La Mostra di Venezia in piedi per il Leone d'oro alla carriera dato
al visionario regista americano
Tim Burton's day. Tutta la Mostra in piedi per il Leone d'oro alla
carriera al visionario regista americano. Nessuno, e l'applausometro
della sala stampa l'ha confermato, ha avuto qualcosa da ridire su
questo premio che consacra a 49 anni Burton fra gli immortali del
cinema. «Un grande onore che mi stimola a far meglio» ringrazia il
regista che, in una Mostra invasa da immagini più vere del vero,
aperta ai drammi della contemporaneità, ha riportato la fantasia al
potere. Un riconoscimento che la standing ovation della Sala Grande,
quando ieri sera ha ricevuto il Leone dalle mani del suo attore più
caro Johnny Depp, ha amplificato mettendogli un bagliore di
commozione.
Non ha il cuore duro Burton anche se racconta favole acide e
orrorifiche. «Ma i miei film non spaventano i bambini, quello che
vedono in tv è peggio, molto peggio». Camicia rossa su giacca nera,
gli occhiali scuri e i capelli ricci della Medusa, Burton è oggi uno
dei pochi registi a mettere trasversalmente d'accordo tutti, pubblico
e critici. Ieri i fan hanno goduto con la proiezione di Nightmare
before Christmas (presentato alla Mostra tredici anni fa) nella nuova
versione stereoscopica in 3D, con gli occhialetti bicolori come ai
tempi dei drive in, poi con l'assaggio di otto minuti di Sweeney Todd
il musical horror , macabra storia di vendette e omicidi, ancora al
ciak. «Una esperienza fantastica - dice - perché giriamo con la
musica è sul set, sembra di stare in un film muto, col pianista che
suona sotto lo schermo». La sua fame di fiabe è nata quando era
bambino, «non sui libri, i film dei mostri sono stati la mia scuola.
Però delle fiabe adoro il simbolismo e quei segni inconsciamente
entrano nel mio cinema». Con la tecnologia dice d'avere un rapporto
di grande curiosità, «oggi il computer si usa dappertutto ma cerco di
non farmi travolgere, inseguo sempre un livello di umanità: significa
lavorare con gli attori che ti danno quella spontaneità che il mezzo
meccanico non ha. Comunque la tecnologia non è il male, come ogni
cosa nuova bisogna saperla usare». Non gli hanno proposto di girare
Harry Potter («Me lo chiedessero è troppo tardi, ne hanno fatti
cinque») e non ha giudizi negativi sul nuovo Batman con Jocker
(«Rigenerarsi fa bene»); si sente fortunato perché non è un regista
degli Studio's («Sono sempre stato libero») e non si sente neppure
imprigionato in un genere («Se avrò voglia affronterò nuove strade»).
Il legame con Johnny Depp è saldo e creativo: «Mi piacciono gli
attori che diventano personaggi, lui è uno di questi. Cerca sempre
qualcosa di diverso». Ma non chiedete a Burton qual è, fra quelli
diretti, il film che preferisce: «Ognuno ha un posto nel mio cuore
per tante ragioni. Big Fish è arrivato in un momento particolare
della mia vita, quando è morto mio padre, ed è stata come una
esperienza catartica. La fantastica risposta del pubblico quattro
anni fa qui a Venezia per La fabbrica di cioccolato è stato un altro
momento indimenticabile».
Non ha segreti particolari, «se non avere al fianco un buon
sceneggiatore, uno col quale possa essere in sintonia perché è
importante che ci siano anche altri punti di vista sulle mie idee», e
sul set ama lasciare spazio all'invenzione, «operazione obbligatoria
perché i produttori ti tolgono sempre qualcosa e tu devi correre ai
ripari con la fantasia». Glissa con cortesia le altre domande su
Sweeney Todd : «Se dico che è un film drammatico e poi in sala ridete
che figura ci faccio? Eppoi io sono nato con la magia del non sapere
nulla dei film, oggi se ne parla troppo prima di averli visti e la
sorpresa non c'è più».
06/09/2007 09:29