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  • Chicca Scarabello
    Cronache 31 mag 12:09 Trieste: vernice rossa alla foiba di Basovizza, raid firmato in sloveno TRIESTE - Ignoti hanno imbrattato con vernice rossa la foiba di
    Messaggio 1 di 1 , 1 giu 2004
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      Cronache

      31 mag 12:09 Trieste: vernice rossa alla foiba di Basovizza, raid firmato
      in sloveno


      TRIESTE - Ignoti hanno imbrattato con vernice rossa la foiba di Basovizza,
      vicino a Trieste. La vernice e' stata sparsa anche sul cippo apposto solo
      poche settimane fa dagli alpini in occasione del loro 77esimo raduno
      nazionale. Sono state trovate anche cinque a stelle punte. La firma del raid
      era: "Fronte di liberazione", ma la scritta era in sloveno. Appena pochi
      giorni fa era stata imbrattata anche la foiba di Monrupino. (Agr)

      Corriere
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      01-06-2004
      Barriera a rilento

      Solo un quarto dei pianificati 720 km di barriera anti-terrorismo è
      stato edificato ed è operativo, mentre i lavori nella sezione sud-orientale
      della barriera sono fermi a causa dei ricorsi all’esame dell’Alta Corte di
      Giustizia. Lo ha detto lunedì alla commissione esteri e difesa della Knesset
      il col. Netzah Mashiah, a capo del progetto barriera per il ministero della
      difesa israeliano.
      Mashiah ha spiegato che sono stato costruiti 30 km dei 106 della
      sezione sud-orientale, da Elkana a Camp Ofer, ma i lavori sono bloccati dai
      ricorsi. Anche l’area di Gerusalemme e la sezione meridionale sono
      interessate da procedimenti, tanto che il ministero della giustizia non ha
      nemmeno emesso i permessi per avviare la costruzione. D’altra parte, Mashiah
      ha detto che la parte settentrionale della barriera, fino a Tirat Zvi, sarà
      pienamente operativa entro il prossimo agosto.
      Il ministro della difesa Shaul Mofaz ha poi comunicato alla
      commissione che è dal 14 marzo scorso che non si registrano attentati
      suicidi riusciti, mentre altri sono stati sventati. Secondo Mofaz, gli
      sforzi nella lotta contro il terrorismo si sono dimostrati efficaci e i
      lavori per la barriera devono continuare. Mofaz ha affermato che Israele
      mira a una “piena separazione” dalla striscia di Gaza, e vuole anche
      disimpegnarsi dalla Philadelphia Route (fra Egitto e striscia di Gaza)
      appena la cosa sarà fattibile. Anche il trasferimento di coloni israeliani
      verso blocchi più compatti di insediamenti in Cisgiordania, Galilea e nel
      Negev – ha aggiunto il ministro della difesa – aiuterebbe il paese.
      Mofaz ha poi ribadito quanto detto dal capo di stato maggiore Moshe
      Ya'alon, e cioè che, a quanto risulta, sono già state introdotte nel Sinai
      egiziano armi avanzate che attendono solo d’essere contrabbandate all’
      interno della striscia di Gaza. Mofaz ha affermato che queste armi
      comprendono, fra l’altro, razzi Katyusha, missili anti-aerei e missili
      anti-carro.
      Un ufficiale dell’intelligence ha detto alla commissione che vi sono
      almeno dieci o venti trafficanti d’armi nella striscia di Gaza che
      appartengono alle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese. Stando alle
      prime indicazioni, dopo le operazioni israeliane il traffico sta cercando di
      spostarsi in aree diverse da Rafah. Secondo l’intelligence, l’Egitto sta
      facendo finalmente qualche sforzo in più per contrastare il traffico d’armi
      verso i terroristi nella striscia di Gaza, ma non è ancora chiaro quanto sia
      veramente impegnato in questo senso.

      (da: Jerusalem Post, 31.05.04)
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      1 -06-2004
      L’Egitto ad Arafat: riforme o perdi il nostro appoggio

      Il capo dell’intelligence egiziana Omar Suleiman avrebbe
      avvisato Yasser Arafat di allentare la presa sul potere dell’Autorità
      Palestinese se non vuole che Egitto e Stati Uniti lascino libero il primo
      ministro israeliano Ariel Sharon di attuare la minaccia di “rimuoverlo”
      dalla scena.
      Secondo quanto riferisce lunedì il giornale pan-arabo
      Al-Quds-al-Arabi, Suleiman avrebbe posto ad Arafat tre richieste.
      Primo, unificare le forze di sicurezza (armate) palestinesi
      sotto un’unica autorità di comando, suddivise soltanto in tre componenti:
      Polizia, Servizi di sicurezza preventiva (interna) e Servizi di sicurezza
      esterna.
      Secondo, conferire al primo ministro palestinese Ahmed Qureia
      (Abu Ala) completa autorità per condurre negoziati con Israele sul piano di
      ritiro unilaterale di Sharon.
      Terzo, mettersi in disparte e accettare un ruolo simbolico,
      lasciando che siano altri a guidare l’Autorità Palestinese.
      L’inviato egiziano, che lunedì scorso ha fatto la spola fra
      Gerusalemme e Ramallah per discutere il ruolo dell’Egitto dopo il possibile
      ritiro di Israele dalla striscia di Gaza, avrebbe avvertito Arafat che le
      riforme politiche e sulla sicurezza che vengono suggerite sono necessarie, e
      renderebbero più agevole l’iniziativa di Sharon. Ad Arafat sarebbe stato
      dato tempo fino al 15 giugno per dare una risposta precisa. Altrimenti “se
      la vedrà da solo con Sharon”.
      Nel frattempo, il ministro degli esteri israeliano Silvan Shalom
      si recherà in visita giovedì dal presidente egiziano Hosni Mubarak per
      discutere la creazione di una commissione speciale dedicata alla promozione
      delle relazioni fra i due paesi. Sharon ha deciso di mandare il ministro
      degli esteri al Cairo dopo aver avuto lunedì una conversazione telefonica
      con Mubarak durante la quale il presidente egiziano ha ribadito il proprio
      sostegno al piano di disimpegno di Sharon dalla striscia di Gaza,
      dichiarandosi disposto ad aiutare Sharon nella sua attuazione.
      Egitto e Israele sono legati di un trattatao di pace sin dal
      1979, ma l’atteggiamento del Cairo verso Israele è stato spesso molto
      freddo. L’Egitto ha amministrato militarmente la striscia di Gaza dal 1949
      al 1967.

      (Da: Jerusalem Post, 31.05.04)


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      01/06/2004 L’Università di Amman vuole aprire una sede a
      Gerusalemme. Favorevole il ministro israeliano per l’istruzione Limor
      Livnat. Contrari i governi arabi vicini.
      31/05/2004 Uccisi nella notte nel nord della striscia di Gaza 2
      importanti terroristi di Hamas, responsabili della morte di numerosi civili
      e militari israeliani e della pianificazione di ulteriori attentati.
      31/05/2004 Secondo fonti palestinesi truppe dell'esercito
      israeliano avrebbero demolito 20 case a Rafiah, sud Gaza. Il portavoce
      dell'esercito israeliano si rifiuta di fornire dettagli e dichiara
      ''l'esercito ha distrutto alcune case a Rafiah.''
      31/05/2004 Arafat dice di voler incontrare Sharon per parlare di
      pace: ''Tendo la mano a Sharon, al popolo, alla Knesset [parlamento], al
      governo israeliano.''
      31/05/2004 Agenti dello Shin Bet (servizi di sicurezza) hanno
      riferito che il tecnico nucleare Mordechai Vanunu ha violato le sue
      restrizioni rilasciando interviste a BBC e Sunday Times.
      31/05/2004 Forze della sicurezza israeliana hanno scoperto
      durante la notte un ordigno esplosivo nel quartiere Jabali di Nablus.
      L'ordigno è stato fatto brillare in condizioni controllate.
      31/05/2004 Il ministro della giustizia Lapid incontrerà lunedì
      il ministro delle finanze Netanyahu per tentare di raggiungere un
      compromesso che ottenga l'approvazione del governo. Sharon però non intende
      modificare la nuova versione del suo piano di disimpegno.
      31/05/2004 Sharon domenica: “Sono deciso a far accettare il
      piano di disimpegno unilaterale anche a costo di un rimpasto di governo o di
      prendere decisioni senza precedenti”.
      30/05/2004 Membri del Likud e coloni di Gush Katif hanno
      protestato domenica mattina davanti all'ufficio del pm Sharon contro il
      piano di disimpegno dalla striscia di Gaza.
      30/05/2004 Israele mette in guardia la Siria: in caso di
      escalation sul fronte Hezbollah, la Siria la pagherebbe cara.
      30/05/2004 Due palestinesi armati di fucili M-16 arrestati
      domenica mattina a Ramallah.
      30/05/2004 Per la prima volta dopo l'attentato dello scorso 17
      aprile, domenica mattina lavoratori palestinesi sono rientrati nella zona
      industriale di Erez, nord Gaza.

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      NEWSLETTER FROM KEREN HAYESOD

      Al di là della politica: gli aiuti israeliani al Terzo Mondo





      I funzionari del Centro di Cooperazione Internazionale del Ministero degli
      Esteri si imbarcano da soli per missioni a lunga scadenza in regioni in cui
      non vi è acqua corrente, gente che parli l’inglese e che non hanno relzioni
      diplomatiche con Israele. Si occupano della riabilitazione delle prostitute
      in Cambogia, della bonifica delle paludi in Uzbekistan e della cura dei
      ciechi in Africa. E’ incredibile quello che siamo disposti a fare per
      guadagnare anche un solo voto alle Nazioni Unite.



      Adattato dal Maariv, di Ilil shachar,







      La fattoria delle prostitute



      Una delle imprese israeliane più strane è stata creata cinque anni fa, ad un
      centinaio di chilometri dalla capitale cambogiana Phom Penh. Si tratta del
      risultato di una joint venture fre il Ministero degli Esteri israeliano e 40
      prostitute cambogiane, che avevano deciso di abbandonare la professione più
      vecchia del mondo per imparare un mestiere un po’ più attuale: una fattoria
      specializzata nella coltivazione della soia e nella produzione dei suoi
      derivati - quali i sostituti del latte - delle noci cashew, dei pomodori e
      della melanzane. Al Ministero degli Esteri si rivolse il governo cambogiano
      e fu deciso di costruire una fattoria, facente parte di un progetto per
      frenare la prostituzione crescente nel paese. Le donne hanno superato un
      corso sulle modrene tecniche agricole israeliane, vivono nella fattoria come
      in una comunità indipendente e hanno vietato agli uomini di vivere sul
      posto. Il villaggio è stato progettato da Yitzchak Yitzchak, del Ministero
      degli Esteri, che ha deciso della posizione dei quartieri di abitazione, dei
      campi e dei frutteti. Alle donne è consentito trasferirsi solo dopo che l’
      ultimo falegname ha terminato di costruire le casette di legno. Il periodo
      di addestramento non è stato facile. La difficoltà maggiore è stata
      insegnare alle prostitute cambogiane come coltivare la terra, per mezzo
      delle tecniche dell’agricoltura moderna, usando soprattutto il linguaggio
      dei segni. “Mi hanno dato un traduttore – racconta Yitzchak – ma il suo
      inglese era estremamente ‘basic’. Riunivo le donne in una delle capanne e
      mentre erano sedute sul pavimento, tentavo di spiegare loro le cose, in
      poche frasi semplici e molti gesti”.

      Questi sforzi hanno dato ben presto i loro frutti, o meglio, le loro
      verdure. Con l’aiuto di consulenti israeliani, le donne hanno cominciato a
      coltivare soia, fagioli e riso. “Durante la stagione delle piogge, il
      terreno si allaga ed allora si può coltivare il riso. Negli altri sei mesi
      dell’anno, fanno crescere la soia, da cui si ricava il latte. Entro pochi
      anni, gli alberi di cashew cominceranno a dare frutti, e nel frattempo le
      donne coltivano verdure, soprattutto pomodori e melanzane, per il consumo
      privato”, afferma Yizchk con orgoglio. “Si mantengono così. Per il loro
      lavoro nella fattoria, ogni donna riceve centinaia di dollari. E’ una
      fortuna per queste donna, che fino a poco tempo fa hanno vissuto alla
      giornata. Le donne hanno circa trent’ anni, ma sembra che ne abbiano
      cinquanta, a causa del loro passato e delle difficili condizioni di vita
      della regione – afferma il loro istruttore israeliano - Il villaggio ha una
      scuola per i bambini di queste donne. Una volta alla settimana viene un’
      infermiera che li visita e dà loro tutte le cure mediche di cui possono
      avere bisogno”.



      Questi nuovi agricoltori, che fino a pochi ani fa si guadagnavano da vivere
      come prostitute sulle strade, ora hanno cominciato a utilizzare le loro
      conoscenze recentemente acquisite per dare un contributo alla comunità.
      “Aiutano i contadini del posto in vari modi. Per esempio, hanno una macchina
      per separare il riso dallo stelo, che affittano ai contidani che ne hanno
      bisogno”, dice Yitzchak.

      L’insolito progetto è il risultato della cooperazione fra il Ministero degli
      Esteri e una organizzazione cristiana francese, guidata dal missionario
      Pierre Tami. Quando Tami arrivò a Phnom Penh, si rese conto di quanto fosse
      grave il problema della prostituzione e decise di fare qualcosa per
      arginarlo. La profonda miseria aveva costretto molte ragazze, fra le quali
      non poche 13-14enni, a prostituirsi, per aiutare a mantenere la loro
      famiglia.

      La Cambogia, inoltre, era diventata il rifugio di donne provenienti dal Laos
      e dal Nord, che praticavano la prostituzione per mantenrsi durante il
      viaggio verso sud. Tami chiese al governo di concedergli un appezzamento di
      terreno per riabilitare queste donne e gli fu concessa una piccola isola. Il
      primo gruppo di donne si occupava essenzialmente di artigianato, mentre
      agricoltori-uomini venivano ogni tanto a lavorare i campi, consentendo alle
      donne di cimentrasi nell’agricoltura. Gli uomini aravano servendosi di
      animali e poi lasciavano l’isola. Tale tentativo di attività agricola, che
      avrebbe potuto essere la chiave del successo della comune, fallì
      miseramente. Le donne non riuscivano ad ottenere un raccolto sufficiente per
      mantenersi o per venderlo ai villaggi vicino. Il Ministero degli Esteri
      israeliano si imbatté nel progetto cinque anni fa ed acconsentì ad offrire
      volontariamente il know-how israeliano, per far decollare l’impresa.



      “Arrivai nell’isola e mi resi conto che il posto era troppo piccolo per
      consentire loro di coltivare prodotti in quantità sufficiente. – ricorda
      Yitzchak – Chiedemmo al governo cambogiano di darci un’ altra zona, più
      estesa ed abbiamo ottenuto un altro appezzamento ad un centinaio di
      chilometri dalla capitale”.



      Oggi, un anno dopo avere lasciato il villaggio, Yitzchak mantiene contatti
      per e- mail con le donne. “Gi affari ora sono un po’ incerti – dice – ma
      spero che siano in grado di rimettersi in sesto. Vorrei andare ad aiutarle,
      ma i nostri viaggi son stati limitati, a causa dei tagli di bilancio del
      Ministero degli Esteri. Sarebbe un vero peccato se l’azienda si
      disintegrasse, specialmente dopo che mi sono convinto di avere avuto
      successo nel risvegliare l’entusiasmo di queste donne, dimostrando loro che
      si poteva vivere in modo diverso”.


      Quattro giorni di paura



      Proprio come Yitzchak, decine di israeliani vengono mandati ogni anno dal
      Centro per la Cooperazione Internazionale del Ministero degli Esteri in
      luoghi remoti, per offrire assistenza ad alcune delle popolazioni più deboli
      del mondo. Ogni qualche mese, una équipe medica di oculisti specializzati
      parte da Israele per una maratona di operazione di cataratta destinata a
      persone che altrimenti non potrebbero certamente permetterselo. A causa
      degli alti costi e delle lunghe code, il Minisero degli Esteri ha deciso di
      applicare una politica del tutto unica, per cui il chirurghi israeliani
      rimuovono la cataratta, restituendo la vista, ad un solo occhio del
      paziente. Due settimane fa, durante Chanuka, la dott. Irit Rosenblatt, dell’
      Ospedale Hasharon ed il dott. Michael Kremer, del Centro Medico Beilinson si
      sono recati a Yaoundé, in Cameroon, per operare di cataratta 50 mendicanti
      ciechi. “La cosa speciale in queste maratone è che in una mezz’ora e con un’
      operazione reltivamente semplice, siamo in grado di trasformare un cieco che
      mendica al mercato in una persona che può lavorare – dice Rosenblatt – Il
      giorno dopo la procedura, questa gente può andare in giro fra i banchi del
      mercato e mostrare a tutti che non sono più ciechi”.



      Queste operazioni non sono cose da poco, poiché la cecità - in continuo
      aumento in Africa – è un handicap molto grave, che a causa della carenza dei
      servizi di welfare, porta spesso alla morte. “ Una persona con una buona
      vista in un occhio, può funzionare egregiamente; così, per quanto frustrante
      possa essere, abbiamo deciso di curare un occhio di ciascun paziente cieco,
      a causa delle limitate risorse a disposizione. Mentre mi trovavo laggiù, una
      ragazzina mi seguiva ovunque andassi, gridando in francese: ‘Dottoressa,
      dottoressa, mi operi anche l’altro occhio. La seguirò finché non mi opererà
      anche l’altro occhio’. Era davvero da spezzare il cuore, ma non abbiamo
      potuto fare eccezioni” – rammenta Rosenblatt.



      Mentre in Israele sono soprattutto le persone anziane che soffrono di
      cataratta, in Africa la malattia è comune da 50 anni in poi. Molti giovani
      fra i venti ed i trent’anni sono colpiti da cecità, dovuta alle
      complicazioni del diabete malcurato ed anche in questi casi l’équipe
      israeliana è riuscita a ridare la vista. “Arriviamo con tutto il nostro
      equipaggiamento, mettiamo su una sala operatoria nell’accampamento in 3-4
      ore e cominciamo a lavorare – afferma Rsoenblatt – I casi più disperati
      arrivano per primi, perché gli altri hanno paura, soprattutto quando vedono
      un chirurgo donna. Quando però si rendono conto che le operazioni hanno il
      100% di riuscita, sempre più pazienti chiedono di essere operati. La nostre
      risorse, però, sono limitate ed in un periodo di due settimane in un
      accampamento del genere, siamo in grado di operare circa 50 pazienti”.



      Per Rosenblatt, capo del Reparto di Oculistica dell’Ospedale Hasharon presso
      il Centro Medico Rabin, si tratta del terzo accampamento di chirurgia
      oculistica. Quattro anni fa è stata in Mauritania, un paese musulmano che ha
      rapporti diplomatici con Israele, malgrado faccia parte della Lega Araba. Ha
      anche preso parte a un “Eye Camp” in Mozambico. Rosenblatt ricorda la grande
      emozione provata quando uno dei suoi pazienti l’ha abbracciata dicendo: “Ora
      posso andare a lavorare ed i miei figli non avranno più fame”.



      Rosenblatt ricorderà a lungo l’ultimo l’ultimo “Eye Camp” in Cameroon. Uno
      dei chirurghi israeliani si ferì con un bisturi sporco del sangue del
      paziente: “Il 10% degli abitanti del Cameroon è infetto da AIDS e vi era una
      grande preoccupazione che anche il medico fosse stato contagiato. Abbiamo
      fatto immediatamenti prelievi di sangue a tutti i pazienti ed abbiamo atteso
      con ansia i risultati”. Nel frattempo, la dottoressa in questione fu
      sottoposta ad un trattamento preventivo per evitare la diffusione del virus
      nell’organismo, compreso uno speciale cocktail di medicinali, che bisogna
      prendere entro le prime 12 ore dopo l’esposizione al virus. “Abbiamo atteso
      con ansia i risultati, ed anche quando è risultato che tutti i nostri
      pazienti erano sani, abbiamo mandato i prelievi in Israele, per un secondo
      controllo”. Fu solo dopo quattro giorni, quando da Israele arrivò la
      risposta che il bisturi non era infetto, che i medici poterono trarre un
      sospiro di sollievo.





      Vivere con un dollaro al giorno



      Emanuel Libin, dottore in economia, non è stato mandato per riorganizzare il
      sistema finanziario del Kazachistan o creare una banca centrale. Ha
      sviluppato nella regione desertica del paese una centrale del latte unica
      nel suo genere, per la mungitura delle femmine di cammello. “Sebbene il
      latte delle cammelle non sia casher, è estremamente sano – afferma con
      entusiasmo – Abbiamo creato l’unica centrale del latte che produce yoghurt
      di latte di cammella”. Libin sta inoltre addestrando gli agricoltori locali
      ad aumentare la produzione del latte vaccino. “Abbiamo visto che qui ogni
      mucca produce 2.000 litri di latte all’anno, mentre in Israele ne producono
      5.000. Abbiamo deciso di insegnargli ad aumentare il redimento di latte
      delle mucche locali”.

      Secondo Libin, da quando Israele ha iniziato le proprie attività in
      Kazachistan, cinque anni fa, ha già esportato milioni di Shekel di prodotti,
      destinati a compagnie locali. “ Questo comprende produzione siderurgica,
      sementi e persino materie prime e la formula per la produzione di succhi [di
      frutta] e di latticini da Israele”. Libin valuta che molte compagnie
      israeliane cercheranno di crearsi una base d’appoggio in Kazachistan, per
      rendere più facile il commercio con altri paesi. “L’esportazione israeliana
      oggi si concentra primariamente sui paesi occidentali. Dal Kazachistan,
      però, saranno in grado di esportare in India e in Cina, riducendo i costi
      di trasporto.

      I progetti di aiuti umanitari d’Israele sono molto noti e riconosciuti in
      Kazachistan, nonstanze la presenza di agenzie di aiuto degli Stati Uniti e
      dell’Olanda. “Nessun altro paese manda esperti in una zona specifica per un
      periodo di due anni, per offrire un assistenza quotidiana a portata di mano.
      La maggioranza della agenzia di aiuti mettono in opera progetti a breve
      termine e poi se ne vanno. I nostri progetti sono considerati i migliori, ed
      in molti casi siamo riusciti dove gli altri hanno fallito. In fatti,
      proprio per i nostri successi, sono stato nominato membro della commissione
      governativa per lo sviluppo del Kazachistan.

      Il dott. Yitzchak Bejerano, 64 anni, quasi due anni fa fu inviato dal Centro
      per la Cooperazione Internazionale ad Aral, nel Kazachistan, una regione che
      ha sofferto di gravi problemi ecologici, a causa del prosciugamento del lago
      interno Aral, che ha trasformato la regione in un deserto. A Bejerano,
      proveniente dal Kibbutz Nir David, fu chiesto di fare l’impossibile e di
      sviluppare l’agricoltura, in modo che gli abitanti potessero continuare a
      vivere sul posto. Da allora abita in una piccola cittadina di appena un
      migliaio di anime, senza acqua corrente o servizi basilari. “Non è un
      semplice esercizio. L’acqua deve essere presa da un pozzo con i secchi e ci
      si lava in buche scavate nel terreno”.



      Malgrado le condizione difficili, Bejerano è riuscito a fare molto negli
      ultimi due anni. Ha creato un istituto per l’allevamento del pesce, in modo
      che in futuro le uova di pesce possano essere distribuite nei laghi della
      regione, fornendo lavoro a migliaia di pescatori, rimasti disoccupati quando
      il mare interno di è prosciugato. Bejerano ha inoltre creato una serra
      moderna, per la coltivazione dei cetrioli ed iniziato un progetto di
      rimboschimento, in cui vengono piantati alberi a vantaggio della
      popolazione. “ La gente qui è molto povera. La disoccupazione arriva al 50%
      e il salario giornaliero è va da 1 a 3 dollari al giorno. Non è facile
      mantenere una famglia con somme così minuscole, nemmeno qui”.

      Nonostante il lungo soggiorno, Bejerano non padroneggia ancora la lingua
      locale o il russo, così che gli è difficile comunicare con gli abitanti del
      posto. Perciò il Ministero degli Esteri gli paga i servizi di un “genio”
      locale, che gli fa da interprete. “Questo giovane ventenne mi accompagna
      dovunque. E’ considerato un genio perché nessun altro nella regione conosce
      l’inglese. Per sopravvivere, ho imparato un po’ di russo ed ora faccio
      persino la spesa al mercato in russo”.



      Bejerano ha a disposizione un fuoristrada, che lo aiuta a superare le enormi
      distanze. “Ogni viaggio dall’allevamento dei pesci alla serra è di 150 km.
      Le distanze qui sono molto grandi e se la jeep si blocca in mezzo al nulla,
      può essere piuttosto stressante. Non ci sono officine meccaniche e per
      gonfiare le ruote si usano pompe a mano. La provincia in cui vivo è più
      grande dello Stato d’Israele”.



      Il freddo intenso e la grande povertà della regione hanno portato allo
      sradicamento di migliaia di alberi. “La temperatura in inverno scende al di
      sotto dei -20° e la gente di qui semplicemnte taglia gli alberi per
      riscaldarsi. Per sopravvivere, usano tutto ciò che la terra produce”.
      Bejerano ha deciso di piantare alberi per migliorare l’equilibrio ecologico
      della regione, una misura che inizialmente non è stata apprezzata dalla
      popolazione. “Quando ho cominciato, ho visto che sradicavano quello che
      piantavo, o vi portavano al pascolo le loro mandrie e le giovani piante
      venivano distrutte. Alla fine ho messo delle guardie intorno ai boschi e
      gli alberi hanno cominciato a crescere”.



      Le riforme agrarie di Bejerano comprendono l’introduzione graduale di
      tecnonlogie moderne, per evitare di creare una dipendenza dall’assistenza
      israeliana. “Alle volte la tecnologia moderna viene introdotta troppo
      rapidamente e la popolazione locale non riesce a gestirla. Quindi tutto il
      sitema crolla quando il consulente se ne va. E’ preferibile omettere alcune
      delle innovazioni, perché l’obiettivo è di renderli indipendenti ed
      insegnare loro a preservare le loro risorse naturali. “La serra ad
      irrigazione moderna viene usata essenzialmente per coltivare pomodori e
      cetrioli. E’ situata non lontano da Baikonur, la base di lancio spaziale, da
      cui è stato lanciato due settimane fa il satellite israeliano Amos 2, e
      sembra che gli scenziati russi siano diventati completamenti dipendenti
      dalle verdure “israeliane” che arrivano al mercato della città.

      Dal sito web di Mashav – Centro per lo Sviluppo Internazionale – Ministero
      degli Esteri Israeliano



      Attività in Medio Oriente: Autorità Palestinese



      La cooperazione israeliana con l’Autorità Palestinese è focalizzata sulla
      creazione di capacità umane e sulla creazione di istituzioni. Nell’anno
      2000, ad esempio, i professionisti palestinesi hanno rappresentato il
      maggiore contingente di partecipanti ai corsi di addestramento professionale
      tenutisi in Israele. Oltre 775 palestinesi hanno frequentato tali corsi nei
      primi tre trimestri del 2000. In particolare, vi è stata una fruttifere
      cooperazione nei campi dell’Agricoltura, dell’Ambiente e della Società
      Civile, con il lancio di grandi progetti comuni ai Ministeri israeliani e
      palestinesi, agli ospedali ed ai fornitori di servizi vari.
      Disgraziatamente, nel settembre 2000 l’Autorità Palestinese ha emesso chiare
      disposizioni di sospensione di ogni forma di cooperazione con Israele,
      dirette a tutti gli organi ufficiali ed alle Organizzazioni Non Governative.
      Ci auguriamo che con l’avanzamento del processo politico-diplomatico sarà
      possibile riprendere ancora una volta l’alto livello di cooperazione
      esistente in passato.



      http://mashav.mfa.gov.il/mfm/web/main/missionhome.asp?MissionID=16210





      Lev Chadash - Associazione italiana per l'Ebraismo Progressivo

      Siamo lieti di invitarvi domenica 6 giugno alle ore 21.00 in via Carlo Tenca

      7 (suonare AEP) alla conferenza del prof. Ugo Volli su Ugo Volli: Identità e

      segni dell'Ebraismo: riflessioni di un semiologo. La conferenza fa parte del

      ciclo di incontri intitolato: L'ebraismo è una religione ?

      Ugo Volli è professore ordinario di Semiotica del testo all'Università di

      Torino e insegna anche Semiotica del giornalismo allo IULM di Milano. Ha

      lavorato in numerose università italiane e straniere, fra cui a lungo

      all'Università di Bologna, New York University, Brown University. Si occupa

      di problemi di comunicazione e ha lavorato a lungo sulla teoria della moda,

      del teatro, del corpo e del desiderio. Altri suoi interessi sono la

      comunicazione politica e la filosofia del linguaggio. Collabora con vari

      giornali, radio e televisioni, fra cui La Repubblica (per cui dalla

      fondazione fa il critico teatrale), Il Mattino, L'Avvenire, Il Messaggero.

      Ha svolto attività di consulenza per la comunicazione per molte aziende

      italiane e straniere. Tra le sue recenti pubblicazioni: Manuale di semiotica

      (Laterza 2000), La Tv di culto (Sperling & Kupfer 2002), Figure del

      desiderio (Raffaello Cortina, 2002), Semiotica della pubblicità (Laterza,

      2003).

      Il nostro tempio in via Carlo Tenca 7, a Milano sarà regolarmente aperto per

      Shavuot: martedì 25 maggio dalle 19.30; mercoledì 26 maggio dalle ore 10.30

      e dalle ore 19.30; giovedì 27 maggio dalle ore 10.30. Per ogni informazione

      scrivere a levchadash@...

      Via Tenca si trova nella zona Repubblica-Centrale ed è raggiungibile con le

      linee 1 (Venezia), 2 (Caiazzo), 3 (Repubblica) della Metropolitana e con le

      linee tramviarie 1, 5, 9, 11, 29, 30, 33.

      Ricordiamo Shalom alekhem !, la newsletter con il commento alla parashà

      della settimana. Per riceverla si può scrivere a levchadash@...

      Vi invitiamo a visitare il nostro sito web http://www.levchadash.it/

      A presto & un cordiale Shalom !

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      Il governo britannico ha un piano per frenare la diffusione dell'estremismo
      tra i giovani musulmani britannici. Il Sunday Times è entrato in possesso di
      alcuni dettagli di un rapporto riservato secondo cui ci sarebbero circa 10
      mila sostenitori di al Qaeda attivi nel paese. Secondo il documento i
      militanti vengono reclutati tra i musulmani più poveri e tra i disoccupati
      che sarebbero più pronti ad accogliere il messaggio dell'Islam estremista. I
      servizi segreti avrebbero poi le prove che il reclutamento si estenderebbe
      tra gli esponenti della middle class e verrebbe effettuato anche nelle
      università. Nel mese di marzo, il segretario di gabinetto sir Andrew
      Turnbull ha iniziato una strategia per tentare di capire le radici del
      malcontento che serpeggia tra i giovani musulmani. Decine di funzionari del
      ministero degli interni stanno lavorando su come migliorare le relazioni con
      la comunità musulmana e su come incoraggiare i religiosi musulmani ad
      adottare opinioni moderate. I più estremisti rischieranno l'espulsione dal
      paese. Il governo vuole sostenere l'opposizione all'estremismo all'interno
      dell'Islam più moderato e convincere i moderati che sono i benvenuti nella
      società britannica. Una delle idee in cantiere è quella di finanziare i
      giornali islamici moderati e le stazioni radio televisive.

      http://www.telegraph.co.uk/news/main.jhtml?xml=/news/2004/05/31/nalq31.xml&s
      Sheet=/news/2004/05/31/ixnewstop.html



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      Caldeggiare il male minore (in Arabia Saudita)
      di Daniel Pipes
      The Australian
      31 maggio 2004
      http://it.danielpipes.org/article/1848

      Pezzo in lingua originale inglese: Support the lesser evil [in Saudi Arabia]

      A cominciare dal primo attacco terroristico dello scorso anno, l'Arabia
      Saudita ha assistito a circa un mese di episodi di efferata violenza.


      Questo schema ha raggiunto il culmine con quattro episodi verificatisi in
      questo mese, incluso l'attacco mortale sferrato lo scorso fine settimana
      contro un complesso residenziale di Khobar. Sebbene gli attacchi siano
      principalmente diretti contro l'infrastruttura economica del Paese, essi
      riflettono una profonda divisione in seno alla società saudita con delle
      implicazioni ben maggiori.

      I problemi in questione riguardano l'orientamento religioso, politico ed
      economico, e protraggono un conflitto iniziato quasi un secolo fa.

      Il regno saudita prende forma intorno al 1750, quando Muhammad al-Saud, un
      capo tribale, dette vita a un'alleanza con Muhammad bin Abd al-Wahhab, un
      leader religioso. Saud conferì il suo nome al regno che (ad eccezione dei
      due periodi provvisori) oggi continua a chiamarsi così; il nome di al-Wahhab
      indica l'interpretazione islamica che è alla base dell'ideologia del regno.

      Quando apparve per la prima volta, il Wahhabismo venne considerato dagli
      altri musulmani come un movimento estremista e non attecchì molto al di là
      del suo luogo di origine nell'Arabia Centrale. Il suo rifiuto dell'identità
      islamica dei musulmani non-wahhabiti, insieme all'opposizione dalla linea
      dura nei confronti dei costumi musulmani tradizionali, rese il Wahhabismo
      inaccettabile da parte delle potenze mediorientali, in particolar modo da
      parte dell'Impero Ottomano. L'ostilità assai diffusa nei confronti
      dell'intolleranza saudita spiega il perché esso subì un duplice crollo.

      Bernard Lewis offre un'analogia americana che aiuta a immaginare la
      posizione saudita tra i musulmani: "Immaginate che il Ku Klux Klan abbia
      l'assoluto controllo dello Stato del Texas; e che il Ku Klux Klan disponga
      di tutti gli impianti petroliferi texani, i cui proventi vengono utilizzati
      per costruire una ben fornita rete di college e scuole per tutti i
      cristiani, diffondendo il loro peculiare marchio di Cristianità. Avreste
      così un approssimativo equivalente di ciò che accade nel mondo musulmano
      moderno".

      Il terzo regno saudita venne fondato nel 1902, quando Abdul-Aziz ibn Saud
      espugnò la città di Ryadh. Dieci anni dopo, Abdul-Aziz formò un esercito
      chiamato Ikhwan (in arabo brethren) che divenne il reparto d'assalto del
      movimento wahhabita, armato, aggressivo e fanatico. Esso era noto per un
      grido di guerra che sintetizzava così la sua visione: "Le ali del Paradiso v
      olano. Dove siete voi che bramate il Paradiso?"

      L'Ikhwan vinse la maggior parte delle battaglie, espandendo il dominio
      saudita e le pratiche wahhabite. La sua vittoria più grande arrivò nel 1924,
      quando esso sottrasse la Mecca alla dinastia hashimita che da secoli
      deteneva il controllo della città (e continua a governare la Giordania).
      Questa vittoria da parte di Abdul-Aziz ebbe due implicazioni. Con la
      sconfitta dell'ultimo avversario arabo, venne sancito l'assoluto dominio
      saudita nella penisola arabica. E il fatto di porre sotto la giurisdizione
      saudita tanto la città santa per eccellenza dell'Islam quanto la principale
      area urbana della penisola, creò nuove tensioni per il wahhabismo.

      Le semplici verità dei passati decenni venivano adesso messe in dubbio. I
      sauditi dovettero sviluppare dei sofisticati rapporti diplomatici con le
      potenze esterne finché dovettero accedere all'atmosfera relativamente
      liberale, prevalente alla Mecca. Abdul-Aziz presto si rese conto di dover
      controllare l'Ikhwan e le frange più ribelli del Wahhabismo. Quando
      Abdul-Aziz, negli anni successivi alla sua conquista della Mecca, dette un
      giro di vite all'Ikhwan, quest'ultimo insorse portando a una guerra civile
      che si protrasse finché nel 1930 Abdul-Aziz sconfisse le forze ribelli.

      Visto nell'ottica moderna, l'Ikhwan rassomiglierebbe ai Talebani nella loro
      più grande purezza ed estremismo e Abdul-Aziz potrebbe essere paragonato ai
      suoi discendenti che continuano a governare il regno meno puro rispetto a
      quello da lui fondato. La sua vittoria, nel 1930, ha significato che una
      versione più moderata del Wahhabismo ha sconfitto quella più fanatica. Se la
      monarchia saudita è sempre stata più rigorosamente islamica rispetto a
      quelle dei suoi vicini, essa è stata altresì lassista, secondo i primi
      criteri della dottrina wahhabita.

      È vero, la monarchia ritiene che il Corano rappresenti la sua Costituzione,
      vieta ogni culto religioso eccetto l'Islam, finanzia la Mutawwa: la celebre
      polizia religiosa, e impone l'apartheid sessuale. Ma essa è più blanda
      rispetto alla versione proposta dall'Ikhwan, poiché la monarchia emana delle
      leggi non-coraniche, permette tacitamente l'esercizio di culti religiosi
      non-islamici, limita i compiti della Mutawwa e permette alle donne di uscire
      di casa.

      Comunque, l'approccio dell'Ikhwan all'Islam non si è concluso nel 1930. Esso
      si è ritirato e ha tenuto in pugno gli elementi di retroguardia. Quando,
      nell'era del petrolio, la monarchia saudita è diventata ancor più tronfia e
      ipocrita, il fascino del messaggio dell'Ikhwan ha guadagnato terreno. Il
      richiamo purista si è imposto per la prima volta all'attenzione mondiale nel
      1979, quando un gruppo di giovani legati all'Ikhwan raggiunse la Grande
      Moschea della Mecca e l'occupò per due settimane. Lo stesso approccio di
      stampo Ikhwan emerse nei tentativi da parte dei Mujaheddin finanziati dai
      sauditi di spingere l'Unione Sovietica fuori dall'Afghanistan nel 1979-89.
      Il regime talebano ha incarnato questo approccio nel corso dei cinque anni
      in cui è stato al potere, fino a quando nel 2001 non è stato rovesciato
      dagli americani.

      Tra i sauditi di oggi, l'approccio dell'Ikhwan annovera parecchi portavoce
      di primo piano, compresi eminenti sceicchi e naturalmente Osama bin Laden.
      Da cittadino saudita che ha trascorso gli anni della formazione a combattere
      con i Mujaheddin afgani, bin Laden è irritato con la monarchia saudita, che
      egli considera in gravi difficoltà finanziarie e dominata a livello politico
      dagli Stati Uniti. Al suo posto, egli cerca di costruire un governo di
      stampo Ikhwan che vorrebbe dei costumi islamici più rigorosi e vorrebbe
      adottare una forte politica estera islamica.

      A quel che sembra, questa visione politica riscuote vasti consensi in Arabia
      Saudita; di certo, essa godrebbe di maggiore appoggio rispetto all'approccio
      liberale propugnato dagli occidentali.

      Alla luce di questa storia, l'ondata di violenza degli anni passati sta a
      indicare una profonda disputa saudita, in cui il vincitore si accaparra
      tutto, proprio come negli anni Venti. Chi prevarrà deciderà se l'Arabia
      Saudita debba restare una monarchia che a un certo punto si piega agli
      imperativi della vita moderna, oppure se debba diventare un emirato islamico
      che richiama alla mente il regime talebano in Afghanistan.

      Per i Paesi occidentali si tratta di una di quelle scelte infelici: ossia
      tra la monarchia saudita, con tutti i suoi difetti, e l'alternativa ancor
      peggiore dell'Ikhwan. Le opzioni politiche sono pertanto limitate per
      aiutare la monarchia a sconfiggere l'ancor più radicale minaccia, pur
      facendo pressioni su di essa per apportare dei miglioramenti in una serie di
      settori: dalla corruzione finanziaria al finanziamento delle organizzazioni
      islamiche militanti all'estero.

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      http://www.greconet.com/davidben.htm

      Questo sito è di una carissima persona mio amico e ex concittadino che
      qualche anno fa, ha deciso di fare la "salita" (aliyah) cioè tornare nella
      terra dei padri.
      E' molto chiaro semplice e ben fatto
      (lo sponsorizzo ;-) )
      Simonetta

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      Presa dal sito http://www.italya.net/


      L'Isola della Rugiada Divina


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      Perche' non fai l'aliya'?
      (Aliya' letteralmente significa "salita". "Fare l'aliya'" significa andare a
      vivere in Israele)

      1.. Un ebreo tipico
      2.. Un ebreo ancor piu' tipico
      3.. Un ebreo pedante
      4.. Un ebreo onesto
      5.. Un ebreo stupefatto
      6.. Un ebreo retto
      7.. Un ebreo veritiero
      8.. Un ebreo ingenuo
      9.. Un ebreo falso
      10.. Un ebreo schifoso
      11.. Un ebreo patriottico
      12.. Un ebreo intellettuale di sinistra
      13.. Un ebreo ottimista
      14.. Un ebreo pessimista
      15.. Un ebreo povero
      16.. Un ebreo ricco
      17.. Un ebreo antisemita
      18.. Un ebreo pigro
      19.. Un ebreo giovane
      20.. Un ebreo vecchio
      21.. Un ebreo di mezza eta'
      22.. Un ebreo disoccupato
      23.. Un ebreo matto
      24.. Un ebreo molto a modo
      25.. Un padre ebreo
      26.. Un figlio ebreo
      27.. Un nipote ebreo
      28.. Un ebreo sensibile
      29.. Un negoziante ebreo
      30.. Un ebreo mediocre
      31.. Un ebreo felice
      32.. Un ebreo triste
      33.. Un ebreo cinico
      34.. Un ebreo spiritoso
      35.. Un ebreo modesto
      36.. Un ebreo falso vanitoso
      37.. Un ebreo esigente
      38.. Un ebreo pratico
      39.. Un ebreo calmo
      40.. Un ebreo credente


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      Risposte


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      Un ebreo tipico :

      Perche' dovrei fare l'aliya' ???



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      Un ebreo ancor piu' tipico :

      E tu?



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      Un ebreo pedante :

      Per quanto mi riguarda, mi pare ci sia bisogno di puntualizzare la domanda
      in senso obiettivo, e cio' permettera' di esaminarla in relazione al
      processo di risanamento...



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      Un ebreo onesto :

      Anch'io me lo domando.



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      Un ebreo stupefatto :

      Dunque, cioe', capisci.....



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      Un ebreo retto :

      Perche' ho paura.



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      Un ebreo veritiero :

      Qui guadagno piu' soldi.



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      Un ebreo ingenuo :

      Interessante..., non ci avevo pensato....



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      Un ebreo falso :

      Vi andro', come si dice a Pesach nel prossimo anno.



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      Un ebreo schifoso :

      "Israele"?? Non lo conosco, cos'e'?



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      Un ebreo patriottico :

      Ma io sono italiano, signore!



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      Un ebreo intellettuale di sinistra :

      Non credo di avere il diritto di togliere il posto ad uno dei miei fratelli
      palestinesi.



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      Un ebreo ottimista :

      Mi pare che stiano benissimo anche senza di me!



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      Un ebreo pessimista :

      Ti pare che la situazione non sia abbastanza cattiva li'?



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      Un ebreo povero :

      Non ho abbastanza soldi.



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      Un ebreo ricco :

      Rischio di perdere tutto quello che ho.



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      Un ebreo antisemita :

      In Israele e' pieno di ebrei, non li sopporto.



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      Un ebreo pigro :

      Dovrei imparare l'ebraico.



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      Un ebreo giovane :

      L'aliya' ? Sono sempre in tempo a farla...



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      Un ebreo vecchio :

      Avrei dovuto farla da giovane



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      Un ebreo di mezza eta' :

      L'aliya' si fa o da giovani o quando si e' in pensione.



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      Un ebreo disoccupato :

      ...pensi che li' non sarei disoccupato?



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      Un ebreo matto :

      Domani faccio l'aliya'. Volo EL AL 386 da Roma.



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      Un ebreo molto a modo :

      Gli israeliani sono maleducati



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      Un padre ebreo

      Non voglio che i miei figli vadano in guerra.



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      Un figlio ebreo

      Non posso andare in guerra, mio padre non reggerebbe allo stress.



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      Un nipote ebreo

      Non posso andare via e lasciare qui i miei nonni soli.



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      Un ebreo sensibile :

      In Israele fa troppo caldo.



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      Un negoziante ebreo

      E chi mi manda avanti il negozio?



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      Un ebreo mediocre :

      In Israele sono tutti geni.



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      Un ebreo felice :

      Sono felice qui. Perche' dovrei cambiare?



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      Un ebreo triste :

      .. pensi che li' starei meglio?



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      Un ebreo cinico :

      Io ho gia' sofferto abbastanza: ad ognuno il suo turno!



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      Un ebreo spiritoso :

      Perche' Hamas abbia un'altra vittima?



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      Un ebreo modesto :

      Che utile posso dare, io?



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      Un ebreo falso vanitoso :

      Io sono piu' utile ad Israele con la mia attivita' nella Diaspora.



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      Un ebreo esigente :

      Mi danno un bell'appartamento, una macchina ed una lavatrice?



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      Un ebreo timoroso :

      Andro' quando ci sara' la pace.



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      Un ebreo pratico :

      Andro' quando vi avranno trovato il petrolio.



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      Un ebreo calmo :

      Io sono calmo, so che i miei figli vi porteranno la mia salma.



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      Un ebreo credente :

      Andro' quando arrivera' il Messia



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