
«Un giovane vedovo aveva un figlio di cinque anni che
amava più della sua stessa vita. Un giorno dovette lasciarlo a casa e
uscire per affari. Arrivarono i banditi che saccheggiarono il
villaggio, lo diedero alle fiamme e rapirono il bambino. Ritornato,
l'uomo trovò la casa bruciata e, lì accanto, il cadavere carbonizzato
di un bambino. Credette che fosse il figlio. Pianse di dolore e cremò
ciò che restava del corpo. Amava tanto il figlio che ne raccolse le
ceneri in una borsa che portava sempre con sé. Mesi dopo, il figlio
riuscì a scappare e ritornò al villaggio. Era notte fonda quando bussò
alla porta. Il padre stringeva tra le braccia la borsa con le ceneri e
singhiozzava. Non aprì la porta, benché il bambino dicesse di essere
suo figlio. Era convinto che il figlio fosse morto e che alla porta
battesse un bambino del villaggio che voleva prendersi gioco del suo
dolore. Il bambino fu costretto ad andarsene, e padre e figlio si
perdettero per sempre. Ora vedi, amico mio, come, se ci attacchiamo a
un'idea e la riteniamo la verita' assoluta, potremmo trovarci un giorno
nella situazione del giovane vedovo. Pensando di possedere gia' la
verita', non potremo aprire la mente per accoglierla, anche se la
verita' bussasse alla nostra porta».
(Dighanakha sutta, Majjima
Nikaya, 74)- ©
perle.risveglio.net)
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