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48Risposta al sen. Orsi della FNOVI

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  • Adriano Argenio
    29 apr 2009
      Nello scorso mese di marzo il Presidente Gaetano Penocchio aveva inviato una nota al Presidente del Consiglio, ai Ministri di MIPAF e dell' Ambiente e per conoscenza al Sen. Orsi per manifestare il dissenso della Federzione alla proposta di revisone della legge 157/92. Il Senatore Orsi aveva in seguito risposto ribattendo alle osservazioni.

      E' stata oggi inviata una seconda lettera nella quale il Presidente ricorda che "Con la nota del 19 marzo si voleva esprimere la preoccupazione di vedere compromesso il delicato equilibrio che la Legge 157/92 (che deve intendersi finalizzata alla protezione della fauna selvatica omeoterma) ha creato nel corso degli anni fra le diverse categorie coinvolte nella gestione della fauna selvatica".

      Pubblichiamo di seguito il testo integrale della nota inviata.

      Egregio Sen. Orsi,
      riscontrando la Sua risposta e ritenendo poco proficuo ribattere punto per punto alle Sue osservazioni, contengo questa mia in quanto segue.
      Il medico veterinario è la figura professionale che più di tutte vive il territorio agro–silvo-pastorale e interagisce quotidianamente con i soggetti che a vario titolo sono portatori di interessi nel mondo rurale. Con la nota del 19 marzo si voleva esprimere la preoccupazione di vedere compromesso il delicato equilibrio che la Legge 157/92 (che deve intendersi finalizzata alla protezione della fauna selvatica omeoterma) ha creato nel corso degli anni fra le diverse categorie coinvolte nella gestione della fauna selvatica.
      I presupposti che accendono questa discussione coincidono con quelli che Lei cita nell’articolo 1, lettera b) del suo pdl, ossia un’attività che non contrasti con l’esigenza di conservazione della fauna selvatica (...) e non arrechi danno effettivo alle produzioni agricole. Lei converrà almeno su due cose:
      1. la caccia è ormai un’attività praticata da una piccola parte della popolazione, ma incide su un patrimonio (la fauna selvatica) che invece è di tutti
      2. i nostri contenuti culturali e professionali la nostra ci chiamano ad assolvere un compito di mediazione culturale fra il mondo umano e quello animale.
      Se vorrà conoscere il nostro codice deontologico, giudicato il più avanzato d’Europa, leggerà all’articolo 1 che “il Medico Veterinario dedica la sua opera……alla conservazione e alla salvaguardia del patrimonio faunistico ispirata ai principi di tutele delle biodiversità, dell´ambiente e della coesistenza compatibile con l´uomo……………. ed alla promozione del rispetto degli animali e del loro benessere…………..”. Proprio per questo rimaniamo interdetti nel leggere che la normativa attuale prevede l’uso degli animali utilizzati come zimbello. L’attività venatoria non può essere pretesto per aggirare la normativa sul maltrattamento animale. Costringere un volatile, appeso ad una fune, a muoversi di continuo per attirare altri animali ai quali sparare, significa sottoporre l’animale “a sofferenze non giustificate dall’esigenza della caccia”. Non è solo nostra opinione, bensì quanto contenuto nella pronuncia n. 46784/2005 della Corte di Cassazione nei confronti di un cacciatore sorpreso ad utilizzare un richiamo vivo legato ad una fune. La Suprema Corte ha sancito che, anche se l’art 544 ter del Codice Penale non si applica ai casi previsti dalle leggi speciali in materia di caccia, non può applicarsi l’esenzione dal reato di maltrattamento quando la violazione di queste leggi si realizza “con modalità incompatibili con la natura dell’animale” o sottoponendo “ lo stesso, senza necessità, a comportamenti e fatiche insopportabili e non compatibili con la sua natura”. Anche nei macelli, luoghi nei quali gli animali vengono sacrificati, i medici veterinari assicurano che in nessun momento venga meno il rispetto dovuto agli stessi in quanto esseri senzienti.
      Siamo convinti che l’attività venatoria debba essere regolata dalla lealtà nei confronti dell’animale anche se appartenente a specie cacciabili. Quindi non comprendiamo quale sia la ratio della proposta che permette la caccia dai natanti o su terreni coperti di neve o percorsi dal fuoco, pregiudicando la possibilità degli animali di fuggire e di trovare riparo. Le stesse considerazioni riguardano l’estensione dell’orario di caccia ai migratori mezz’ora dopo il tramonto, proposta che aggraverebbe il rischio di abbattere esemplari appartenenti a specie protette.
      Il prelievo venatorio è imprescindibilmente legato alla tutela della fauna selvatica. L’istituzione di parchi e riserve è finalizzata a creare un rapporto fiducia fra uomo e animali con l’obiettivo di offrire alle future generazioni la possibilità di un contatto con la natura. I parchi, ben gestiti, sono un istituto importante anche per la fauna cacciabile perché creano grandi aree in cui queste specie possono riprodursi in tranquillità. Non comprendiamo la necessità di consentire l’accesso dei cacciatori nelle aree protette, anche se solo per effettuare il controllo degli ungulati.
      L’utilizzo di strumenti sonori e visivi, o peggio del fucile e della carabina, per il controllo faunistico all’interno di un’area protetta creerebbe un enorme disturbo anche alle specie protette e lederebbe il rapporto di fiducia fra uomo e animali, necessario a poter rendere l’osservazione della fauna selvatica fruibile a tutti, non solo agli esperti.
      Ci saremmo aspettati che la Sua proposta comprendesse il divieto assoluto di ripopolamenti effettuati con specie già presenti in elevata densità sul territorio nazionale, come per esempio il cinghiale che continua ad essere oggetto di immissioni, nonostante gli ingenti danni procurati alle colture agricole.
      Ci saremmo anche aspettati un maggiore coinvolgimento della professione veterinaria nella gestione degli animali “problematici” o come vengono definiti nel pdl ”specie opportunistiche ed invasive”. Non si può pensare di risolvere i problemi con il fucile, ma solo con una oculata gestione del territorio e della fauna.
      I problemi insorti negli ultimi anni riguardanti la fauna selvatica sono stati provocati da Amministrazioni dissennate che hanno preferito sperperare soldi pubblici per acquistare animali anche dall’estero, invece che utilizzarli per effettuare i censimenti delle popolazioni animali. Non sarà certo l’uomo il predatore capace di riportare l’equilibrio in natura; solo la presenza di predatori naturali può limitare il numero delle prede.
      L’antropizzazione sottrae territorio alla caccia, ma lo sottrae anche e soprattutto alla natura e alla fauna selvatica; quindi più che cercare nuovi territori di caccia è auspicabile gestire meglio quelli già esistenti. Questo obiettivo è raggiungibile solo legando il cacciatore al proprio territorio, facendogli “sentire suo” il bosco, la palude, il lago dove va a caccia. Il nomadismo venatorio crea l’idea che la caccia sia solo prelievo e non anche e soprattutto gestione.
      Per il momento ci basta averLe significato il comune sentire dei medici veterinari italiani.
      Distinti saluti.