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simonemartini · Dedicata alla promozione della ricerca sull'insegnamento dell'italiano a ispanofoni e parlanti di lingue affini.
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Rispondi | Inoltra Messaggio #238 di 810 |
Cari amici,
mi sono imbattuta in un vecchio numero di Culturiana online da cui era
scaricabile un simpatico intervento di Roberto Tartaglione (della SCUDIT di
Roma, il cui sito, in continuo aggiornamento, vi consiglio di visitare:
http://web.tiscali.it/scudit/mdindice.htm).

Si tratta di un ritrovamento letterario assai singolare, una vera chicca, sotto
l'aspetto formale e contenutistico. Credo lo utilizzerò, oltre che per farvi
sorridere, per un' attivitàdi riscrittura con degli studenti mooolto avanzati.

Ve lo riporto di seguito, sperando di allietare la vostra domenica e in attesa
di commenti.

Federica

da CULTURIANA, Rivista di Linguistica, Glottodidattica e Informazione Culturale
per Insegnanti di Italiano come Lingua Seconda, NUMERO 34, SETTEMBRE/DICEMBRE
1997, sez. Ricerche

http://pwhux.tin.it/elcftp/bookshop/culturiana/cult34-97.htm#L’ORZO%20ROSSO%20E%\
20LA%20POLENTA

L’ORZO ROSSO E LA POLENTA

di Roberto Tartaglione

Karl Marx era diventato maggiorenne pochi anni prima; Garibaldi aveva
trentott’anni e da qualche tempo se ne stava in Sud-America a fare il
guerrigliero; Mazzini era uno splendido quarantenne. Camillo Benso Conte di
Cavour, invece, di anni ne aveva trentacinque e solo sette anni dopo avrebbe
avuto il suo primo incarico come Presidente del Consiglio. Carlo Alberto (47
anni) era re di Sardegna e probabilmente ancora non aveva ancora nemmeno pensato
a metter mano al suo noto Statuto. Giovanni Maria Mastai Ferretti si chiamava
ancora Giovanni Maria Mastai Ferretti giacché a prendere il nome di Pio IX si
sarebbe preoccupato solo l’anno successivo, quando alla morte di Gregorio XVI
sarebbe diventato papa.
Insomma siamo nel 1845, tre anni prima del famoso ‘48, l’anno che, Carroccio o
non Carroccio, nei libri di storia occupa sempre un bel po’ di spazio nel
capitolo sul Risorgimento. E proprio in quell’anno c’era pure chi, fra un moto e
l’altro, si occupava di insegnare l’italiano agli stranieri. Ma non solo si
preoccupava di far questo (in fondo non è poi così strano), ma lo faceva con uno
stile tale da provocare l’invidia mia (certamente) e forse di parecchi altri fra
gli autori moderni di testi e di manuali d’italiano per stranieri.
Parliamo di un certo Frederik Bresemann che, a Copenaghen, scrivendo un
"dialogista" ad uso di italiani e di danesi, se ne infischia allegramente della
noiosissima pollitically correct dei giorni nostri e decide che la lingua
autentica non è necessariamente quella degli annunci di ritardo dei treni
registrata alla stazione. Lui non ci racconta storie su lingue di sopravvivenza,
livelli soglia e competenze metalinguistiche, ma all’interno dei dialoghi stessi
spiega, e pure bene, come e perché trattare certi argomenti, a chi sono
destinati e che uso farne. E, con un pizzico d’ironia, è tanto scaltro che in
uno di questi dialoghi che fa? Interviene di persona! Botta e risposta con una
gentile signora, sviluppa così, con questa bella trovata teatrale, piena
d’umorismo e di contenuti, il suo dialogo su come si cucinano due piatti tipici,
uno danese e uno italiano: l’orzo rosso e la polenta.



Da: Dialogista italiano e danese, ad uso delle due nazioni,

di Federico Bresemann ed Antonio Biaggi,

Copenaghen, 1845



DEL CUCINARE (1)

Fra l’Autore e una Signora

L’autore - Mi perdoni signora se mi prendo la libertà di interrogarla sopra una
cosa che veramente non riguarda gli uomini. Vorrebbe ingrazia insegnarmi come si
prepari il così detto orzo rosso ?
La signora - Come ? Ella vuol sapere come si prepari l’orzo rosso?
L’autore - Se me l’insegnasse mi obbligherebbe moltissimo
La signora - Ma mi dica, per Bacco, che può Ella aver da fare coll’orzo rosso?
Non vuol già diventar cuoco?
L’autore - Non mi è mai caduto in mente! Però, per dirle la verità, ho il
progetto di scrivere un dialogista. Ora Ella sa che un dialogista deve ciarlare
di ogni sorta di cose, e per conseguenza anche dell’arte del cuoco. Oltre a ciò
mi lusingo, che per il mio libro, sia per caso, sia per una fama straordinaria
cui potrà ottenere, possa venire alle mani delle belle italiane o danesi e
certamente mi ascriverebbero a non picciol merito se oltre all’istruzione di una
lingua straniera mi estendessi contemporaneamente alla nobile arte del cuoco.
Certamente già vedo il mio dialogista sopra una tavola da cucina starsi fra il
sedano, il prezzemolo, l’aglio e le cipolle, e l’affaccendata figlia della
famiglia andar cercando nell’indice, ove si trovi il capitolo del cucinare,
pensi che onore ha da essere il mio.
La signora - Le devo dire, Signore, ch’Ella è in grand’errore. Una giovine, a
cui cada in mente di provvedersi di un dialogista, si curerà pochissimo
dell’arte del cucinare, e viceversa una che se ne curi, non se ne provvederà.
Ella vede dunque che un tal capitolo vi è del tutto superfluo.
L’autore - Vi ho pensato io pure. Ma però non dubito di non trovare qualcuna fra
le belle che conosca le opere letterarie al pari della cucina e della dispensa.
Ella stessa, Signora, ci dà un esempio che un simil caso non è poi del tutto
impossibile.
La signora - La ringrazio del complimento. Se però l’orzo rosso le sta tanto a
cuore, voglio farle volentieri il piacere d’informarla della maniera di
prepararlo.
L’autore - Ed io porgerò attentissimo l’orecchio.
La signora - Per preparare una certa porzione di orzo rosso, si prendono tre
libbre e mezza di mandorle amare tagliate, un’oncia di cannella pesta, e dello
zucchero a piacere. Dopo che il tutto è stato sul fuoco finché comincia a
bollire, vi si gettano cinque quarti di libbra di farina di riso, od anche una
libbra di sago, già prima ben depurato nell’acqua fredda. Tutto ciò si lascia
bollire un quarto d’ora e si va rimenando sovente. Quindi si versa in forme o in
tazze da tè, che però prima saranno state internamente bagnate nell’acqua
fredda, ed il tutto si lascia raffreddare. Dopo di ciò non manca che di
rovesciarlo dalle tazze o dalle forme in un piatto e di offrirlo agl’invitati
con crema dolce e con dello zucchero. Ecco il piatto che in Danimarca si usa
mangiare sotto il nome di orzo rosso. Ha capito bene?
L’autore - Tanto bene, che mi credo in istato di preparare il mio orzo rosso ad
occhi bendati (chiusi).
La signora - Come le cadeva in mente di scrivere per l’appunto sull’orzo rosso?
Avrebbe potuto scrivere sopra qualsivoglia altro piatto.
L’autore - Vorrei volentieri rendere il mio dialogista tanto utile che sia
possibile. Perciò pensai di comprendere due piettanze nel capitolo del cucinare,
delle quali l’una fosse poco nota alle dame italiane, e l’altra alle danesi.
Pelle mie leggitrici italiane mi son deciso pell’orzo rosso, e alle danesi farò
conoscere come si prepari la polenta.
La signora - Che piatto è mai questo?
L’autore - E’... è... in una parola, è la polenta.
La signora - Capisco bene: ma che cosa è propriamente la polenta?
L’autore - Ah, Signora, Ella è troppo poco versata nella letteratura italiana,
altrimenti dovrebbe sapere che la Polenta è un piatto molto poetico.
La signora - Finora non ho mai creduto che l’arte del cuoco si possa unire colla
poesia.
L’autore - Legga l’immortale poemetto sulla polenta del nostro poeta Baldi. E
poi non avrà più alcun dubbio.
La signora - Non potrebbe darmi un’idea in prosa di questa magnifica poesia?
L’autore - Volentieri, Signora. In una caldaja di rame si getta all’incirca una
misura e mezza d’acqua e un po’ di sale. Quando l’acqua bolle vi si getta una
libbra e mezza di grano turco macinato (o farina gialla). Però si bada di
gettarlo a poco a poco, e si dimena continuamente con una mestola la massa, che
si va formando nella caldaja. Tosto che da questa si sviluppa un denso vapore,
si può dire che la polenta abbia acquistata la solidità necessaria e sia cotta a
sufficienza. Ora si prende la caldaja via dal fuoco e si rovescia questa massa
sopra un bianco tagliere e ben polito, dopo di che mediante un filo la si taglia
in piccole fette. Si prende quindi una scodella di porcellana, se ne sparge il
fondo di cacio parmigiano grattato, vi si sovrappongono delle singole fette di
polenta, si spargono di nuovo al di sopra di cacio e così si seguita, fino a che
tutte le fette siano poste a strati una sovra l'altra. Quando il tutto è così
preparato lo si condisce con del burro liquefatto e la polenta è fatta.
La signora - E questo è tutto?
L’autore - Mi pare che ciò basti per eccitarle una gran voglia di questo piatto
squisito.
La signora - Non lo potrei dire; ma forse la voglia verrà col tempo, quando
prima mi sarò più familiarizzata colla poesia italiana, col cacio parmigiano e
col burro liquefatto.
L’autore - Vedo bene, Signora, che si burla della mia piettanza; ma devo
scusarla, non essendo Ella Italiana. (2)

Note:

(1) Un ringraziamento sincero al Prof. Sigurdur Peturson dell’Università di
Reykjavìk che mi ha consentito di vedere (fra altri numerosi e preziosi cimeli
che conserva con cura) il libro da cui ho tratto il branetto riportato.

(2) Per la soddisfazione di eventuali lettori interessati dirò che nell’indice
di vari dialoghi di questo testo si trovano fra gli altri i seguenti titoli :
Del far calzette, Fra una padrona ed una serva, Fra un signore ed un barbiere,
Fra un signore ed un ragazzo pitocco, Del duello.






[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]




Dom 16 Set 2001 12:08 pm

lindavelada@...
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Inoltra Messaggio #238 di 810 |
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Federica Simone
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16 Set 2001
11:58 am
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