Avendo compreso appieno la realtà ed essendosi
liberato dal desiderio tramite l'introspezione,
il saggio si sbarazza d'ogni desiderio ed è calmo
come uno stagno d'acqua immota.
(Itivuttaka, 91)
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parabola, un proverbio, un motto, tratti dalle antiche
scritture orientali e tradotti in italiano moderno:
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Se come compagno trovi un amico saggio e prudente che conduca una buona
vita, dovresti cercare di stare con lui gioiosamente e consapevolmente,
superando ogni impedimento.
(Dhammapada, 328)
Sono un bene gli amici quando se ne ha bisogno;
è un bene accontentarsi di quel che si ha;
è un bene il merito quando la vita è alla fine
ed è un bene abbandonare tutto il dolore.
(Dhammapada, 331)
È un bene l'integrità fino alla fine della vita; è un bene la fede
salda; è un bene l'acquisto di saggezza ed è un bene evitare il male.
(Dhammapada, 333)
Uccidi la rabbia e sarai felice; uccidi la rabbia
e non avrai dispiaceri. Perché l'uccisione della
rabbia in ogni sua forma, con le radici
avvelenate e la dolce puntura, è un'uccisione
approvata dai nobili; con l'uccisione della
rabbia non si piange più.
(Samyutta Nikaya I, 161)
Come un albero che, sebbene abbattuto, seguita a produrre polloni dal
ceppo finché la radice non vien divelta, così pure la latente sete di
sensazioni, finché non è del tutto sradicata, seguita a rigenerare il
dolore.
(Dhammapada, 338)
Vaga lontano, in solitudine, incorporeo, si giace nella caverna del
cuore, il pensiero. Coloro che lo controllano si liberano dai legami
della morte.
(Dhammapada, 37)
Colui che è maestro di conoscenza, che vive la santa vita, è detto «uno
che è giunto alla fine del mondo, uno che è approdato all'altra riva».
(Itivuttaka, 109)
Non si lamentano del passato, non coltivano aspettative per il futuro;
e poiché sono radicati nel presente hanno il volto sereno.
(Samyutta Nikaya I, 5)
Un viandante con gli occhi buoni, quando s'imbatte in un terreno
sconnesso e infido, fa di tutto per evitarlo. Il saggio, nello stesso
modo, sulla via della vita, eviti le cattive azioni.
(Udana V, 3)
È un bene il freno al corpo; è un bene il freno
al discorso; è un bene il freno al pensiero. È un
bene il freno in ogni cosa. Il praticante in ogni
cosa frenato si libera dalla sofferenza.
(Dhammapada, 361)
Sakka chiese: "Qual è la causa dell'interesse personale?". Il Buddha
rispose: "È la percezione del mondo come un oggetto". "Come si fa a
superare questa percezione del mondo come separato?". "Agendo in modo
che aumentino il bene e la felicità; è in questo modo che il mondo
cessa d'essere un oggetto".
(Digha Nikaya, XXI)
Non è stando zitto che chi è confuso diventa un asceta, ma colui che,
presa la bilancia e scelta l'eccellenza, eviti le cattive azioni;
questi è un asceta ed è un asceta proprio per questo; colui che soppesa
entrambi i lati del mondo: proprio per questo è detto asceta.
(Dhammapada, 268-269)
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Nel testo c'è un gioco di parole tra il voto di silenzio (monam, da cui
la definizione allora corrente di asceta, muni) e il soppesare (munâti)
(Ndt).
È meraviglioso controllare il pensiero, così rapido nel movimento, che
s'afferra a ciò che gli garba. È bene avere un pensiero ben domato,
perché un pensiero ben domato arreca felicità.
(Dhammapada, 35)
Per colui che, attentamente cosciente, sviluppa amorevolezza sconfinata
vedendo la distruzione dell'attaccamento, le contaminazioni sono
spazzate via.
(Itivuttaka, 27)
Come un uomo che voglia domare un toro lo legherà
a un albero, così la mente dev'essere saldamente
legata con la consapevolezza all'oggetto della
meditazione.
(Visuddhi Magga)
Avanti, indietro e in ogni direzione, dovunque si vada nel mondo si
osservi con attenzione l'origine e la caduta di tutte le cose composte.
(Itivuttaka, 120)
Udaya chiese: «In che modo cessa la coscienza in colui che vive ben
consapevole? Essendo venuto per domandarti, fammi sentire le tue
parole». Il Buddha rispose: «Per colui che dentro e fuori non si
diletta nella sensazione, per colui che in tal modo viva consapevole,
la coscienza cessa».
(Suttanipata V, 13)
«Ci sono, o monaci, tre tipi di sensazioni: le sensazioni piacevoli,
quelle dolorose e quelle che non sono piacevoli né dolorose. Le
sensazioni piacevoli, o monaci, vanno considerate come dolorose; le
sensazioni dolorose vanno considerate come un pungolo e le sensazioni
che non sono piacevoli né dolorose vanno considerate come
impermanenti».
(Itivuttaka, 53)
La sopportazione paziente è la prima ascesi, l'estinzione della sete
quella suprema, così dicono i buddha. Chi ferisce gli altri non è un
contemplativo, chi maltratta gli altri non è un praticante.
(Dhammapada, 184)
Per prima cosa stabilizzi se stesso nell'integrità, e soltanto dopo
ammaestri qualcun altro: in questo modo il saggio non verrà criticato.
Renda se stesso degno di insegnare ad altri: se avrà domato se stesso,
potrà domare gli altri. Ma il se stesso è ben difficile da domare!
(Dhammapada, 158-159)
Coloro che confondono il non essenziale con l'essenziale e l'essenziale
con il non essenziale restano in balia di convinzioni sbagliate e non
arriveranno mai all'essenziale.
(Dhammapada, 11)
Quando le realtà divengono evidenti al praticante intento nella
meditazione, allora tutti i suoi dubbi svaniscono perché egli comprende
ogni realtà con la sua causa.
(Udana I, 1)
Colui che commette il male si affligge adesso e dopo; si affligge in
entrambi i mondi. Geme e si tormenta, ricordando il male commesso.
(Dhammapada, 15)
Colui che fa il bene è contento adesso e dopo; è contento in entrambi i
mondi. In tanto è più contento in quanto ricorda il bene fatto.
(Dhammapada, 16)
Un mio discepolo dovrebbe evitare di prendere qualunque cosa da
qualunque posto sapendo che non gli appartiene. Non dovrebbe rubare né
istigare altri al furto. Dovrebbe evitare completamente il furto.
(Sutta Nipata II, 14)
Anche se cita a iosa i testi sacri, ma non agisce di conseguenza, il
disattento è come un mandriano che conti soltanto le vacche altrui: non
prende parte alla beatitudine della santa vita.
(Dhammapada, 19)