Daniele Priori <danielepriori@...> ha scritto:
E nun ce vonno sta'. Troppo bella, partecipata, bipartisan (per le forze che
amano realmente la democrazia) la manifestazione di ieri sera a Roma per
Israele. Ora gli stessi che per una vita hanno ignorato gli 85 milioni di
morti, vittime del comunismo, gli stessi gay che hanno sfilato e sfilano ai
gay pride con l'immagine di Che Guevara che è stato un piccolo hitler per i
gay, lui e i suoi campi di concentramento Umap in cui, di comune accordo col
Barbone cubano, il Che rinchiudeva i gay, considerati scandalosi per il
Regime. Insomma questa gente qui che per una strana proprietà commutativa
riesce a continuare ad elogiare le barbarie degli aguzzini rossi e a fare
attivismo gay, persino a livello editoriale, ora, proprio ora, fa le pulci
ad Israele e a chi negli anni (hanno messo anche me e ne sono onorato) si è
accorto che in Israele qualche omosessuale s'è salvato. Fanno le pulci, le
rosse kompagne dalle anime belle e si armano di pallottoliere. Ridacchiano
che forse sono appena 300 i gay che avrebbero salvato la pelle in Israele.
Forse.
In realtà per l'ennesima volta ci danno la conferma con questi irriguardosi
conteggi che loro, le gaye kompagne rosse, come i sinistri personaggi che
non hanno ritenuto opportuno manifestare per l'esistenza di Israele, non
hanno mai saputo, amato e trepidato davvero per concetti che non possono
essere disgiunti: la libertà e, precisamente, quella di ogni libero
individuo. Un concetto troppo complicato per chi insiste nel promulgare
l'orribile cultura comunista, sovietica, massificante. Per chi, insomma, suo
malgrado, nonostate il proprio cervello sia da tempo finito all'ammasso,
avvolto magari in una bandiera rossa con la falce e il martello, si trova a
vivere in uno Stato libero che si mobilità per l'esistenza di un altro Stato
libero. In cui, forse, trovano riparo e, grazie al cielo, potranno
continuare a trovarlo, nonostante loro e il loro amici ayatollah iraniani,
persino, appena, forse, lo ripetiamo, 300 gay arabo-palestinesi. A noi va
bene così. La splendida piazza romana del 3 novembre 2005 non chiedeva
altro. Che certi sinistri scrivani omosessuali continuino pure a ridacchiare
ma ogni tanto ci pensino e ringrazino il cielo di vivere in un Paese libero
e occidentale. Anche se forse in realtà non lo meriterebbero neanche. Buona
lettura. Si fa per dire.
Daniele Priori
(GayLib - gay liberali di centrodestra)
BENVENUTI IN ISRAELE?
Da tre anni circola una notizia, che riappare almeno un paio di volte all'
anno (l'ultima, ad agosto): i gay fuggono dalla Palestina, dove sono
condannati a morte, e trovano rifugio in Israele...
venerdì 04 novembre 2005 , di Pride
di Stefano Bolognini
Per questo (ci chiedono alcuni esponenti gay italiani), il movimento gay
italiano deve schierarsi incondizionatamente dalla parte d'Israele. Siamo
andati a verificare le denunce. Scoprendo che...
"Israele", secondo l'autorevole editorialista del "Corriere della Sera",
Paolo Mieli, che invoca un maggiore appoggio da parte dei gay italiani verso
questo stato, "è l'unico Paese in tutto il Medio Oriente che non ha leggi
contro la sodomia né prevede norme tipo 'offese contro la religione' o
'condotta immorale' usate di solito per perseguitare i gay, le lesbiche e le
persone transessuali". Inoltre, Israele "accoglie i gay palestinesi che
fuggono dalla persecuzione omofoba nei territori occupati" (12/5/2003,
http://www.gaynews.it/view.php?ID=24674).
Mieli ha fatto questo commento rispondendo a una lettera dell'ex militante
gay italiano, Angelo Pezzana (oggi presidente della Federazione delle
associazioni Italia-Israele) e citando espressamente un articolo di Daniele
Scalise, giornalista gay collaboratore de "Il Foglio" (il quotidiano di
Veronica Berlusconi) del 10 aprile 2003.
"Negli ultimi anni", diceva Scalise in questo articolo, "centinaia di gay
palestinesi sono letteralmente fuggiti dai Territori trovando rifugio in
Israele. La vita di un gay sotto il regime del signor Arafat è letteralmente
un inferno" (http://www.arcigaymilano.org/dosart.asp?ID=2683).
L'accoglienza da parte di Israele ai gay palestinesi è la migliore
dimostrazione del fatto che "libertà e democrazia costituiscono due pilastri
su cui si fonda" la società israeliana.
Più di recente, il 17/5/2005, commentando la proibizione da parte delle
autorità israeliane del world pride di Gerusalemme, Daniele Priori
(esponente di Gay Lib, l'associazione dei gay di centrodestra) ha affermato
(http://www.gaylib.it/priori/gaylab1.html) che nonostante tale proibizione
"va riconosciuto che lo Stato di Sion, Israele, è tra i primi al mondo a
riconoscere i diritti degli omosessuali ed è in molti casi il primo rifugio
per i gay palestinesi e arabi ma addirittura per le numerose coppie miste
israelopalestinesi che, su quella maledetta striscia, vengono
inevitabilmente a crearsi".
La denuncia più accorata è però quella della rivista gay "Lui/Guidemagazine"
(ottobre 2004) che ha pubblicato un intero dossier, "Qualche domanda ad
Arafat", il cui sommario da solo spiega tutto: "Israele e Palestina. Giovani
omosessuali obbligati al terrorismo suicida. Ormai è certo: il durissimo
sistema di oppressione a cui sono sottoposti i gay palestinesi, giovani in
particolare, ha la funzione di costringerli a 'riscattarsi' compiendo
missioni 'kamikaze'. Invece di comprendere, le associazioni internazionali,
i politici e i giornalisti dovrebbero muoversi di più".
Insomma: i gay palestinesi, a quanto pare, "votano con i piedi", e in modo
chiaro, a favore d'Israele. Ciononstante, sottolinea Pezzana nella lettera
sopra citata, in Italia i gay manifestano "nei cortei contro quelle
democrazie nelle quali un omosessuale è libero di essere se stesso e
tacciono, o addirittura difendono, orribili dittature dove l'omosessualità è
punita sovente con la pena di morte". I gay italiani infatti "manifestano
contro Israele, imbottiti di odio ideologico, senza sapere che in Israele da
sempre l'omosessualità è libera e rispettata".
Di fronte ad accuse tanto precise, non restava da fare altro che qualche
verifica dei dati, per poi trarne le debite conclusioni.
Abbiamo quindi iniziato con l'Unhcr, l'Alto commissariato Onu per i
rifugiati (www.unhcr.it), chiedendo loro, come prima cosa, il dato sul
numero di rifugiati in Israele e, se possibile, sul numero di rifugiati
omosessuali. L'Unhcr, però, non solo non è stato in grado di darci notizie
sulla seconda cifra, ma neppure sulla prima (che per altre vie abbiamo poi
appreso aggirarsi attorno alle 550 persone in tutto).
Eppure Davide Frattini, in un articolo del "Corriere della Sera" del 29
febbraio 2004, non aveva avuto problemi a specificare che "secondo l'
associazione [gay israeliana] Aguda, almeno 300 gay palestinesi si sono
rifugiati in Israele" (http://www.arcigay.it/show.php?863).
Ma va chiarito subito che la loro condizione non è giuridicamente quella di
rifugiati, secondo lo stesso Frattini: "I gay palestinesi vivono come
clandestini in Israele. Il rischio maggiore per loro è essere arrestati
[dalla polizia israeliana, ndr.] e rispediti a Gaza o in Cisgiordania dove
subirebbero rappresaglie. (...) Il governo israeliano concede con difficoltà
lo status di rifugiati (previsto dalla convenzione Onu del 1951, firmata da
Israele) a questi giovani palestinesi".
E la circostanza è confermata anche da Joseph Algazy nell'articolo
"Palestinesi in clandestinità", pubblicato il 2 luglio 2004 da "Ha'aretz",
il più autorevole quotidiano israeliano della sinistra: "Oggi nessuna
amministrazione è disposta a concedere un permesso di soggiorno temporaneo a
un omosessuale palestinese". E fra "con difficoltà" e "nessuna" (cioè mai) c
'è una bella differenza!
Comunque i "circa 300 gay palestinesi, che trovano rifugio per lo più a Tel
Aviv" sono piaciuti, il 14 luglio 2005, anche a Barbara Millucci, del
settimanale di sinistra "Avvenimenti" (http://www.wema.com/art.asp?id=1975).
Che però precisa a sua volta che "Israele non li accoglie come rifugiati".
Insomma, approfondendo la cosa, il "benvenuto" descritto da Mieli e Pezzana
e Scalise si rivela meno "caldo" di quanto sembrasse.
Per districare il nodo, abbiamo cercato un parere autorevole direttamente
dall'ambasciata di Israele a Roma.
Rachel Feinmesser, portavoce dell'Ambasciata, contattata telefonicamente, è
molto gentile ma alquanto vaga: "Rispetto alle leggi sullo status di
rifugiato devo fare una richiesta per avere tutte le informazioni. In questo
momento non vorrei darle informazioni sbagliate".
Cosa rischia un clandestino in Israele?, le chiediamo.
"C'è un processo legale e espulsione immediata, ma non conosco francamente
il processo esatto.
Non so da dove fosse uscita quella notizia due anni fa. Nessuno potrà darle
una cifra ufficiale: sui clandestini non c'è controllo.
Le suggerisco di sentire le associazioni gay israeliane".
Concludiamo concordando che mi farà sapere, via mail, il numero di rifugiati
in Israele, notizie sulla legislazione sul diritto di asilo e altro, ma
sfortunatamente al momento di andare in stampa non era ancora stato
possibile ottenere questi dati.
Possibile che non si riesca a sbrogliare l'intricata vicenda?
Proviamo a cercare dati al Consiglio europeo, che nel 2003 era stato
interpellato proprio su questo tema
(http://www.arcigaymilano.org/stampa/dosart.asp?id=2487) dai radicali
Maurizio Turco e Marco Cappato, che chiedevano conferma o smentita alla
notizia per cui cui, secondo l'associazione gay di Tel Aviv, Aguda, "nei
territori dell'Autorità palestinese gli omosessuali sono vittime di
persecuzioni, arresti, soprusi e torture, che talvolta conducono alla morte,
e molti di loro potrebbero essere giustiziati".
La risposta? "Il Consiglio non può confermare le informazioni e non ha
trattato specificatamente la questione".
(http://www.europarl.eu.int/omk/sipade3?L=IT&OBJID=68717&LEVEL=3&SAME_LEVEL=
1&NAV=S&LSTDOC=Y).
Proviamo allora a chiedere allo schieramento opposto: Nemer Hammad,
ambasciatore italiano dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), ci
dichiara:"Sicuramente è falso. Io credo che gli israeliani non accettino
nessun clandestino. Hanno perfino cambiato le leggi per impedire ai
cittadini israeliani di sposarsi con i palestinesi...
Com'è possibile che 300 palestinesi siano rifugiati o clandestini? Non
bisogna usare l'omosessualità per fare propaganda.
Israele usa l'omosessualità per danneggiare lo stato palestinese, che è sì
una società conservatrice, ma, storicamente, l'accettazione
dell'omosessualità è un processo graduale.
Non c'è nella società palestinese un riconoscimento di diritti ai gay, ma
non c'è oppressione.
In Palestina non esiste una pena di morte per gli omosessuali [come
affermarvano Turco e Cappato, ndr]. Dobbiamo essere realistici.
Ancora oggi in certe società ove le libertà individuali non sono mature non
c'è riconoscimento ufficiale per i diritti degli omosessuali. Nessun
omosessuale palestinese si esprime pubblicamente. Ma credo che dalla parte
israeliana si cerchi di fare confusione".
Riepiloghiamo. "Nessuno", "casi isolati", "centinaia" o "300" palestinesi
vivrebbero come clandestini in Israele. Ci pare al tempo stesso troppo e
troppo poco...
Alla ricerca disperata della fonte della notizia, sentiamo Daniele Scalise,
su suggerimento del quale ("senti i movimenti gay israeliani, sono loro la
fonte") inviamo almeno trenta e-mail a movimenti per i diritti umani, alle
associazioni gay israeliane, alle associazioni di gay mussulmani, oltre a
quelle già inviate ai quotidiani israeliani.
Riceviamo solo due risposte.
Faris Malik, del sito Queer jihad (http://www.queerjihad.org/), gay
mussulmano, ci scrive "Non so davvero dove trovare questa informazione, ma
sarebbe meglio verificare con un'organizzazione chiamata Jerusalem open
house".
Va bene. Li sentiamo. Haneen Maikey, Coordinatore del contatto coi
palestinesi (Palestinian outreach coordinator) della Jerusalem open house,
associazione glbt di Gerusalemme, contattata da Andrea Pini per "Pride",
scrive: "La maggior parte delle storie che conosco, le conosco da articoli
di giornale. Credo che questo abbia a che fare col fatto che il nostro
centro si trova a Grusalemme. I gay palestinesi che vivono illegalmente in
Israele, di solito scelgono di vivere a Tel Aviv".
In una mail separata a me Maikey aggiunge: "Nessuno può dire esattamente
quanti palestinesi gay siano fuggiti in Israele. La gente parla di circa 50
o 60 giovani. Di solito vivono in condizioni molto difficili, senza lavoro,
non parlano ebraico e sono in Israele illegalmente. Poche Ong hanno cercato
di sollevare il problema col ministro dell'interno ed hanno sempre ottenuto
la stessa risposta. Lo stranissimo assunto dei ministri è che se il governo
israeliano concedesse asilo ai gay palestinesi secondo la convenzione
internazionale per i rifugiati, ciò aprirebbe la porta ad altri palestinesi,
che pretenderebbero di appartenere alla comunità glbt per ottenere lo stesso
status da Israele".
Ci trasferiamo allora a Tel Aviv. Ma Aguda, l'associazione per i diritti
glbt di Tel Aviv, non risponde né alle mail (ho provato tre volte) né al
telefono (quello che ci offre la segreteria telefonica: il numero telefonico
sul sito, che evidentemente non è aggiornato, è cambiato).
Sembra che siamo arrivati infine a un vicolo cieco. Ma come spesso accade,
ecco che tutto si sblocca con la scoperta di un articolo
(http://www.indegayforum.org/authors/varnell/varnell97.html) di Paul
Varnell, estremamente simile (per gran parte addirittura identico), a quello
di Daniele Scalise su "Il Foglio", ma pubblicato prima (il 28 agosto 2002)
dal "Chicago free press", una testata gay. Strano.
Tocca adesso a Paul Varnell sentirsi domandare le sue fonti e, almeno lui,
ci risponde l'1 ottobre 2005: "Il mio editoriale si basava quasi interamente
sul materiale di un'inchiesta pubblicata su "New Republic" da Yossi Klein
Halevi, ed ho ben poche informazioni oltre a queste". Ecco, alla fine siamo
arrivati alla fonte di tutte le fonti.
Che non è una fonte "neutrale", bensì un giornalista politicamente schierato
con la destra. Yossi Klein Halevi appartiene infatti allo "Shalem center"
(http://www.shalem.org.il/), un "istituto di ricerca indipendente"
israeliano a cui appartiene anche l'esponente di estrema destra Natan
Sharansky
(http://www.jpost.com/servlet/Satellite?pagename=JPost/JPArticle/ShowFull&ci
d=1115519113275), uno dei sostenitori della "pulizia etnica" e dell'
espulsione forzata di tutti i palestinesi dalle loro terre. Inoltre Halevi è
autore di un libro intitolato, con candore, Memorie di un estremista ebreo
(Memoirs of a jewish extremist). Con un tale curriculum, sarebbe un po'
azzardato definirlo "super partes".
Eppure è questa la fonte di partenza, quella che il 19 agosto 2002 pubblica
sul settimanale conservatore "The new Republic", la notizia che fa il giro
del mondo (http://www.sodomylaws.org/world/palestine/psnews008.htm).
Nell'articolo di Halevi, Shaul Ganon, della già citata associazione glbt
Aguda, dichiara: "Negli ultimi anni centinaia di gay palestinesi, per la
maggior parte della Cisgiordania, si sono introdotti in Israele. Molti
vivono illegalmente a Tel Aviv, il centro della comunità gay israeliana,
molti sono disperatamente poveri e lavorano come prostituti".
"Ganon", continua il pezzo di Yossi Klein Halevi, "ha aiutato circa 300
palestinesi gay e valuta che probabilmente il doppio di tale numero viva
attualmente in Israele, senza accesso a un lavoro legale, copertura
sanitaria, e sotto la costante minaccia della deportazione".
In questo articolo Halevi è il primo a dare le notizie sui presunti
assassinii di gay palestinesi, compresa quella sul giovane gettato in un
pozzo e lasciato a morire di fame.
A questo punto la sequenza è chiara. Halevi scrive una notizia su un
giornale filo-israeliano. Paul Varnell la riprende, come lui stesso
dichiara, senza verificarla. Scalise la ripropone, un anno dopo, su "Il
foglio". Mieli legge Scalise e la cita ulteriormente.
Questo non è accaduto solo in Italia. L'articolo di Halevi è stato ripreso,
sempre senza ulteriori verifiche da parte di nessuno, anche da prestigiose
testate internazionali. Tutte attingono dalle dichiarazioni di Ganon (il cui
cognome, a furia di essere citato, si è trasformato in "Gonen"), l'unico ad
aver mai dichiarato alla stampa che centinaia di palestinesi gay vivono come
clandestini in Israele.
E in effetti Maya Bourshtein, dell'ufficio stampa dell'Ambasciata israeliana
(che mi consiglia anche di consultare questo sito
http://www.acri.org.il/english-acri/engine/list.asp?topic=28), in un mio
ulteriore tentativo di ottenere informazioni sui gay palestinesi rifugiati
in Israele mi dà proprio il numero di telefono di Shaul Ganon. Ma qui, e
confesso il mio limite, mi blocco di fronte alla barriera di un'eterna
segreteria telefonica in ebraico.
L'ambiguità delle fonti non ha però mai impedito alla destra del movimento
gay italiano di inveire contro il movimento gay "comunista" che "odia
Israele".
Ecco ad esempio Angelo Pezzana su "Libero", 16/5/2003
(http://www.gaynews.it/view.php?ID=24705): "Bisogna vederli invece come si
scaldano [i gay italiani, ndr] quando c'è da urlare contro l'America. O
Israele, dove l'omosessualità è non solo una normalissima condizione di
vita, riconosciuta e rispettata, ma è il luogo più vicino che gli
omosessuali palestinesi cercano disperatamente di raggiungere per sfuggire
alle regole di un mondo chiuso e arretrato come quello islamico".
Il che equivale a dire che l'Italia è una democrazia perché permette a
centinaia di marocchini di vivere in clandestinità e di prostituirsi, sotto
la costante minaccia di espulsione.
Forse i criteri per valutare la democraticità di Israele, e dell'Italia,
dovrebbero essere altri... e il fatto di affermarlo non implica né l'odio
per Israele, né l'odio per l'Italia, ma solo banalissimo buonsenso.
Qualità, a quanto pare, assai rara fra certi esponenti del mondo gay.
[Ringrazio Andrea Pini, Renato Sabbadini, Gianpaolo Silvestri e Riccardo
Gottardi per le preziose informazioni fornitemi].
=======================
L'articolo de "Il Foglio".
Daniele Scalise
Essere omosessuali e palestinesi (e scappare in Israele)
10/04/2003.
Negli ultimi anni centinaia di gay palestinesi sono letteralmente fuggiti
dai Territori trovando rifugio in Israele. La vita di un gay sotto il regime
del signor Arafat è letteralmente un inferno. Tre i casi recenti: Tyseer, un
ventunenne (gay) di Gaza, è stato massacrato prima dal fratello maggiore e
poi dalla polizia che lo ha immerso in una fogna, seppellito di feci,
bastonato e quasi ucciso. Si è salvato fuggendo in Israele. Samir,
giardiniere, racconta di un suo amico gay tenuto in fondo a un pozzo durante
il Ramadan letteralmente a digiuno, nel senso che per un mese non gli hanno
dato né da bere né da mangiare. Il ragazzo è morto.
L'anno scorso un uomo americano ha seguito il suo boy friend arabo nella
West Bank. Quando al villaggio si è saputo che erano amanti, si sono visti
recapitare un ordine del tribunale islamico che li accusava di
omosessualità, reato che prevede cinque tipi differenti di morte, dalla
lapidazione al rogo. La coppia è riuscita a stento a mettersi in salvo (in
Israele).
Tre gay palestinesi arrestati un mese fa per essere entrati illegalmente in
Israele potrebbero essere espulsi. I militanti dell'Associazione per i
diritti civili e l'Associazione di omosessuali e lesbiche hanno chiesto al
ministro dell'Interno Avraham Poraz di intercedere perché venga concesso
loro un permesso provvisorio in attesa di trovare una sistemazione in un
paese europeo visto che "se tornano a casa li aspetta la morte sicura".
Sappiamo che questo non basterà a convincere coloro che sventolano la kefyah
come vessillo di libertà. Rimane però il fatto che domani non potranno
venirci a raccontare che non sapevano.
==========================
Rifiuto di arruolarmi nella guerra dell'odio
Giovanni Dall'Orto
L'argomento in base al quale Israele costituisce la "terra di rifugio" per i
gay mediorentali è diventato ormai talmente comune che spunta praticamente
in qualsiasi dibattito che riguardi Israele e Palestina, come dimostrerà una
ricerca in Rete con un qualsiasi motore di ricerca.
Cercare di saperne di più sul fenomeno mi pareva quindi interessante e
credevo che, vista la quantità di persone che lo citano, documentarsi
sarebbe stato semplice. Al contrario, l'inchiesta qui proposta ha richiesto
diversi mesi di lavoro, dato che nessuno sapeva nulla sui fatti, che pure
tutti nominavano di continuo come assodati.
Come in molti casi del genere, la fonte della notizia s'è infine rivelata un
giornalista che, per sua stessa ammissione, è un "estremista". Il che non
implica che la notizia della difficoltà di vita dei gay palestinesi sia
falsa. I gay palestinesi, come gli omosessuali di quasi tutti i paesi del
Terzo mondo (quelli cattolici inclusi!) vivono una vita oggettivamente
spaventosa, ma per sfuggire a questo destino hanno bisogno come prima cosa
di democrazia, e quindi di uno stato a cui rivolgere le loro proteste. L'
inesistenza di uno stato palestinese è invece oggi una comodissima scusa per
le "autorità" per dare sempre la colpa ad altri, cioè ad Israele, senza mai
assumersi le proprie.
Non credo che nessuno di noi avrebbe dubbi, dovendo scegliere, sul fatto di
vivere in Israele o in Palestina: Israele. Ma questo non riguarda solo noi o
solo i gay: vivere in un paese occupato da una potenza straniera da quasi
quarant'anni non è sopportabile per nessuno. Nessuno, potendo scegliere,
abiterebbe in Palestina (per lo meno non in una Palestina sotto occupazione
militare straniera).
Il punto non è insomma questo, che non è mai stato in discussione. Il punto
è che quando si ha a che fare con due popoli in guerra, e con la propaganda
di guerra (alla quale per definizione ogni menzogna è lecita), l'esercizio
del senso critico e la verifica delle informazioni sono un dovere a cui
nessun giornalista dovrebbe sottrarsi, e la prudenza e la diffidenza sono un
diritto di ogni lettore.
Dall'altro lato, Israele non ha certo bisogno di "amici" disposti a
inventare di sana pianta le notizie (i gay buttati nei pozzi a morire, i gay
costretti a diventare kamikaze, i gay condannati a morte...) pur di
"aiutarla". Se Israele avesse bisogno di menzogne per sostenere il proprio
diritto a esistere, ciò significherebbe che pensa di non avere alcuna
ragione veritiera per farlo! E questa sarebbe una tragedia, perché la sua
battaglia sarebbe già perduta, nonostante le sue armi atomiche, le sue armi
biologiche e le sue armi chimiche. Non sono infatti bastate tutte le armate
del mondo occidentale coalizzate per mantenere in vita i regni crociati in
Palestina, conquistati dall'occidente con le armi nel 1099, e perduti di
fronte alle armi dell'oriente un secolo dopo...
Il capriccioso favore delle armi, come sa chi studia la storia, non è una
base su cui fondare una nazione. Oltre mezzo secolo di guerra ininterrotta
non ha reso affatto Israele il sospirato "rifugio di tutti gli ebrei del
mondo", ma al contrario il paese in cui dalla Shoah in poi è stato ucciso in
assoluto il massimo numero di ebrei per il solo fatto di esser tali. Lungi
dall'essere una patria accogliente, Israele è diventato un paese da cui lo
scorso anno è emigrata ("probabilmente": le cifre sull'emigrazione, la
yerida, sono un "dato sensibile", in Israele... verificare per credere) più
gente di quanta ne sia immigrata (circa il 10% della popolazione ebraica
israeliana, attorno alle 500.000 persone, vive ormai all'estero, fra loro
anche familiari - figli e nipoti - dei politici al governo). Questo è il
risultato della "soluzione" affidata solo alle "ragioni della forza". Bel
risultato!
Come è noto, io credo che l'uso delle armi sia sempre un problema, e mai la
soluzione di alcun problema. E credo quindi che si illuda chi, tanto in
Palestina quanto in Israele, pensa di poter "risolvere" l'annosa questione
israelo-palestinese attraverso l'uso delle armi.
Solo una soluzione che riconosca infine il diritto ai due popoli a costruire
e conservare due stati indipendenti e di pari dignità (per esempio sulla
base dell'Accordo di Ginevra, che è stato vergognosamente soffocato dai
sostenitori delle armi) potrà porre fine a questo conflitto eterno, nel
quale i propagandisti dell'odio (tanto in Israele quanto in Palestina)
stanno oggi, lungi dal risolverlo, cercando di arruolare (con la scusa del
presunto "scontro di civiltà") tutto il resto del mondo.
Noi gay inclusi... come s'è visto.
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