Leggendo la reazione provocata dalla mia risposta a Manuel Carrera, sono andato a riguardarmela, e mi sono accorto di aver forse involontariamente usato toni polemici dove l’unica mia intenzione era quella di puntualizzare alcuni aspetti dell’intervento senza voler colpire nessuno. Se ciò è avvenuto me ne scuso.
Credo fermamente che l’obiettivo di una lista di discussione come la nostra non sia quello di alimentare polemiche (quasi sempre sterili) ma quello di ampliare le conoscenze con l’apporto di tutti e con lo scambio continuo tra colleghi, senza "pudori della propria ignoranza" come giustamente scrivono Federica e Davide. Penso che l'obiettivo sia quello di svolgere il nostro lavoro ognuno nel modo migliore e ben vengano i consigli e gli aiuti degli altri se possono servire a raggiungerlo.
Il mio primo (e meditato) intervento aveva intenzionatamente un tono (simpaticamente, credo) provocatorio e mi ha sorpreso e, allo stesso tempo, lusingato l’interesse di un così autorevole collega (mai intervenuto prima, mi pare). La mia replica è stata istintiva e affrettata un po’ per l’ansia di trasformare in positivi quei punti negativi con cui il prof. Carrera apriva il suo intervento, un po’ per il timore di non poter dar seguito a una discussione che immaginavo interessante per tutti, dato che le vacanze erano ormai finite. Il risultato, a leggere i commenti, mi è sembrato lontanissimo dalle mie intenzioni avendo dato rilievo ad aspetti che ritengo marginali alla discussione. Me ne scuso ancora, soprattutto con Manuel Carrera (spero che questo incidente non "incida" per suoi futuri interventi) e con i promotori della lista.
Per quanto riguarda i miei interventi, essi avevano un carattere più didattico che linguistico, visto che di didattica mi occupo ormai da anni.
Una delle mie provocazioni ("in spagnolo si pronunciano tante doppie come in italiano") non faceva riferimento a modelli fonetici o a pronunce standard, neo-standard o "dell’uso medio". Io non volevo assolutamente mettere in discussione gli studi finora prodotti sull’argomento (tra cui quelli notissimi di Manuel Carrera). Io partivo semplicemente dalla costatazione, durante un mio studio del 1992, -che tra l’altro riguardava la pronuncia degli italiani che imparano lo spagnolo (niente a che vedere, quindi, con quello di cui stiamo parlando)-, che il mio ‘parlante’ madrelingua spagnolo (che utilizzavo come modello) pronunciava certi suoni in modo molto simile a quello degli informanti italiani sulla cui pronuncia stavo investigando. Da quel momento ho iniziato ad osservare la pronuncia spontanea degli spagnoli e ho constatato che effettivamente molti dei suoni che io tentavo di far acquisire ai miei studenti loro li avevano già nel bagaglio fonetico di partenza. Ovviamente, in questo frangente a me non interessa la pertinenza o la valenza di certi fenomeni articolatori ma soltanto il fatto che esistono nella lingua di partenza (spagnolo) e possono essere trasferiti con meno fatica a quella di arrivo (italiano).
In classe quello che bisognerà fare è semplicemente far prendere coscienza, agli spagnoli, di certi fenomeni del proprio sistema fonetico e invitarli a traferirli all’italiano avvertendoli che in quest’ultima lingua hanno una pertinenza che nella loro non hanno. È solo in questo senso, quindi che "in spagnolo si pronunciano tante doppie quante in italiano". Ed è solo in questo senso che accetto la sfida di Davide e Federica ma solo a certe condizioni:
- Che abbia un carattere esclusivamente "didattico" e non normativo;
- Che si escludano dal gioco la /b/, la /d/ e la /g/, che io mettevo tra i "problemi veri" (anche se parole come [a'ned:ota] mi spingerebbero a ragionarci su...);
- Che riguardi solo suoni che esistono in italiano. Dato che parliamo di studenti che imparano l’italiano dal punto di vista didattico, certi suoni del sistema fonetico di partenza possono rappresentare degli ostacoli piuttosto che casi di transfert positivo.
Chiarito, spero, il mio punto di vista e le cause che lo motivano volevo puntualizzare sull’interpretazione di certe mie affermazioni (dovuta sicuramente al tono che involontariamente ho usato). Quando parlo di "diavolerie informatiche" e non sono più preciso lo faccio proprio per ignoranza: non so come chiamarle. Dato che l’ultima volta che mi sono occupato di fonetica (sperimentale) è stato nel lontano ’92 so e immagino che le tecnologie a nostra disposizione siano andate avanti per cui mi piacerebbe aggiornarmi in questo aspetto. Per cui spero che proprio Franca Mancini ci risponda e ci metta al corrente in cosa consistono queste "diavolerie". L’unica esperienza che ho io è quella dei riconoscitori vocali, i quali mi hanno lasciato alquanto perplesso. Ma parlo del 1997 (da quelle osservazioni ne scaturì anche un mio articoletto pubblicato su Culturiana).
Lo stesso discorso vale per i "testi foneticamente equilibrati". Quando ho portato a termine il mio studio del ’92, la tendenza era quella di tentare di svolgere le ricerche di fonetica sperimentale sul parlato spontaneo, però i problemi tecnici sembravano, all’epoca, insormontabili. I testi venivano letti o recitati e le registrazioni si svolgevano in una cabina insonorizzata e addirittura consigliavamo ai nostri informanti di parlare senza toccare il tavolo su cui poggiava il microfono per evitare disturbi e rumori. Ma, ripeto, già allora si facevano dei tentativi sul parlato spontaneo.
La storia del "testo foneticamente equilibrato" viene da un congresso a cui ho assistito nel 1991. I proff. Joaquín Llisterri e Dolors Poch dell’università Autonoma di Barcellona parlavano appunto di correzione fonetica di stranieri che imparano lo spagnolo. Loro me ne fornirono un paio (in spagnolo) per la mia ricerca e ad essi aggiunsi una lista di parole che io ritenevo problematiche per gli italiani che imparano lo spagnolo. Insomma niente che faccia al caso di cui si parla.
Ho tirato in ballo questa storia solo per evidenziare il fatto che se con certi mezzi le ricerche mi hanno dato certi risultati, immagino che con le nuove tecnologie e con ricerche su testi di parlato spontaneo questi risultati potrebbero essere abbondantemente confermati.
Mi dispiace aver usato forse toni che hanno messo in rilievo aspetti che sono solo secondari o superflui nel discorso che ci preoccupa.
Per quanto riguarda invece la pronuncia di un parlante straniero e le sue conseguenze sull’interlocutore, volevo dare un mio contributo, comunque aperto a tutte le eventuali critiche.
Al mio esempio Maradona/Natalia Estrada, Davide contrappone quello dei suoi colleghi della HP. Davide ci racconta, appunto, che davanti a un interlocutore con una pronuncia e una competenza linguistica e culturale "intermedia" il parlante madrelingua non protesta come sarebbe logico ma è addirittura più tollerante. Tutto ciò ce lo descrive appunto come un’anomalia, altrimenti il fenomeno non lo avrebbe neanche notato. La comunicazione sarebbe stata trasparente: una persona che chiama un servizio assistenza e che protesta quando il servizio gli viene prestato male. Questo è quello che accadrebbe tra madrelingua ma il discorso cambia quando uno degli interlocutori non lo è. A questo punto vorrei citare brevemente Lourdes Miquel e Neus Sans (Cable n° 9, abril 1992): "[…] Es conveniente, además, advertirles [a los alumnos] de un fenómeno muy generalizado: la tolerancia de los nativos con los extranjeros, no sólo frente a los errores de lengua sino también frente a los modos "distintos" de hacer, desciende a medida que aumenta la competencia lingüística del extranjero." Ed è proprio quello che succede a Natalia Estrada, per la quale, dicevo, "una pronuncia ‘spagnola’ non sarebbe accolta più come un indizio della sua provenienza ma come un vero e proprio ‘errore’". E chi sa se quella della HP non sia una strategia aziendale…
Tutto ciò, comunque, non vuol dire che dobbiamo pretendere dai nostri studenti delle performances da madrelingua. Essi devono sapere che un certo modo di intonare, pronunciare, comportarsi provoca determinate reazioni e che loro sono liberi di volta in volta di decidere se "mimetizzarsi" o farsi passare per quello che sono: stranieri (quante volte ci siamo trovati in autobus senza biglietto e abbiamo pensato di farci passare per stranieri?).
Mi pare che restino da affrontare solo i riferimenti bibliografici che non ho approfondito nel mio intervento per non appesantire il discorso:
autrici:
Emilia Ferreiro, Clotilde Pontecorvo, Nadja Moreira, Isabel García Hidalgotitolo:
Cappuccetto Rosso impara a scrivere (studi psicolinguistici in tre lingue romanzeeditore:
La Nuova Italia (coll. Biblioteca di Italiano e Oltre [quella diretta da Raffaele Simone])anno:
1996descrizione:
corredato anche di floppy disc. Più che di studi sugli errori ortografici dei bambini, si tratta di studi sull'acquisizione della scrittura di bambini messicani, uruguayani, brasiliani e italiani. In questo senso è interessante l'approccio all'errore da parte delle autrici. In effetti l'errore, nell'acquisizione della scrittura più che una deviazione è interpretato come sintomo di apprendimento. In questo caso fornisce alle ricercatrici molte chiavi di lettura per decifrare il processo di acquisizione della scrittura da parte di bambini di 6 anni.Non si tratta di uno studio contrastivo. Oggetto dello studio non sono bambini stranieri che imparano un'altra lingua, ma bambini che imparano a scrivere nella propria lingua. Ciò, però può far riflettere su alcuni fenomeni delle lingue oggetto dello studio, interpretati dalla mente libera da pregiudizi come può essere quella di bambini non ancora del tutto scolarizzati (in questo senso inviterei anche alla lettura di "Racconti impensati di ragazzini" (Enrico De Vivo [a cura di], Feltrinelli, 1999) che però è un testo un po' "fuori tema" rispetto all'argomento della lista).
I risultati degli studi nelle varie lingue vengono comunque messi a confronto.
Per quanto riguarda, invece, il Manual de pronunciación española di T. Navarro Tomás, non credo che faccia al caso della nostra lista. Egli, inframmezzati alle descrizioni del sistema fonetico dello spagnolo, inserisce degli esempi contrastandoli con altre lingue. Ma è comunque un testo molto vecchio (e non a caso citato), anche se per certi versi ancora abbastanza valido, ma superato da manuali più recenti.
Con questo spero di essermi spiegato meglio, anche perché ormai non ho molto tempo per proseguire il dibattito (non penso di poter disporre di altri fine settimana liberi...) che, comunque, seguirò assiduamente. Come sempre.
Scusate ancora
Paolo