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Conferenza Dallo Statuto Albertino alla Costituzione Italiana

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    Vi giro questo interessante documento ricevuto dal prof. Giulio Fabbri, Uciim -Pisa m.b. ........................................................ Breve
    Messaggio 1 di 1 , 3 apr 2011
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      Vi giro questo interessante documento ricevuto dal prof. Giulio Fabbri, Uciim -Pisa
      m.b.
      ........................................................

      Breve riassunto della conferenza del prof. Danilo Marrana sul tema:


      Dallo Statuto Albertino alla Costituzione Italiana


      Prima fase costituzionale interessante l'Italia :
      1782: Pietro Leopoldo, granduca di Toscana, presenta un progetto di Costituzione, che però non viene attuato. Bisogna porre attenzione alla data: la costituzione americana è del 1787 e la prima costituzione francese è del 1791, quindi il progetto toscano le precede ambedue.
      Le più antiche costituzioni operanti in Italia sono quelle delle Repubbliche Giacobine, cioè di quelle repubbliche sorte all'atto dell' invasione napoleonica in Italia. Sono costituzioni modellate sulla terza costituzione francese, cioè quella del Direttorio (1795).
      1797: costituzione della Repubblica Cispadana, in cui compare per la prima volta il riferimento al tricolore. La Cispadana viene poi assorbita nella Cisalpina. Vengono poi istituite altre repubbliche: Ligure, Partenopea e Romana.
      Particolare attenzione merita la Repubblica Romana, perché per la prima volta in epoca moderna segnala la caduta del potere temporale del Papa.

      Seconda fase costituzionale:
      Evoluzione costituzionale in Francia:
      1799: costituzione che dichiara Napoleone primo console;
      1802: Napoleone console a vita;
      1804: Napoleone Imperatore.
      Le vicende francesi si riflettono anche in Italia: si assiste ad un altro ciclo di costituzioni di stampo francese, ad eccezione di quella siciliana, che è di stampo inglese:
      1802: Costituzione della Repubblica Italiana;
      1805: Costituzione del Regno d'Italia;
      1808: Costituzione del Regno di Napoli.
      1812: Costituzione siciliana.

      Terza fase costituzionale: si apre nel 1848; ad essa appartiene lo Statuto Albertino.
      Susseguirsi delle costituzione negli Stati Italiani nel 1848:
      1° Costituzione del Regno delle Due Sicilie, concessa da Ferdinando II, il 10 febbraio;
      2° Costituzione toscana concessa da Leopoldo II il 15 febbraio;
      3° Statuto Albertino per il Regno di Sardegna, concesso da Carlo Alberto il 4 marzo;
      4° Costituzione dello Stato Pontificio, concessa da Pio IX il 14 marzo.
      Delle quattro costituzioni sopravvisse alle vicende del 1848-49 soltanto lo Statuto Albertino. Mentre le altre costituzioni furono soppresse o, quanto meno, sospese, Vittorio Emanuele II, succeduto a Carlo Alberto, che aveva abdicato, mantenne lo Statuto nel Regno di Sardegna.
      Le costituzioni degli stati italiani sono modellate sulla costituzione francese del 1830, per questo poterono essere emanate nell'arco di poco più di un mese.
      Sono tutte carte otturiate, cioè concesse dal sovrano, e flessibili, cioè modificabili con procedimento ordinario, cioè con legge ordinaria, non con legge costituzionale; non contemplano quindi neanche la Corte Costituzionale, perché non sono costituzioni da preservare nella loro integrità.
      Tra le costituzioni italiane di questo periodo è molto importante la Costituzione della Repubblica Romana del 3 luglio 1849. Essa è l'unica costituzione democratica, basata sul suffragio universale (maschile); essa contempla il diritto di associazione, non soltanto di riunione, e abolisce la pena di morte. A Roma, abbandonata da Pio IX, rifugiato a Gaeta, venne proclamata la Repubblica, che durò poco tempo, perché spazzata via dall'esercito francese, che riportò il papa a Roma.


      Linee generali dello Statuto Albertino

      L'essere una costituzione flessibile garantì allo Statuto Albertino una grande longevità, perché era un vestito che si adattava a tutti i tempi. Accompagnò l'evolversi dello Stato liberale fino alla sua massima espressione durante il governo di Giovanni Giolitti e restò in vita anche durante il regime fascista, svuotato però dall'interno.
      Il regno è ereditario secondo la legge salica, cioè con esclusione della successione femminile.
      Il re ha il potere esecutivo e partecipa al potere legislativo, in quanto, oltre a promulgare le leggi, le sanziona: la promulgazione è un atto dovuto; la sanzione è un atto discrezionale. Il progetto di legge deve essere quindi approvato anche dal re. Oltre al Re, il potere legislativo viene esercitato dal Parlamento, formato da due camere: Camera dei Deputati e Senato. La Camera dei Deputati è elettiva, di durata quinquennale. Lo Statuto non dice come debba essere eletta: demanda la materia alle leggi elettorali. Il Senato è vitalizio e di nomina regia. Il re esercita il potere esecutivo attraverso i suoi ministri. Lo Statuto non parla di governo né di consiglio dei ministri né di primo ministro. Non esiste l'organo collegiale del Governo. Il re nomina e revoca i ministri, i quali sono responsabili politicamente di fronte al re, non di fronte al parlamento; hanno anche una responsabilità penale per i reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni: vengono messi in stato di accusa dalla camera dei deputati e giudicati dal senato, costituito come alta corte di giustizia. Questo sistema è chiamato dai costituzionalisti di Monarchia Costituzionale pura, con netta distinzione tra potere legislativo e potere esecutivo. Ma in pratica non fu così sia per la forte personalità di coloro che in pratica erano primi ministri sia per influsso delle costituzioni francese e belga. Già nel 1848 il ministro più autorevole, che di fatto veniva considerato primo ministro, Cesare Balbo, rassegnò le sue dimissioni nelle mani del re, con la motivazione che la politica dei ministri ( diremmo impropriamente del governo) non era condivisa dal parlamento. Si mise in moto ben presto un meccanismo, che trasformò la Monarchia Costituzionale pura in Monarchia Parlamentare, in cui l'organo centrale divenne il parlamento e soprattutto la camera elettiva.
      Nelle Monarchia Parlamentare sarà sempre il re a nominare i ministri, ma questi entreranno in carica, quando avranno avuto la fiducia del Parlamento e resteranno in carica finché durerà questa fiducia. Parallelamente all'instaurarsi del rapporto dei ministri con il Parlamento si svilupperà anche il processo che renderà il governo un organo collegiale, con il delinearsi della figura del primo ministro. Il ruolo del primo ministro si affermerà con la figura e l'attività di Cavour. Lo schema che in pratica si realizza è il seguente: il re nomina il primo ministro, che è espressione della forza politica che ha vinto le elezioni; il primo ministro propone al re il nome dei ministri; spetta al re confermarli; dopo la nomina del re il governo si presenta al parlamento per ricevere la fiducia. Questa procedura si afferma prima nella prassi parlamentare, poi viene regolata legislativamente dalla Legge Zanardelli del 1901.

      Processo di unità d'Italia

      1859: 2a Guerra d'Indipendenza. In base agli accordi di Plombière il Re di Sardegna e Napoleone III, imperatore di Francia, entrano in guerra contro l'Austria con la prospettiva di annettere al Regno di Sardegna il Lombardo-Veneto, in cambio di Nizza e della Savoia, che dovevano passare alla Francia. Conquistata la Lombardia, Napoleone II stipula con l'Austria il trattato di Villafranca, che permette l'annessione al Piemonte della Lombardia, ma non del Veneto, in cambio sempre di Nizza e Savoia. Ma a questo punto inizia un periodo convulso con insurrezioni non cruente che determinano la fine dei Ducati di Parma e di Modena, dell Granducato di Toscana e del potere del Papa su Emilia e Romagna.
      In tutte queste regioni si instaurano governi provvisori, che convocano plebisciti, a suffragio universale maschile, che decidono l'annessione al Regno di Sardegna.
      1860: impresa dei Mille, conquista del regno borbonico; anche qui vengono organizzati plebisciti, a dire il vero molto meno sentiti, che decidono l'annessione al Regno di Sardegna. Nello stesso anno l'esercito piemontese, al comando dei generali Fanti e Cialdini, conquista le Marche e l'Umbria, appartenenti allo Stato Pontificio, che vengono annesse anch'esse al Piemonte.
      17 marzo 1861: il Parlamento Subalpino approva un legge costituita da un solo articolo di questo tenore: "Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi successori il Regno d'Italia per grazia di Dio e volontà della Nazione": per grazia di Dio in omaggio alla concezione del potere, derivante da Dio, risalente al Medio Evo; per volontà della Nazione, in considerazione del pronunciamento popolare espresso nei plebisciti. Nasce quindi il Regno d'Italia, a cui dal punto di vista territoriale mancano il Veneto e il Lazio, cioè Venezia e Roma.
      Lo Statuto Albertino e il Codice Civile piemontese vengono estesi a tutta l'Italia, determinando il processo di piemontesizzazione dell'Italia; ma il Codice Penale esclude la Toscana, perché in questa regione era stata abolita fin dal tempo di Pietro Leopoldo la pena di morte, mentre negli altri stati italiani persisteva. L'unificazione del codice penale avverrà nel 1897 con il Codice Zanardelli, che sancirà l' abolizione della pena di morte in tutta Italia.
      1866: III guerra d'indipendenza, che porta alla conquista del Veneto.
      1870, 20 settembre: Breccia di Porta Pia e conquista di Roma. Dichiarato decaduto lo Stato Pontificio ( sarà in qualche modo ripristinato coi Patti Lateranensi nel 1929).
      1871: Roma è proclamata capitale d'Italia (precedenti capitali Torino e Firenze).
      Questo ordinamento, sebbene con molte variazioni, durò fino all'avvento del Fascismo. Cambiarono soprattutto le leggi elettorali, che diventavano sempre più estensive. La legge piemontese, applicata all'Italia, era basata sul censo; la legge di Depretis del 1882 si fondava sull'istruzione; la legge del 1912 di Giovanni Giolitti fu quasi universale (maschile), escludendo gli analfabeti che non avevano prestato servizio militare; la legge Nitti del 1919 instaurò il suffragio universale maschile.
      Col Fascismo molte cose cambiano
      Legge del 24 dicembre 1925: determina le prerogative del Capo del Governo. Non più quindi Presidente del Consiglio dei Ministri, ma Capo del Governo. Questi viene nominato dal Re e designa i ministri. Il Capo del Governo è responsabile soltanto verso il Re, i singoli ministri sono responsabili anche verso il Capo del Governo. Si stabilisce all'interno del Governo un rapporto gerarchico. Viene abolito il voto di fiducia del Parlamento: sminuito il Parlamento, valorizzata al massimo la figura del Capo del Governo. Nel 1939 la Camera dei Fasci e delle Corporazioni sostituisce la Camera dei Deputati., che dal 1928 veniva eletta su lista unica predisposta dal Gran Consiglio del Fascismo. Il Gran Consiglio era l'organo direttivo del partito fascista, che, però, dal 1928 aveva assunto anche un ruolo costituzionale.
      Crisi del fascismo. 25 luglio 1943. il Gran Consiglio del Fascismo invitava il Re a riprendere la pienezza delle sue funzioni politiche e militari, sfiduciando implicitamente Mussolini. Il re diede incarico a Badoglio di formare il Governo. Invece al Nord, ancora sotto la dominazione tedesca, si formò la Repubblica Sociale di Salò. L'Italia era spaccata in due.
      Il nucleo fondativo del nuovo Stato italiano fu il cosiddetto Patto di Salerno dell'aprile del 1944, in cui si strinse un accordo tra la monarchia e i partiti antifascisti: Democrazia Cristiana, Partito Comunista, Partito Socialista, Partito d' Azione, Partito Liberale e Democrazia del lavoro. Questi i termini dell'accordo: il re si sarebbe ritirato a vita privata, nominando luogotenente del Regno il figlio Umberto; si sarebbe formato un governo con ministri designati dai partiti; una volta terminata la guerra e unificata l'Italia sarebbe stato indetto un referendum popolare per la scelta tra Monarchia e Repubblica.
      Fine delle ostilità: comizi elettorali
      2 giugno 1846: votazioni democratiche a suffragio universale maschile e femminile per la scelta tra Monarchia e Repubblica e per l'elezione dei membri dell'Assemblea Costituente.
      Questo evento pose termine allo Statuto Albertino, perché l'Assemblea Costituente era destinata a elaborare una nuova Costituzione, non più ottriata, ma prodotta appunto da un'assemblea costituente; non piè flessibile, ma rigida.
      1 gennaio 1948: entrava in vigore la nuova Costituzione
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