Corriere della Sera 28.9.08
Identità. Aristotele definì l'uomo un «animale politico». Oggi le
neuroscienze spiegano perché si realizza pienamente solo nella collettività
Così la società cambia la struttura del cervello
Il rapporto con gli altri modifica materialmente gli individui
di Edoardo Boncinelli
Le potenzialità genetiche degli analfabeti di diecimila anni fa sono analoghe a
quelle degli individui alfabetizzati di oggi
Nel cercare di definire e mettere a fuoco l'essenza della natura umana è
opportuno, secondo me, distinguere fin dall'inizio la natura dell'individuo
singolo da quella del collettivo umano, vale a dire di ciò che si è come parte
di una società che possiede una cultura e una storia. In estrema sintesi: come
singoli siamo animali - con caratteristiche tutt'affatto peculiari, ma sempre
animali - prodotto di un'evoluzione biologica millenaria di natura
fondamentalmente erratica; mentre il collettivo umano, e con lui l'individuo che
vi appartiene, mostra un carattere storico ed è figlio di una continuità
culturale, longitudinale e trasversale al tempo, che non ha l'eguale in
nessun'altra realtà.
Le moderne neuroscienze hanno, in particolare, definito sempre meglio le
caratteristiche della nostra mente e del nostro comportamento come singoli e
hanno fornito e stanno fornendo una lezione interessantissima e tutt'altro che
da trascurare. Non possiamo però dilungarci qui su questi aspetti, che vanno
dalla natura del nostro apparato percettivo a quella della nostra facoltà del
linguaggio e della nostra razionalità. Ma l'uomo è caratterizzato soprattutto
dalla sua dimensione collettiva. Nel collettivo l'uomo trova la sua cifra più
vera e letteralmente unica. Nessuno da solo può raggiungere una qualsiasi
conclusione che sia diversa da quanto gli fanno credere i suoi sensi, ma un
collettivo sì. Le conclusioni dei singoli possono essere avallate, contraddette
o corrette da un collettivo di uomini operanti in un sufficiente lasso di tempo.
Da soli non avremmo una logica, che è una costruzione eminentemente collettiva,
visto che nessuno di noi è
perfettamente logico. Da soli non avremmo una scienza, prodotto di una continua
interazione fra uomini e fra uomini e cose. Da soli non avremmo una storia né
la capacità di conoscere fatti di terre lontane. Anche se ci impegnassimo allo
spasimo, ciascuno di noi non vive abbastanza per raggiungere da solo tali
obiettivi.
Aristotele definì a suo tempo l'uomo un «animale politico» cogliendo così
allo stesso tempo l'aspetto della sua socialità e della sua interattività.
L'uomo è in effetti un animale sociale, anche se meno perfetto dei membri di
altre specie, come ad esempio gli insetti sociali, ma il punto è che l'uomo
deve assolutamente essere sociale per essere uomo. Non tanto e non solo perché
vivere in comunità è utile per condurre una vita migliore, ma perché è il
vivere in un collettivo, almeno per un lungo periodo iniziale, che fa di un
essere umano un essere umano. Si direbbe piuttosto un animale sociale obbligato
o meglio ancora un animale culturale obbligato, animale della famiglia, del
gruppo e della polis.
Se accettiamo la dicotomia, che è al tempo stesso anche una complementarietà,
tra individui singoli e collettivo umano, sembra inevitabile una domanda: come
può la dimensione culturale collettiva retroagire così profondamente sulla
natura di ciascuno individuo da rendere tutti noi uomini quelle creature tanto
uniche che siamo? Alla nascita nessuno di noi è un figlio del suo tempo e forse
neppure un uomo come ci piace intenderlo. A tre anni è certamente un essere
umano a pieno titolo e a cinque-sei è generalmente un figlio del suo tempo,
anche se ha ancora tante cose da imparare. Che cosa è successo in questo
periodo? È successo qualcosa di molto particolare e veramente unico.
L'interazione continua con le persone che lo circondano e la comunicazione
verbale e non verbale che ha animato il suo piccolo mondo hanno materialmente
cambiato il suo cervello e contribuito giorno per giorno a proteggere e
rinsaldare i risultati di tale cambiamento.
Non conosciamo tutti i dettagli dei processi che hanno luogo in ciascuno di noi
durante questo periodo, ma sappiamo che alla nascita il cervello dell'essere
umano non è ancora completamente sviluppato. Noi nasciamo con un cervello
ancora piuttosto piccolo, rispetto a quello che sarà poi, e che ha bisogno di
anni per raggiungere il suo pieno sviluppo. Come conseguenza di questa nostra
particolarità, il nostro cervello finisce di svilupparsi mentre si trova già
in contatto con il mondo esterno tramite gli occhi, gli orecchi, l'epidermide e
tutti i terminali sensoriali.
Quanto è potente quest'azione? E soprattutto che tipo di realtà instaura, che
non ha l'eguale in nessun'altra? La trasformazione dell'animale uomo in un
essere fondamentalmente culturale non è un prodotto diretto dei suoi geni, ma
accade per ogni essere umano dalla notte dei tempi. È un evento necessario ma
non geneticamente codificato e con uno sbocco necessariamente un po' diverso da
epoca a epoca, da luogo a luogo, da individuo a individuo. Ha tutta l'aria di un
corto circuito che s'innesca ogni volta partendo da zero e non lascia traccia.
Un fenomeno nuovo, non facile da inquadrare, ma non impossibile da immaginare.
Si consideri la scrittura. Diecimila anni fa nessuno scriveva e anche oggi c'è
gente che non sa né leggere né scrivere. Le potenzialità genetiche sono le
stesse negli analfabeti di ieri e di oggi come in chi al presente legge e scrive
quotidianamente. La differenza è fatta dall'ambiente umano nel quale ci si
trova a crescere e
poi a vivere. Quando nessuno sapeva scrivere era normale vivere una vita che
prescindesse da tale attività. Tutto era organizzato in modo da funzionare
anche senza la notazione scritta.
Nelle regioni dov'è stata inventata la scrittura, però, è cominciata un'opera
d'informazione e di formazione che ha portato i ragazzi ad apprendere molto
presto gli elementi del leggere e dello scrivere. Questa pratica, che coinvolge
tanto un apprendimento cognitivo esplicito quanto uno procedurale e irriflesso,
si è così diffusa, mantenuta e propagata. Una volta inventata, la scrittura ha
interessato e interessa un numero enorme di persone perché queste sono state
precocemente immerse in un flusso di informazione che non si arresta. È utile
che uno sappia scrivere, ma non è tuttavia necessario, né biologicamente né a
volte purtroppo socialmente. C'è bisogno, per così dire, di un «innesco»;
mentre una volta innescato, il processo si mantiene da solo, anche se a costo di
un notevole sforzo organizzativo collettivo. Potrebbe anche darsi che pure il
linguaggio parlato sia stato un processo che ha avuto bisogno originariamente di
un innesco e
che si mantenga attraverso il suo uso continuato.
Ogni individuo di ogni generazione diviene quindi un individuo umano grazie alla
sua precoce immersione in un ambiente di esseri umani che, nonostante le loro
peculiarità e le loro tradizioni, condividono alcuni tratti cognitivi e
comportamentali comuni inconfondibilmente umani. Quest'immersione ha luogo
quando ancora il cervello di ogni individuo è immaturo e capace di andare
incontro ad un complesso di micromodificazioni di un certo tipo piuttosto che a
quelle di un altro. Il mondo umano circostante si stampa in sostanza nel corpo e
nel cervello di ciascuno di noi.
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