Non è la prima volta che discussioni di questo genere vengono a galla.
Il problema è che se anche noi, in genere più competenti della media, o
almeno più sensibilizzati, abbiamo difficoltà a decidere le diverse
sfumature di significato, cosa dovremmo dire ai nostri studenti?
In spagnolo, per esempio, l'uso di en (in) o a (a) è semplicemente legato
allo stato in luogo o moto a luogo. Lapalissiano. Rimane abbastanza
complesso l'uso dell'articolo, che presenta diversi casi (en casa o en la
casa?), non sempre simmetrici. Ma quando a queste sottili dissimmetrie si
unisce anche il fatto che in e a non vengono correlate a moto a luogo o
stato in luogo, la faccenda diventa così complessa che anche per noi è
difficile averne sotto controllo tutti i risvolti, e tantomeno ridurla a
formule efficaci per lo studente.
La mia domanda è sempre la stessa, da mesi: come armonizzare queste
difficoltà con un syllabus qualsiasi, tantopiù se comunicativo? Lo studente
si trova sin dalle primissime lezioni di fronte a problemi complessissimi,
sia intrinsecamente che in chiave contrastiva. Né gli sarebbe possibile
imparare "per osmosi", semplicemente ascoltando e imparando e ripetendo, a
meno di produrre un input calcolatissimo e martellante, che non esiste
neanche e sarebbe un po' asssurdo (si tratta di uno solo tra i moltissimi
problemi di questo genere che pone la lingua). Il fatto che la confusione
delle preposizioni e degli articoli sia irrilevante dal punto di vista
comunicativo è tutto da dimostrare, e comunque, non è tanto l'errore
grammaticale isolato che interferisce con la comunicazione, ma l'accumulo di
errori (qualcuno conosce studi sugli errori che tengano conto dell'effetto
accumulativo?).
Insegnare "prima le cose più semplici" è facile a dirsi, ma non c'è niente
di semplice, solo di limitato.
Insegnare "prima le parole più usate" significa insegnare prima le più
complesse e ricche di sfumature.
Il Quadro Comune indica, per i livelli più bassi "frasi semplici". Cioè più
ambigue, cioè più dipendenti dal contesto. Ricordiamo che le feddure e gli
slogan possono essere considerate "frasi semplici", e che con un "ma va" si
possono esprimere un sacco di cose. Cosa significa allora "frasi semplici"?
Semmai diremmo "significati strettamente denotativi", "assenza di ironia o
sottointesi" e cose del genere... ma allora non stiamo più focalizzandoci
sulla "comunicazione", ma sulla "trasmissione di dati".
Scusate le riflessioni a ruota libera.
Davide Martini
(Chi riceve questo messaggio sulla lista Simon&Martini, sappia che si
ricollega ad una discussione sull'uso delle preposizioni "in", "a" e
l'articolo determinativo svoltasi in questi giorni su Italiano_L2; una
discussione che, ogni volta che viene proposta, porta a sottilissime
considerazioni poco ferree che mi spaventano: come possiamo insegnare
qualcosa quando stiamo ancora mettendoci d'accordo sull'uso e sul
significato?)