Un vero percorso contrastivo è già stato realizzato da Manuel Carrera Díaz,
seguendo una presentazione grammaticalmente ordinata dei materiali.
Purtroppo, l'impostazione grammaticale è relativamente lenta e dà la
sensazione di essere poco comunicativa. Dico "dà la sensazione" perché in
pratica non sono affatto sicuro che l'approccio comunicativo sia quello più
adeguato tra l'italiano e lo spagnolo. Infatti, il problema che rilevo più
insistentemente nei miei studenti è legato all'"accuracy", non alla capacità
di farsi capire nelle intenzioni comunicative. Se i problemi di transfer
negativo sono all'ordine del giorno, com'è logico supporre, vedo ancor più
gravi e con più stupore i problemi causati dalla mancanza di "sensibilità
grammaticale". Cioè, gli studenti non è che confondano le forme dei plurali
o delle persone dei verbi, il che sarebbe logico, ma non si rendono neanche
conto di dove devono mettere un plurale o di quale persona del verbo devono
usare. In altre parole, manca l'abitudine al ragionamento grammaticale.
(Ecco per esempio gli sguardi vuoti di fronte agli esercizi dialogici di
UNO, che astraendo la frase comunicativa dal suo contesto, implicano un
lavoro di fantasia e ricostruzione del tutto particolare e che gli studenti
non capiscono di dover fare... anche se glielo spiego).
Questo percorso è l'unico che può condurre all'accuracy. E quando parlo di
"ragionamento grammaticale" non mi riferisco al metalinguaggio della
grammatica, neanche ad un ragionamento esplicito (come quelli proposti da
Carrera Díaz). Quando ho imparato lo spagnolo l'ho fatto a mazzate, essendo
stato catapultato negli ambienti per niente clementi dei pre-adolescenti
italiani in Venezuela, che tra loro scherzavano in spagnolo. Eppure ho
sviluppato un certo ragionamento grammaticale, che seppur senza nomi mi ha
portato a capire che in certe frasi andava bene quella data forma, che
"suonava spagnolo".
Forse, il problema è quello: il "suonare italiano" é molto poco
identificabile, in pratica, come invece forse lo è il "suono" del francese e
dello spagnolo, grazie alla regolarità nella morfologia di genere e numero
e, fino a un certo punto, anche delle forme verbali.
Fatto sta che comunque, dall'estremo del comunicativismo rappresentato dal
mio apprendistato a quello del percorso grammaticale più puro, ci devono
essere senz'altro degli spazi e degli spiragli per sistemi più adatti -
vedansi per esempio gli ottimi materiali dei colleghi messicani.
Come affrontare quindi, una volta per tutte, il problema dell'accuracy
morfologica, per gli ispanofoni?
Non penso di poter proporre una soluzione. Ma abbiamo delle risorse da
esplorare, e mi chiedo se non sia proprio il caso di provare a farlo.
A cosa servirebbero, altrimenti, i "veri amici", così abbondanti tra le due
lingue?
Quando abbiamo proposto un catalogo delle cosiddette "corrispondenze
morfologiche" tra le due lingue (del tipo "-ción" = "-zione", tanto per
intenderci), abbiamo ipotizzato un percorso d'insegnamento che utilizzi
appunto questi gruppi come punto di partenza per una sensibilizzazione più
profonda dello studente riguardo la morfologia dell'italiano.
In generale, si può dire che gli aggettivi e sostantivi che in spagnolo
finiscono con -e nella forma maschile singolare si mantengono tali in
italiano (estudiante = studente, verde = verde) e che quelli che finiscono
in consonante "prendono una e" per fare la "versione italiana" (cortés =
cortese, gentil = gentile ecc.).
Anche se non possiamo onestamente dire di esserci messi a creare materiali
specifici in questo senso, "l'italianizzazione" delle parole e anche di
intere frasi potrebbe essere un esercizio utile. Certo, condurrebbe allo
sviluppo di una strategia di "italianizzazione" che porterebbe lo studente a
commettere forse più errori di interferenza negativa di quanti ne realizzi
adesso... ma mi chiedo se questo non fosse un prezzo possibile da pagare per
ottenere una maggior attenzione alla forma delle parole, una maggior
competenza metalinguistica in generale, che tanto spesso vedo mancare nei
miei studenti (che non siano aspiranti linguisti o filologi...)
Lo sviluppo di questa sensibilità ci riporta, paradossalmente, a quei vecchi
esercizi strutturali che ormai la moderna glottodidattica considera
superati, del tipo "la decisione è importante > le decisioni sono
importanti" eppure... sono proprio quelli gli aspetti che poi gli studenti
si trascinano dietro per anni, anche dopo essere passati a livelli intermedi
dell'apprendimento.
Quando lo studente produce frasi come *"Me piace molta la pizza" non
possiamo accontentarci col dire che comunicativamente ha raggiunto il suo
obiettivo: saremmo contenti se fosse un cinese mandarino o un lappone a
produrre quella frase, ma non un'ispanofono! La distrazione di usare il "me"
invece del "mi" è molto grave, anche se non inficia la comprensione, perché
significa che lo studente non ha "l'italiano nell'orecchio". E il fatto di
concordare "molta" con "pizza" significa non essere neanche riuscito a
supporre, per istinto (non dico per ragionamento) che "molto" è
indeclinabile, in una frase perfettamente equivalente in spagnolo ("me gusta
mucho la pizza", e non "me gusta mucha la pizza"). Preferisco, a volte, che
mi faccia un errore di interferenza utilizzando una costruzione spagnola in
una frase italiana piuttosto che produca una frase che "neanche in spagnolo
sarebbe giusta" (cosa che suona ridicola ma a volte è rigorosamente vera).
Preferisco che capisca che sarebbe possibile "Mi piace (prendere) molta
pizza, non poca", anche se inconsueto, per la stessa ragione per la quale in
spagnolo sarebbe grammaticale anche se inconsueto dire "Me gusta (prendere)
mucha pizza, no poca...", o che mi dica "Questa pizza è divina", cacciandosi
in un vespaio di implicazioni socioculturali delle quali non è cosciente, a
che mi usi il *"me piace".
L'esempio può non essere tra i più felici, ma spero di toccare punti
sensibili in ciascuno di voi.
Non è neanche tanto casuale: la corrispondenza muy/mucho è uno dei pochi
casi in cui a due lessemi diversi ne corrisponde uno in italiano (di solito
è il contrario: considerate i diversi modi di rendere il "como"
spagnolo...), "molto", il che dovrebbe essere facile, eccetto per il fatto
che a conseguenza di questo fatto, "molto" è declinabile o no a seconda che
sia aggettivo o avverbio o, detto in altro modo, se corrisponde a "muy" o a
"mucho" (e in quest'ultimo caso se "mucho" viene concordato o no...) in una
frase equivalente in spagnolo.
Sapere se "molto" si flette in una frase data corrisponde a sapere se in
spagnolo si userebbe un elemento variabile o invariabile.
Può essere utilizzato questo sistema per insegnare?
Volgere al plurale la seguente frase:
Ho conosciuto una ragazza molto simpatica > Abbiamo conosciuto ragazze molto
simpatiche.
(molto = muy, quindi è invariabile anche in italiano).
Il tutto, senza passare dalla categoria di "avverbio" o "aggettivo", che può
essere più o meno utile a seconda dal tipo di studente.
In questa linea, sarebbe poi un problema del tutto diverso insegnare la
concordanza dei possessivi, che viene presentata in genereinsieme alla
famiglia come un problema di presenza o meno dell'articolo già dalle prime
lezioni di qualsiasi metodo, cosa che per l'ispanofono significa un doppio
problema: primo, quello di non enfatizzare sulla concordanza di genere con
la cosa posseduta (mi libro / mi casa = il mio libro / la mia casa), e
secondo quello di presentare sin da subito i casi in cui l'aggiunta
dell'articolo è condizionata dallo stato di parentela o meno del posseduto,
quando prima l'ispanofono dovrebbe essere abituato ad aggiungere l'articolo
e a formare le relative preposizioni articolate, e solo dopo, una volta
impadronitosi del meccanismo, concentrarsi sul fatto di toglierlo con i nomi
di parentela.
O viceversa!
Ma una cosa è certa: presentate tutte insieme, come accade sulla maggior
parte dei libri, questo argomento sembra pervaso da una sorta di sadismo.
È vero, certo, che questo tipo di insegnamento è molto lontano dalla moderna
didattica comunicativa.
Ma è anche vero che a comunicare si impara anche in strada (e ancor più
facilmente tra italiani e spagnoli), mentre questi dettagli, se non si
studiano in un'aula, dove altro?
Anche a comunicare: sono convinto che con un allenamento specifico a capire
"veri amici" si può insegnare molto. Mi sorprendo quando vedo che i miei
allievi non colgono la somiglianza tra "mettere" e "meter", tra "buttare" e
"botar", "accadere" e "acaecer", tra "en vez" (en cambio) e "invece", o tra
"ma" e l'antico "mas" del Quijote, che magari non si usano sempre negli
stessi contesti né nello stesso modo, ma che comunque conservano traccie
evidenti del loro significato nell'altra lingua.
Quanto non servirebbe loro lavorare su testi appositamente scelti per creare
l'abitudine alla deduzione del significato come competenza, come strategia
di apprendimento?
Prima lavorare con i veri amici, per far rilevare le corrispondenze
morfologiche.
Poi, introdurre i "falsi amici" chiari (del tipo "guardar" / "guardare"), e
per ultimi i falsi amici parziali, quelli veramente insidiosi (del tipo
"academia" / "accademia").
Del resto, imparare lo spagnolo l'ho sempre visto come un problema di
traduzione: altro che "pensare in un'altra lingua"! Si è sempre trattato di
tradurre, prima parola per parola, poi locuzione per locuzione, e infine
tipo di frase per tipo di frase... un percorso che potrebbe essere
perfettamente pensabile, almeno come sistema per far acquisire nuove
strategie di apprendimento e di comprensione nello studente.
Davide Martini
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