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simonemartini · Dedicata alla promozione della ricerca sull'insegnamento dell'italiano a ispanofoni e parlanti di lingue affini.
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R: S&M. Fenomeni del parlato   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #91 di 810 |

(SCUSATE PER L'INSISTENZA MA PER PROBLEMI DI EDITING LA PRIMA VERSIONE POTEVA DARE PROBLEMI NELLA LETTURA. SPERO CHE QUESTA VERSIONE RISULTI GRAFICAMENTE PIU' CHIARA)

 

Prima di tutto mi presento. Mi chiamo Paolo Gimmelli e sono tra i pionieri (anche se silenzioso) di questa lista di discussione. Conosco personalmente Davide & Federica e mi sembra che questa loro iniziativa sia di quanto più utile e costruttivo esista oggi a disposizione degli insegnanti di italiano a stranieri. Io insegno alla Escuela Oficial de Idiomas di Ciudad Real dopo aver insegnato per diversi anni in vari centri di Napoli, Roma, Murcia, Madrid.

Mi occupo anche di ricerca glottodidattica e di formazione degli insegnanti. Tra gli argomenti affrontati finora nei miei lavori ci sono la fonetica e la correzione fonetica, il dettato come attività didattica in un approccio comunicativo, cultura e didattica della lingua straniera, il testo-canzone e le sue applicazioni didattiche.

Scusate il ritardo. Da tempo volevo rispondere ad alcuni quesiti su questo argomento ma il tempo che posso dedicare a queste cose è veramente poco. Approfitto delle vacanze natalizie per augurare a tutti i ‘colisteros’ un buon anno e per mettere a disposizione di tutti il mio intervento.

Parto da alcune considerazioni (che evidenzio in grassetto) per introdurre i miei interventi.

-RADDOPPIAMENTO FONOSINTATTICO: (Va bene = vabbene)
Non ho sentito parlare di un fenomeno simile o parallelo nello spagnolo, anche se mi sembrerebbe naturale: '¡que sé yo!' = '¡quesseyò!'.

effettivamente il raddoppiamento fonetico per posizione sintattica esiste anche in spagnolo. Gli esempi più evidenti sono (non uso correttamente l'alfabeto A.P.I. perché non so se vi arriverà bene) "la radio"= [la'r:adio] e tutte le realizzazioni di /r/ iniziale di parola, dopo vocale.

Un altro tipo di raddoppiamento per posizione sintattica (che mi darà lo spunto per riflettere su un fenomeno associabile a questo) è quello di casi come "cruz roja"=[cru'r:oxa].

A questo punto mi piacerebbe introdurre un argomento dove spesso, a mio giudizio inutilmente, si insiste quando si parla di fonetica contrastiva italiano-spagnolo, ma prima di essere linciato vorrei riflettere sull’espressione "lingua della strada".

Quando si parla di fonetica, per definizione non possiamo che riferirci ovviamente alla lingua parlata. Ora, l'unico caso in cui la lingua parlata coincide "quasi" completamente con quella scritta è il "parlato letto". Ovvero testi scritti appositamente per essere letti.

Detto questo dobbiamo circoscrivere il campo d’azione della fonetica allo studio e alla descrizione delle realizzazioni fonetiche che non possono essere altro che 'parlate'.

Ciò premesso vorrei portarvi a riflettere ora su alcuni fenomeni fonetici dell'italiano che ci ostiniamo a ritenere importanti quando insegniamo a spagnoli e che secondo me sono marginali e tolgono spazio ad altri fenomeni che invece tendiamo a trascurare.

Le doppie.

Per riallacciarmi al fenomeno del raddoppiamento sintattico e più in generale alla pronuncia delle "doppie consonanti" dell'italiano personalmente ridurrei il fenomeno a un problema esclusivamente ortografico in quanto, nello spagnolo parlato (non importa di dove e parlato da chi), di consonanti doppie se ne pronunciano tante quante in italiano (con più o meno aspirazioni). Per esempio in un'esclamazione del tipo "es tonto" la pronuncia si avvicina di molto a [e't:onto].

Del resto anche a noi italiani da piccoli facevano riempire pagine e pagine di parole con le doppie che, evidentemente, pronunciavamo benissimo ma che non sapevamo scrivere (cfr. il volume "Cappuccetto Rosso impara a scrivere" con interessanti riferimenti all’ortografia di bambini italiani, messicani, uruguayani e brasiliani).

Ovviamente, dal punto di vista ricettivo esisteranno dubbi ed esitazioni da parte dello studente spagnolo nel riconoscere certe articolazioni come la ‘g’ di ‘Perugia’ dalla ‘gg’ di ‘pioggia’ ma questo, oltre ad introdurre problemi di geolinguistica, sembra essere un problema che riguarda gli stessi madrelingua.

Quel che è certo è che la /t:/ spagnola di [a't:or] (actor) non è affatto diversa dalla /t:/ italiana di [a't:ore] (attore). Spettrogrammi alla mano.

Vocali aperte/vocali chiuse.

È opinione diffusa tra i colleghi che tra le peculiarità del sistema vocalico dell’italiano ci sia quello di distinguere le ‘e’ e le ‘o’ aperte da quelle chiuse. Insistiamo nel censurare le prestazioni di nostri studenti che pronunciano aperte alcune vocali chiuse e viceversa. Ci improvvisiamo in acrobatiche sessioni ortofoniche per insegnare questa cosa che "esiste in italiano e che gli spagnoli non sanno fare". Bugia. In spagnolo esiste praticamente uguale e gli spagnoli sanno pronunciare e distinguere benissimo le ‘e’ e le ‘o’ aperte e chiuse. Sono forse uguali le ‘e’ di ‘pera’ e di ‘perra’ o le ‘o’ di ‘ahora’ e di ‘ahorra’? Io so di no. Spettrogrammi alla mano. In più conferma queste mie posizioni l’ormai biblico "Manual de pronunciación española" di T. Navarro Tomás di qualche decennio fa.

E ricordiamoci inoltre che già Francesco Petrarca, alcuni secoli fa costruiva le rime consonantiche dei sonetti del suo Canzoniere senza far distinzione tra ‘e’ e ‘o’ aperte e chiuse.

"Veri" problemi.

Secondo me i veri problemi fonetici che bisogna affrontare assieme ai nostri studenti e che meritano un po’ di attenzione da parte nostra sono in primo luogo l’intonazione per i motivi che dirò più avanti (abbastanza problematiche sono l’intonazione della domanda, dell’esortazione e dell’esclamazione in italiano da parte degli ispanofoni).

In secondo luogo mi soffermerei sull’articolazione di alcuni fonemi come la ‘gl’ (foglia), la /dz/ e la /ts/, la /s/ (che in italiano è diversissima rispetto alla /s/ spagnola) che hanno in comune il fatto che in italiano si pronunciano tutte con la punta della lingua appoggiata agli alveoli inferiori e usando come parte attiva il predorso e il dorso della lingua. In invece spagnolo si tende ad utilizzare la punta della lingua come parte attiva che interviene nell’articolazione la quale tocca gli alveoli superiori confermando in questo modo una complessiva tendenza degli spagnoli ad articolare i suoni del proprio sistema fonetico con la lingua in avanti (fino ad arrivare a pronunciare interdentali anche le occlusive /d/ e /t/). In questo senso è noto il pudore degli italiani a "tirar fuori la lingua" quando devono pronunciare le interdentali spagnole preferendo il seseo alla vergogna o alla maleducazione di mostrare un così immondo organo!

Per ultimo dovrebbero essere oggetto di esercitazioni finalizzate alla correzione fonetica i fonemi /b/ /d/ e /g/ che in italiano sono sempre occlusivi e che in spagnolo sono molto spesso (quasi sempre) fricativi o approssimanti. Da ciò la pronuncia [va'vene] invece di [va'b:ene]

Conoscete studi che trattino di questo fenomeno nella lingua spagnola?

Una nostra bravissima collega (Franca Mancini di Torino) alla quale mi lega un’orgogliosa amicizia, da anni studia la fonetica contrastiva italiano/spagnolo. Come succede spesso non sempre la bravura va di pari passo con la notorietà. Di conseguenza molti suoi studi preziosissimi sono rimasti finora inediti anche se qualcosa mi dice che ci sta preparando qualcosa di veramente interessante e che vedrà la luce tra non molto. Vi terrò informati.

 

Molti testi di insegnamento dell'italiano concedono molta importanza al raddoppiamento fonosintattico.

A vostro parere costituisce un ostacolo alla comprensione per l'ispanofono?

A vostro parere lo studente che non realizzi un raddoppiamento fonosintattico corre più rischi di non essere capito da un parlante italiano (e quale parlante?)?

Secondo me quando si insegna la pronuncia (e intendo articolazioni, intonazione, ritmo, ecc.) il problema non è tanto l'incomprensione del messaggio trasmesso (tra italiani e spagnoli è rarissima) ma la comprensione di cosa?

Quando parliamo, una piccolissima parte di ciò che comunichiamo è affidata alle parole mentre molto si affida ad altri fattori come la mimica, la prossemica, la pronuncia, l'intonazione, il ritmo, il modo di vestire degli interlocutori, ecc.

Nel caso del raddoppiamento sintattico, uno spagnolo che pronuncia [la'r:adio] invece che [la'radio] oppure [va'vene] invece che [va'b:ene] sta effettivamente comunicando in primo luogo che è spagnolo e in secondo luogo che non sa o che non vuole pronunciare "bene" l'italiano. Tutto ciò influisce indubbiamente sul comportamento dell'interlocutore che da questo messaggio in codice ne trarrà delle conclusioni che incideranno fortemente sul resto della comunicazione.

In questo senso vi invito a riflettere sull'accettazione sociale di personaggi di lingua spagnola come Maradona e Natalia Estrada i quali parlano l'italiano in due modi completamente diversi. Il primo parla con tutte le marche della lingua di partenza (e non è che non comunichi, si capisce tutto) la seconda parla come una quasi-madrelingua.

Il primo, è andato via dall’Italia così come c’era arrivato: un bravo calciatore argentino che per un certo periodo ha imparato ed utilizzato l’italiano per svolgere la propria attività in Italia.

La seconda invece, pur avendo iniziato la propria carriera ‘vendendo’ l’immagine della ballerina spagnola (asturiana!!!!), ha man mano assorbito la cultura e la lingua del paese che la ospita. Il risultato è che ormai gli italiani non la considerano più una spagnola se non di nascita (qualcuno la chiama addirittura Natalìa, con l’accento sulla i). La show girl si è in questo modo completamente integrata nella cultura di accoglienza e per la quale, per esempio, una pronuncia ‘spagnola’ non sarebbe accolta più come un indizio della sua provenienza ma come un vero e proprio ‘errore’.

 

Spero di non avervi annoiato con queste mie elucubrazioni, ma c’è di buono che non posso intervenire spesso…

Alla prossima!

Paolo



Mer 3 Gen 2001 7:16 pm

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Paolo Gimmelli
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