchia la polemica, e antico
un certo atteggiamento mentale: «... chi approva le altre cose di Democrito
dice che queste non sono sue. Ma a torto: è assodato che proprio Democrito,
più di tutti, ha instillato negli animi tali dolcezze (cioè della magia)»
(32).
Queste discussioni non ci sembrano comunque di grande interesse. È noto,
attraverso i secoli, come i Filosofi Ermetici abbiano dato ben poca
importanza alla figura storica dei singoli autori, preferendo spesso
l'anonimato, o l'uso di un nome collettivo, badando più ai contenuti
dell'insegnamento che non ai tratti di chi lo dispensava. Comportamento
certo incomprensibile per i nostri contemporanei. che pare abbiano un
estremo bisogno di individualità fisiche ben determinate da adoperare o
criticare, sin nelle più minute forme della vita privata.
Resta, ben più importante, il racconto dell'insegnamento che Democrito
ricevette in Egitto dal persiano Ostane. Oltre a testimoniare un rapporto
con una tradizione iranica. che abbiamo sorvolato (33), questa narrazione si
propone come il più antico archetipo noto di una leggenda che sopravvisse
nel tempo in Ermetismo, adattandosi con opportune varianti sino a Basilio
Valentino ed ai manifesti rosacruciani, e che permette una interpretazione
anche operativa, ove si ricordi che nel progresso della grande Opera «aperta
la Pietra», si ottiene un ammaestramento diretto. Diranno in proposito gli
alchimisti medievali: «imbianca Latona e brucia i tuoi libri».
Narra Democrito: «Avendo appreso queste cose dal maestro suddetto (Ostane) e
cosciente della diversità della materia. io mi esercitai a fare l’unione
delle nature. Ma siccome il nostro maestro era morto prima che la nostra
iniziazione fosse completa e mentre noi eravamo ancora del tutto occupati a
riconoscere la materia, è dall'Ade, come si dice, che cercai di evocarlo. Io
mi misi dunque all'opera e quando apparve, l'apostrofai in questi termini,
non mi dai nulla in ricompensa di quello che ho fatto per te?... Ebbi un bel
dire, mantenne il silenzio. Tuttavia, siccome lo apostrofavo di nuoto e gli
domandavo come unire le nature, ... disse soltanto, i libri sono nel
tempio... Siccome dunque, malgrado le nostre ricerche, non trovammo nulla,
ci demmo un impegno terribile per sapere come si uniscono sostanze e nature
per combinarsi in una sola sostanza. Ora... essendo passato un certo
tempo... - prendemmo parte, tutti insieme, ad un banchetto di festa; mentre
eravamo nel tempio, da se stesso improvvisamente un blocco di pietra si aprì
per metà ...» (34).
Nella pietra si trova scritta una formula, la più famosa forse
dell'Ermetismo, a riassumere tutto il segreto della Grande Opera: «La natura
gode della natura, e la natura vince la natura e la natura domina la
natura…»
Della quale anche noi possiamo ripetere con Democrito: «Fu grande la nostra
ammirazione per il fatto che egli avesse riassunto in così poche parole
tutta la Scrittura».





Ven 14 Dic 2007 10:25 pm

carbonass
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L'alchimia greca di Paolo Lucarelli - 14/12/2007 Nel giugno 2001, alla nascita di Airesis, chiedemmo a Paolo Lucarelli, l’ autorizzazione a ripubblicare e...
Alberto
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