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Come ultima risoluzione, resta il saccheggio   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #557 di 562 |
Certo che suona molto strano il discorso pronunciato lo scorso 19
ottobre a Seattle da Joe Biden, il candidato di Obama alla
vicepresidenza USA. Biden profetizza con una certa enfatica
disinvoltura che Barack Obama – una volta in carica come presidente -
dovrà subito ballare al ritmo di una crisi internazionale di enormi
proporzioni. Lo "garantisce", addirittura. E aggiunge che «non
passeranno sei mesi prima che il mondo metta alla prova Barack Obama
come fece con John Kennedy». Ricordiamo che JFK dovette subito
fronteggiare la crisi dei missili a Cuba, a un passo dal conflitto
nucleare con l'URSS di Kruščëv.
Biden tiene a sottolineare davanti al pubblico lì presente: «Ricordate
quel che vi ho detto in piedi qui se non ricordate nessun altra cosa
che ho detto. Badate, stiamo per avere una crisi internazionale, una
crisi provocata, per mettere alla prova la stoffa di quest'uomo».
Una crisi «provocata». In inglese la parola usata da Biden è
«generated». Un vocabolo che comunque rimanda a un'idea di produzione
consapevole e sofisticata di un fatto.
Biden insiste: «segnatevi le mie parole, segnatevi le mie parole»,
mentre aggiunge che dovranno essere prese decisioni «dure» e
«impopolari» in materia di politica estera. E per chi non avesse
percepito ancora la gravità del tono, ricalca: «Io prometto che
accadrà». Biden sottolinea: «da studioso di storia e avendo
collaborato con sette presidenti, io vi garantisco che sta per succedere».
"Garantire" è un altro concetto di grande peso e grandissime
implicazioni, per il ben informato Biden. Se l'esordio della
presidenza di George W. Bush fu segnato dagli eventi dell'11/9, cosa
dunque è atteso - anzi, "promesso", "garantito" – che accada
nell'esordio della nuova Amministrazione?
Biden appartiene a un'élite in possesso di informazioni privilegiate,
una classe di individui che reagisce alle crisi con strumenti
concettuali e materiali diversi da quelli propri del senso comune e
diversi dal velo banalizzante e bugiardo dei media più importanti. Le
prospettive di crisi estrema sono tante, prese da sole o in
combinazione. L'élite sa che la crisi finanziaria, ad esempio, è ben
lungi dall'essersi conclusa. Così come l'11 settembre 2001 l'élite
sapeva già prima degli altri che l'economia era in recessione, così
già oggi guarda con sgomento alle prossime bolle della grande finanza
(carte di credito e massa dei derivati in primis). Quale evento è
pronto a farle precipitare? Altre crisi ci parlano di Iran, di Russia
e Ucraina, di Venezuela, di conflitti potenziali che - una volta
scatenati – cambierebbero l'agenda mondiale.
È degli stessi giorni una dichiarazione di tenore analogo a quella di
Biden, pronunciata da un fresco sostenitore di Obama, l'ex Segretario
di Stato repubblicano Colin Powell, che si è spinto a prevedere un
grave scenario di crisi per fine gennaio 2009. Un altro membro
dell'élite che parla, e fa quasi l'oracolo.
Come un altro ex Segretario di Stato, la democratica Madeleine
Albright, la quale a sua volta ritiene molto plausibile lo scenario di
emergenza previsto da Biden, un contesto che ai suoi occhi assume le
sembianze di un mega-attentato terroristico.
E non è finita. Anche il rivale repubblicano di Obama, John McCain,
cerca di decantare la necessità di mettere al comando supremo la
propria esperienza proprio perché il nuovo presidente «non avrà tempo
di abituarsi alla carica».
Mentre anche ai soldati USA vengono attribuiti compiti di ordine
pubblico (è una tendenza planetaria), intanto che la tempesta
finanziaria perfetta incombe, l'immensa potenza americana sembra
essere condotta verso un profondo mutamento della sua natura. I
segnali sono forti in questa direzione.



In tempi non sospetti, nel 2004, nell'osservare l'aumento eccessivo
del debito che sormonta di gran lunga la solvibilità del paese,
l'economista Robert Freeman si era chiesto quali possibili strategie
avrebbe potuto usare l'amministrazione statunitense (" Come How Will
Bush Deal With the Deficits? Connecting the Dots to Iraq",
«CommonDreams.org»).
La prima strategia è aumentare le imposte, specie sui redditi elevati,
e pagare i creditori. Non è ciò che fa l'amministrazione Bush.
La seconda è stampare dollari. L'abuso di una tale soluzione
porterebbe però a un collasso economico.
Una terza soluzione strategica, secondo il modello imposto dall'FMI ai
cosidetti `paesi in via di sviluppo', è la privatizzazione degli asset
nazionali e la loro vendita all'estero. Lasciando deprezzare il
dollaro, l'Amministrazione USA dà così non solo respiro alle
esportazioni: ma consente anche agli investitori diretti esteri di
usare i loro capitali per acquistare aziende statunitensi. Alla cinese
Lenovo che a suo tempo ha acquistato il ramo hardware di IBM è andata
bene. Ai petrolieri cinesi che volevano acquistare la Unocal sono
stati opposti invece ostacoli politici persuasivi. Ma la pressione
`compradora' dall'estero aumenterà.
Una quarta strategia è una sorta di `soluzione bolscevica' come quando
i rivoluzionari che assunsero il potere in Russia rifiutarono di
onorare i debiti dello stato zarista. Per Robert Freeman, è una
possibilità «molto più vicina di quello che possa immaginare la
maggior parte dei cittadini americani». Possiamo sospettare le enormi
implicazioni in termini di impoverimento generale e di fine del dollaro.
Ma secondo Freeman è una quinta strategia a essere in campo più di
tutte. Freeman chiarisce:

«Come ultima risoluzione, resta il saccheggio. Quando il rimborso
del debito di una nazione diviene così imponente che diventa
impossibile rassicurare i creditori, questo paese deve cercare una
qualche sorgente di ricchezza, non importa quale sia la fonte».


Il castello di carte starà in piedi fino a quando le banche centrali
di Cina e Giappone compreranno titoli in dollari. L'alternativa è non
pagarli, quei debiti. Sparigliare le carte. Giocare fino in fondo sul
terreno che si domina con più mezzi di tutti, quello militare e della
propaganda. Controllando prima di tutto lo scacchiere dell'energia
(altro fronte in crisi), e muovendo tutte le pedine.
Sui media italiani non c'è quasi traccia delle dichiarazioni di Biden.
Il massimo che dicono è che si tratta di un gaffeur. Ma stavolta non
sembrava una gaffe. Solo che i media avrebbero dovuto fare qualche
sforzo in più per descrivere un contesto complicato. Meglio
banalizzare, in attesa della tempesta.

http://www.antimafiaduemila.com/content/view/10220/48/




Sab 25 Ott 2008 7:43 pm

hasanisawi.geo
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Inoltra Messaggio #557 di 562 |
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Certo che suona molto strano il discorso pronunciato lo scorso 19 ottobre a Seattle da Joe Biden, il candidato di Obama alla vicepresidenza USA. Biden...
hasan isawi
hasanisawi.geo
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27 Ott 2008
12:09 am
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