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simonemartini · Dedicata alla promozione della ricerca sull'insegnamento dell'italiano a ispanofoni e parlanti di lingue affini.
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Fw: Correzioni: S&M. le delizie della tecnica, gli stregoni della di   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #332 di 810 |
Caro Victor,
il tuo messaggio scoppia di buonsenso e mi trova quasi totalmente
d'accordo, soprattutto viste le premesse. Il tuo punto di vista mi sembra
permeato di un
fatalismo molto all'italiana di cui discutevo proprio oggi con un collega.
All'interno del sistema scolastico italiano dove mi sono formata io, è
sempre stato implicito un certo elitarismo nella cultura. Un elitarismo di
matrice deterministica non solo sociale - della serie, se vieni fuori da una
famiglia che ti stimola intellettualmente sarai avvantaggiato negli studi -
ma anche di talento - quello studia ma tanto non ci arriva poveretto... in
matematica sarà sempre un fallimento. Poi per fortuna uno esce dalla scuola
e smette di essere valutato unicamente per i suoi risultati scolastici .

Ho l'impressione - ma parlo veramente con poca cognizione di causa, sulla
base di un'impressione ancora da supportare con molta esperienza - che
l'educazione spagnola sia meno drastica in questo senso, che non mortifichi
chi é negato per una qualche materia, come la lingua, strumento di tutti:
questo giova non poco nel caso della formazione ad adulti, i quali, per le
più diverse ragioni, decidono in un momento della loro vita d'imparare una
seconda o terza lingua.

La lingua di Dante attira simpatie sempre maggiori,
da lingua di "ocio" e sempre piú di "negocio", ed ovviamente presenta degli
scogli precisi e ricorrenti per uno studente ispanofono, che hanno
sostanzialmente a che fare con l'accuratezza piú che con la comunicazione
(in questo senso indubbiamente l'italiano è facile per l'ispanofono,
chiaro). Fin qui nulla di nuovo.

La frustrazione dell'insegnante di cui parli non credo sia solo tecnica: in
fin dei conti quella s'impara con la pratica e il fatto di ricercare il
metodo migliore è semplicemente un vezzo tutto artigianale per andare
incontro alle esigenze dell'altro (non certo alle nostre, sennò basterebbe
mitragliare gli allievi di utili esercizi strutturali che sortiscono ottimi
risultati, almeno sul piano dell'accuratezza se non dell'efficacia in uno
studente autonomo e responsabile).

Il metodo si crea per economizzare gli sforzi, visto che il tempo e le
energie mentali da dedicare sono sempre troppo pochi e mantenere concentrata
l'attenzione è un'impresa sempre piú faticosa. . Anche la grammatica
potrebbe aiutarci a perdere meno tempo, sembra quasi che sia nata per quello
e non solo per far paura agli studenti.

Oltretutto la questione statistica cui tu fai menzione (non tutti sono
egualmente portati per la materia) è assolutamente concreta; la pluralità
implica la varietà, e la lezione in
classe è comunque standardizzata, per cui l'insegnante non può neppure
sopperire ai bisogni individuali perché non sarebbe possibile (per quello
dovrebbe esserci la lezione "one-on- one", che è una dinamica ovviamente
differente).

La frustrazione del docente, dicevo, a mio avviso ha molto a che vedere con
la sua percezione del parlante, i cui ritmi di apprendimento siano poco
controllabili, dal fatto che sostanzialmente anche il professore va motivato
(si parla sempre della motivazione dello studente, del gioco, della sfida:
e il povero professore, per caso non sente l'eventuale demotivazione sulla
propria pelle? ). Il fatto che la sappia diagnosticare implica
naturalmenteche sia in grado di intervenirvi.
Ovviamente è anche diversa la visione di chi insegna la propria lingua
all'estero e chi insegna una lingua straniera a parlanti della propria
lingua. Credo che i secondi siano in qualche modo più intransigenti in
quanto percepiscono che il processo cognitivo che li ha portati a conoscere
ed amare la lingua straniera dovrebbe esere il medesimo che vivono i loro
studenti. Io personalmente ne ero convintissima. Quando ho
iniziato a insegnare mi sembrava incredibile che la gente non
"s'intrippasse" in questioni grammaticali, non cercasse di cantare ed
imparare a memoria le canzoni,
non giocasse ad inventarsi alter ego pazzerelli nei role-plays come avrei
fatto io.
La realtà era diversa da quella che mi aspettavo, non peggiore ma diversa.
E l'obiettivo, ridimensionato, non era tenere una fluida conferenza con
tocchi d'istrionismo senza esitazioni riuscendo accattivante al mio
pubblico, che era poi il modello dei miei maestri dalle classi frontali in
cui mi immedesimavo sui banchi dell'università. Le regole dello spettacolo
erano dunque diverse. Sul set bisognava essere così forti da scomparire,
condurre, creare, intrecciare le dinamiche create da altri, stimolare e non
produrre parole. Una questione di autodisciplina non da poco, sorretta da
una tecnica che ovviamente fa più presa dove il talento c'è.
Da attore a regista il salto non è male. Sempre di cinema si tratta, sempre
di coinvolgimento ed emozione operata.
In ogni caso, inutile nasconderlo, lo shock in qualche modo l'ho subito:
l'ho superato ed ho migliorato la mia tecnica didattica ma, devo ammettere,
che un breve momento di frustrazione c'è stato. Utilissimo, per farmi capire
che io non ero un libro, sempre uguale anche se diversamente percepito, né
un emissore di conoscenze, bensì un professionista - o almeno questo era il
mio traguardo - che sapesse entrare in comunicazione con gli allievi per
capirne le esigenze e trarne il massimo profitto, adattandomi al loro ritmo
conscia di quali tecniche e materiali potevano essere d'aiuto in ogni
momento, consapevole, almeno in parte, di quali avrebbero potuto essere le
loro difficoltà. Il
resto lo fa l'esperienza, vero, anche se a volte ci vorrebbe proprio un
momento d'incontro. soprattutto all'inizio della carriera, in cui qualcuno
ti faccia capire che caspita sia 'sto filtro affettivo (per fare un
esempio), in che modi si manifesta (d'accordo gli occhi atterriti, ma ci
saranno pure altri sintomi, suvvia), in che tipo di soggetti, come si può
superare ed evitare che si ripeta, attraverso che strategie lo si può
evitare o abbattere.
Troppo discutibile? Un terreno troppo soggetto ad
opinioni personali? Troppo legato a fasi sorpassabili (come quelle che
definiscondo di volta in volta i metodi poi puntualmente "sorpassati"?). O
al contrario troppo asettico? Non siamo in fin dei conti dei medici... ma
non vorremo neppure continuare ad essere considerati degli stregoni?
L'autonomia e la crescente diffusione della disciplina e della formazione
glottodidattica hanno in un certo senso favorito il riconoscimento della
professionalità del docente di L2/LS, soprattutto per quanto riguarda
l'italiano, ma credo ci sia ancora strada da fare.
Credo in ogni caso che se non si può intervenire sul fronte del talento (vi
piacerebbe un bello studente transgenico?) almeno con i nuovi detergenti
(per seguire l'esempio di Victor) ci si puo' pulire la coscienza..:-)))

Ringrazio sentitamente Victor per la sua bellissima provocazione, spunto di
riflessioni che credo fruttifere per tutti noi.

Un salutone a tutti.

Federica

> ----- Original Message -----
> From: "victor40it" <victor40@...>
> To: <simonemartini@yahoogroups.com>
> Sent: Sunday, January 06, 2002 9:54 PM
> Subject: S&M. (unknown)
>
>
> Mi presento, sono Victor Maña, insegno alla EOI di Malaga e vi auguro
> un buon anno. (Ciao Paolo!!)
>
> Io volevo fare una riflessione generale, anzi, generalissima, su uno
> dei problemi (il "problema"?) che dobbiamo affrontare ogni giorno,
> ogni anno o anche per tutta la nostra vita come insegnanti, e cioè
> che i nostri studenti non imparano -o non imparano come noi vorremmo-
> Immagino che sappiate benissimo di che cosa vi sto parlando...
> Io quasi quasi proporrei di non preoccuparci per un fatto
> così "naturale". Infatti: non imparare è l'attività più vecchia del
> mondo, da che mondo è mondo. O detto diversamente, su cento studenti
> iscritti in una scuola e presi a caso, solo una percentuale data (non
> chiedetemi se alta o bassa, per carità, speriamo alta) riesce ad
> acquisire quel livello di competenza che ci fa sentire orgogliosi e
> fieri della nostra professione. Davanti all'altra percentuale invece,
> quella negativa, non ci diamo pace e discutiamo tanto, e scriviamo
> libri e articoli sul fallimento di questo sistema, di quella
> pedagogia, o di quel modo di impostare la lezione in aula, e
> partecipiamo in forum dove ci preoccupiamo dell'andamento del
> processo di formazione dell'alunno come fossero figli nostri. È bello
> il nostro mestiere, senz'altro, ma penso che dovremmo tentare di fare
> i bravi insegnanti e basta, senza sentirci dei falliti se non
> riusciamo a far capire ad alcuni alunni -dopo quattro mesi di lezione-
> che non si pronuncia /como te yiami?/, che non si dice "il aereo",
> che "allora" non significa "ahora".
> Io insegno da non pochi anni e vi assicuro che dopo due settimane di
> lezioni vi potrei già individuare senza possibilità di errore
> (esagero?)alcuni studenti che so che non passeranno l'esame finale o
> addirittura che non arriveranno alla fine del corso. Chiaroveggenza?
> Prepotenza da insegnante spietato? Ma nient'affatto: semplice
> osservazione della natura delle cose, umile accettazione delle leggi
> della statistica.
> Secondo me l'evoluzione dei metodi per l'insegnamento delle lingue e
> quella dei detersivi sono parallele. Ogni anno le ditte lanciano sul
> mercato l'ultima scoperta: detersivo al limone, al profumo di pino,
> con effetto candeggina, con granelli biotensoattivi... Se logicamente
> ogni anno la formula è migliore e più efficace di quella dell'anno
> precedente... pensate un po' che evoluzione a passi giganteschi!! E
> invece, l'umile osservazione delle cose (e delle macchie delle
> camicie dopo il bucato) ci porta alla conclusione che in venti anni
> l'evoluzione dell'efficienza probabilmente è stata zero. I detersivi
> mandano via lo sporco nel 2002 come nel 1978. E così anche noi
> (quanti anni abbiamo? con quale metodo di spagnolo o d'italiano
> abbiamo imparato la L2 nel '75, nell''80?) ci sentiamo sempre
> insoddisfatti con quest'ultimo e attraente manuale, con quest'ultima
> teoria della didattica... perché, tutto sommato e con tanto di belle
> fotografie a colori e con tanto di chiarissime tabelle grammaticali
> non-aggressive, alcuni studenti continuano a dire /como te
> yiami?/ "il aereo" o "quelli uomi". E allora pensiamo che anche quel
> manuale non serve.
> Amici colleghi, smettiamola e accettiamo che qualunque sia il metodo
> ci saranno sempre gli incapaci di imparare. Vi suona male "incapaci"?
> Vedete? Sempre timorosi alle parole. E il timore non porta mai alla
> scienza. "Incapaci" qui, tra di noi, non significa affatto "poco
> intelligenti". Significa solo che molti dei nostri studenti hanno
> altre cose per la testa oltre all'oretta quotidiana d'italiano.
> Studiano all'università, o al liceo (che ammettiamolo, sono
> occupazioni un po' più impegnative...)o lavorano molte ore al giorno
> e si occupano della casa o semplicemente hanno pochissimo tempo
> libero a disposizione per studiare, o sì, hanno smesso di studiare
> tanti anni fa e non riescono a riacquistare l'abitudine di quel po'
> di sforzo che ci vuole per imparare una lingua. E purtroppo la sola
> volontà o desiderio alla fine conta poco. E contro questo
> atteggiamento "moscio" di molti alunni non c'è metodo rivoluzionario
> che regga.
> Invece... che piacere scoprire -quando correggiamo gli esami e tutto
> va male- che ci sono anche quelli che non hanno fatto altro che
> seguire le lezioni e studiare un po' il giorno prima, ma che riescono
> a rispondere benissimo a tutte le risposte o quasi. E allora pensi
> che basta pochissimo per imparare.
> Cari colleghi, ammettiamolo: l'italiano per gli ispanofoni è
> facilissimo. Ci vuole poco per impararlo. Il problema è che tanti
> alunni quel poco non ce l'hanno.
> E quindi non lamentiamoci più. Cerchiamo di rendere le lezioni
> piacevoli e agili, e creiamo un ambiente simpatico dentro l'aula, e
> scegliamo un manuale qualunque. Vi assicuro che -lasciando da parte i
> gusti personali- fanno tutti lo stesso effetto sull'alunno. Io ne
> avrò già usati sei-sette per livello con lo stesso risultato: alcuni
> studenti dopo quattro mesi (o dopo quattro anni?)continuano a
> dire: /como te yiami/ "il aereo" e "quelli uomi"
>
>
>
>
>
>
> I messaggi saranno raccolti periodicamente per argomento e messi a
> disposizione nella pagina "files".
> Preghiamo di trattare un solo argomento per mail, per facilitare la
> raccolta. Grazie!
>
> L'utilizzo, da parte tua, di Yahoo! Gruppi è soggetto alle
> http://it.docs.yahoo.com/info/utos.html
>
>
>
>
>
>




Ven 11 Gen 2002 8:37 pm

lindavelada
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Inoltra Messaggio #332 di 810 |
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Caro Victor, il tuo messaggio scoppia di buonsenso e mi trova quasi totalmente d'accordo, soprattutto viste le premesse. Il tuo punto di vista mi sembra ...
Federica Simone
lindavelada
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11 Gen 2002
8:24 pm
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