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simonemartini · Dedicata alla promozione della ricerca sull'insegnamento dell'italiano a ispanofoni e parlanti di lingue affini.
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Re: S&M. pronte ad essere fuse   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #343 di 810 |
Re: S&M. pronte ad essere fuse

Mi associo a quanti hanno espresso giudizi e opinioni positive sull'utilità
di questa lista, che sta diventando una specie di Piccola Crusca on
line...Perché non pubblicare tutte le risposte in un libro? E' soltanto
un'idea...
Vorrei anche contribuire a chiarire, o, forse, complicare alcuni dubbi,
partendo da "essere pronti a o per".
In linea di massima, mi sento d'accordo con quanto espresso da Federica,
anche se mi sembra utile qualche chiarimento e specificazione.
Essere, con la preposizione a, indica uno stato, una disposizione, un modo
di essere, in senso generico e universale. Un'attitudine, insomma. Infatti,
essere pronto a+ infinito presente, significa che la condizione di
realizzare l'azione espressa dal verbo è sempre valida. Essere pronto a+
infinito passato può rientrare in questa casistica, sempre che il soggetto
sia consapevole e d'accordo (I soldati sono pronti a essere uccisi per la
Patria). Naturalmente, implicando una dote di consapevolezza e di coscienza,
questo uso è preferibile attribuirlo a esseri pensanti. Se si ritiene che un
pollo possa essere d'accordo a essere ucciso per sfamare l'essere umano,
allora va bene. Nel caso di essere inanimati, è assolutamente ingiustificato
scrivere essere
pronti a. Dunque, essere pronti per+ infinito passato è la costruzione
migliore, poiché presuppone una azione passiva.
Essere pronti per+infinito, invece, esprime un'azione che sta per avvenire,
una
specie di perifrastica. Dunque, essere pronti a+infinito è ben diverso da
essere pronti per+ infinito.

Se vogliamo estendere l'analisi anche alla finalità espressa dalle
preposizioni a e per con i verbi di movimento, allora le cose si complicano
perché interviene
l'inferenza e la necessità di capire se il nostro interlocutore ha
utilizzato propriamente le due preposizioni. Faccio un esempio:
sono uscito per passeggiare
sono uscito a passeggiare
Che differenza c'è? La preposizione per indica un fine probabile, per il
quale è stata compiuta un'azione. Mentre la preposizione a dà la certezza
che l'azione espressa dal verbo della proposizione finale è stata compiuta.
Sono andato al bar a comprare il latte
Sono andato al bar per comprare il latte, ma era chiuso.
Tuttavia, questa distinzione non è più avvertita dai parlanti, poiché si
semplificano i concetti proprio per ridurre l'inferenza.

Passando alla domanda di Sabina, credo che qui si debba fare
riferimento alla necessità espressiva di una lingua e alla sua finalità
comunicativa. In linea teorica, potrebbe essere corretto dire "sono in
fretta", così come diciamo "sono in dubbio", anche se sembra esprimere una
condizione esistenziale e non momentanea. Gli inglesi, infatti, usano
l'espressione to be in a hurry, cioè una fretta specifica non universale. I
francesi dicono etre presse, ma la vera traduzione di fretta è hate. Dunque,
ricorrono a una locuzione in cui non usano il termine fretta, ma un passivo
con il verbo presser. Gli spagnoli, invece, utilizzano il verbo tener,
principalmente. Per questo riterrei opportuno usare il verbo avere.
Comunque,
ogni termine riflette la mentalità di una popolazione. Io sono convinto che
in alcune civiltà non esista neanche
questo termine.
Se mi è concesso, ritengo inutile dire sono in fretta, poiché è più
utilizzato e immediato dire vado di fretta, ho fretta. Soprattutto, è una
distinzione e un dubbio da non sottoporre a studenti stranieri.

Riguardo a essere ed esserci, oltre alle solite analisi contrastive
(benedette!), si può ricorrere a una serie di espressioni idiomatiche che
servono per capire quanto l'uso del ci sia difficile da spiegare, ma più
semplice da assimilare come fatto culturale. Come spiegare, per esempio,
vederci, sentirci?
Tuttavia, agli studenti che richiedono maggiori spiegazioni, io offro sempre
quella relativa all'esistenza in un posto o in un'era con i verbi essere,
stare, rimanere... Mentre, nella sua funzione locativa, è più semplice da
capire.
Per passare alla domanda di Davide, "come avreste risposto voi alla domanda
della studentessa" (anche se io preferirei utilizzare studente anche per il
femminile, benché sia poco o niente usato),
io non avrei corretto come errore "dove c'è km zero". Per
me è corretto. Infatti, quel "c'è" in unione con dove non è un pleonasmo,
poiché "esserci" assorbe parte del valore locativo dell'avverbio, lo attenua
anche quando il riferimento al luogo sia determinato. In questo caso, come
in "Qui non c'è' aria", sopraggiunge un più forte e preciso elemento
locativo. Inoltre, sopprimere "ci" sembra una forzatura linguistica, una
ricercatezza estranea all'uso corrente dei parlanti. Per di più, dire "dove
è
km zero" può spesso sembrare una domanda, soprattutto se si utilizza
un'intonazione particolare che spesso gli stranieri hanno.
Io ricorro anche a un trucco, dicendo che adoperiamo "esserci" quando il
soggetto segue il verbo, anche se è una forzatura piena di eccezioni.
Tuttavia mi sembra migliore questo trucco piuttosto che dire che lo usiamo
quando il luogo viene prima del soggetto, perché io potrei anche dire:
Nell'aula, gli studenti sono tanti.
Quindi uno studente scaltro potrebbe metterci in difficoltà sottoponendoci
questo esempio e chiedendoci come mai nelle domande, pur non usando il
luogo, bensì sottointendendolo, usiamo esserci (Ci sono tanti studenti?).
E' sempre meglio semplificare loro queste strutture ed espressioni
idiomatiche riccorrendo all'analisi contrastiva e alle comparazioni. Per
esempio, mentre gli ispanofoni chiedono "Que pasa?", noi diciamo "Che cosa
c'è". Sarebbe lungo, noioso e controproducente spiegare il perché a una
classe di studenti che ambiscono soltanto a parlare e capire. Poi, nel caso
in cui s'incontrasse qualcuno che deve fare ricerche etimologiche e
storiche, allora ci si potrebbe divertire a fare analisi approfondite. Ma
non mi
azzardo mai a farlo con gli altri studenti.

Sarebbe anche interessante capire perché e quando in italiano si è passati
da "avere" e "ci/vi ha" (non avea pianto mai che di sospiri, Dante; non vi
ha scienze filosofiche particolari, che stiano da sé, Croce) a c'è, v'è. In
francese si usa il y a, con il verbo avere dunque. Lo stesso gli spagnoli,
mentre gli inglesi usano il verbo essere, come era anche in latino, ma con
una costruzione morfologica sintetica. Può darsi che in tutto questo siano
anche intercorsi fattori politico-economici, spostamenti culturali
dipendenti dalle fasi storiche. Ma, naturalmente, i nostri studenti, queste
cose, possono anche non studiarle, senza tra l'altro pregiudicare la loro
conoscenza dell'italiano.

Infine, parto dal presupposto che la lingua non è affatto un rigido sistema
logico, ma risponde alle mutazioni
delle realtà e, spesso, contribuisce a modificarle, divenendo lo specchio
della psicologia di intere società.

Un saluto cordiale a tutti,
Stefano









Sab 19 Gen 2002 2:15 pm

dantesantodomingo@...
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Inoltra Messaggio #343 di 810 |
Espandi messaggi Autore Disponi per data

Cara Federica, sono assolutamente d'accordo con te per la differenza fra "pronto a" e "pronto per". Un altro problema da sottoporre a tutti i colisteros: si...
sabina longhitano
ignazia@...
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19 Gen 2002
12:44 am

Mi associo a quanti hanno espresso giudizi e opinioni positive sull'utilità di questa lista, che sta diventando una specie di Piccola Crusca on line...Perché...
Società Dante Alig...
dantesantodomingo@...
Invia email
19 Gen 2002
2:13 pm

Cara Sabina, non ho argomenti tecnici per rispondere alla tua domanda, ma solo una questione "d'orecchio": non avevo mai sentito prima la forma "sono di...
Nina Caldarella
nina@...
Invia email
20 Gen 2002
3:04 am

Un'aggiunta al mio messaggio di risposta a Sabina, anch'io sono d'accordo sulla differenza di "la camicia è pronta per essere indossata" e "il ragazzo è...
Nina Caldarella
nina@...
Invia email
20 Gen 2002
3:08 am
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