Innanzitutto approfitto dell'intervento per augurare a tutti buon anno e,
visto che in queste ricorrenze siamo tutti più buoni ;-), volevo iniziare
col dire che condivido in pieno le riflessioni di Davide.
Effettivamente i "problemi" dei nostri studenti non sono gli stessi di
"altri" studenti. E se ci facciamo caso, anche tra i nostri studenti i
problemi cambiano da soggetto a soggetto.
Ovviamente la soluzione a questi problemi credo che non consiste
nell'imposizione incondizionata di certi metodi, materiali, esercizi,
attività che noi riteniamo validi senza aver fatto un'analisi attenta dei
bisogni dei nostri studenti. Come dice Titone (non ricordo bene dove, dovrei
cercarlo) la didattica è "un'arte sopraffina" dove l'insegnante si adatta
alle esigenze che di volta in volta affiorano durante il percorso di
apprendimento. Non vi nego che a volte ho affrontato il discorso del "ne"
(ma è davvero uno scoglio insormontabile? ma è proprio così difficile?) fin
dalle prime lezioni del livello elementare. Se sorge l'esigenza di saperlo
perché dire agli studenti "Ora no!"? Non sono forse in grado di capire certi
meccanismi? E poi, diciamoci la verità: se questo benedetto "ne" lo usano
bene tutti gli italiani, così difficile non dovrà poi essere... ;-)))
Quindi ben vengano gli esercizi strutturali se ce n'è bisogno. Come dice
Balboni nella "Didattica dell'italiano a stranieri" quello comunicativo è un
approccio, non un metodo. E in questo approccio c'è spazio per tutto questo:
per la grammatica, per gli esercizi strutturali, per la linguistica
contrastiva, per la traduzione, ecc.
Il problema, se problema si può chiamare, sta nel come presentare questi
"argomenti". Cioè renderli veramente produttivi in classe. Penso, spero, che
quando decidiamo di portare in classe un esercizio su uno qualsiasi degli
argomenti che propone Davide, non pensiamo mica a un esercizio tratto
dall'eroica "Lingua italiana per stranieri" di Katerinov o dal "Parla e
scrivi". In questo modo staremo sì pensando ai nostri studenti per quanto
riguarda le proprie esigenze cognitive ma stiamo tralasciando totalmente i
loro bisogni sociali e affettivi. Ed è risaputo ormai che in una visione
didattica umanistica in cui lo studente è considerato il centro
dell'apprendimento quanto sia importante preparare appunto esercizi,
attività, materiali significativi sia dal punto di vista affettivo che
sociale e cognitivo.
Per questo io non vedo alcun contrasto tra un approccio comunicativo e dei
contenuti grammaticali o addirittura strutturali e traduttivi. Il problema è
ancora una volta "come" e non "cosa" insegnare. Anzi mi auguro che d'ora in
avanti, dopo tutto quello che ci ha detto Davide nel suo ultimo messaggio e
che da quando questa lista è attiva continua pazientemente a proporci, entri
di diritto nella didattica dell'italiano a ispanofoni tenendo però sempre
presenti i bisogni dei nostri studenti e non limitandoci a passare
informazioni utili ma inutilizzabili.
A presto
Paolo
P.S.
A proposito del "NE", su www.eeooiinet.com potete trovare delle cue cards
preparate da me proprio per esercitare gli studenti su questo argomento tabù
della nostra grammatica.