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dal sito di Emilio Salsi http://www.vangeliestoria.eu (II: "La mescolanza delle lingue e la manipolazione dei vocaboli tradotti furono, nel tempo, sfruttati volutamente, per travisarne il senso, da professionisti consapevoli di trattare con ingenui credenti.")

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  • Joe Fallisi
    http://it.groups.yahoo.com/group/libertari/message/75760 °°°°°°°°°°°° Gli Apostoli non sono esistiti Alfred Loisy, sacerdote cattolico francese
    Messaggio 1 di 2 , 7 ott 2010
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      http://it.groups.yahoo.com/group/libertari/message/75760

      °°°°°°°°°°°°

      Gli Apostoli non sono esistiti


          

          Alfred Loisy, sacerdote cattolico francese (1857 - 1940), teologo esegeta di fama internazionale, docente di ebraico e Antico Testamento, propugnava la critica storica scientifica, applicata agli scritti neotestamentari, come primo metodo da seguire per la ricerca sulle origini del Cristianesimo. 
      Con i suoi studi il biblista contestò la storicità della "Passione e Resurrezione di Cristo" dimostrando, inoltre, che Gesù non volle essere il fondatore di una nuova religione, tanto meno di alcuna Chiesa. 
      L'esegeta cattolico, previa una corretta analisi filologica, si spinse ad affermare che Gesù, storicamente, fu un "Nazireo", non un "Nazareno", in quanto appartenente alla setta dei Nazirei, i consacrati a Dio che fecero voto di mantenere capelli e barba intonsi e astenersi dal bere bevande inebrianti (lo stesso voto di Sansone e, per i vangeli, Giovanni Battista); pertanto non poteva essere "abitante di Nazareth". 
      Secondo quanto riferito dallo storico ebreo dell'epoca, Giuseppe Flavio, i Nazirei erano una setta di giudei integralisti nazionalisti, avversari della dominazione pagana di Roma sulla terra d'Israele e, come tali, perseguitati sia dalla aristocrazia sacerdotale opportunista ebraica che dai Governatori romani o regnanti Erodiani. 
      Come prevedibile, nel 1908 Loisy venne scomunicato dalla Chiesa Cattolica...

          Un biblista non deve limitarsi a comparare fra loro la documentazione evangelica e le testimonianze dei Padri della Chiesa per scoprirne le contraddizioni (e sono molte) riscontrate nei testi dottrinali ad oggi pervenutici, ma il metodo più proficuo, ai fini dell’accertamento delle verità o delle falsificazioni, è quello di confrontare tali scritti avvalendosi della storiografia laica per verificarne la corrispondenza attraverso analisi testuali più avanzate escludendo, inderogabilmente, l'utilizzo di qualunque dissertazione o ipotesi per cercare di "spiegare" determinate vicende descritte nei vangeli. 
      Solo un presuntuoso sprovveduto può tentare di criticare i documenti neotestamentari, fondamento della dottrina cristiana da oltre 1700 anni, anziché basare le sue analisi su precise constatazioni di fatti realmente accaduti ma limitandosi ad inventare teorie paradossali su cui costruire futili "verità".  
      I personaggi che interagirono con i protagonisti dei sacri testi furono uomini famosi, esistiti realmente, e per questo rintracciabili nella storia vera supportata da archeologia, epigrafi, numismatica. 
      Tacito, Svetonio, Giuseppe Flavio, Cassio Dione, Plinio il Giovane, gli Esseni dei rotoli del Mar Morto, gli scribi patristi e molti altri, quando riportarono gli avvenimenti di allora, inconsapevolmente, hanno tramandato testimonianze tali che oggi permettono di ricostruire gli avvenimenti giudaici di duemila anni addietro e far luce sul vero messianismo (cristianesimo) primitivo del I secolo che dette origine, in un tempo successivo, al mito di "Gesù Cristo".
            
          La conoscenza degli eventi, tramite le fonti dell’epoca, ci consente di dimostrare la falsificazione di tutti gli “Atti del Sinedrio” di Gerusalemme riportati nei Vangeli e in “Atti degli Apostoli” (le gesta di "Gesù", “san Pietro”, “san Paolo”, “santo Stefano”, ecc.); ma la ricerca storiologica va oltre ed è in grado di scoprire il motivo delle mistificazioni e perché l’unico “Atto del Sinedrio” a noi fatto pervenire nelle opere dello storico Giuseppe Flavio, dalla morte di Erode il Grande sino al 66 d.C., risulta essere soltanto quello di “Giacomo fratello di Gesù detto Cristo”. Dagli “Atti” di un vero Sinedrio ebraico, mentre era in corso il “Processo a Gesù”, non sarebbe mai risultato che i Giudei scagliarono contro se stessi e i propri figli la maledizione riportata nei Vangeli (Mt 27, 25):
       
      “E tutto il popolo rispose: il suo sangue (di Gesù) ricada sopra di noi e i nostri figli”  
        
          Un eminente sacerdote e principe ebreo, come Giuseppe, discendente dagli Asmonei e da Sommi Sacerdoti, così come tutti i Giudei di allora e di oggi non avrebbero mai potuto riconoscere verosimile questo paradosso: il popolo giudaico che, dopo averlo osannato, fa crocefiggere il proprio “Messia” divino e nel contempo si maledice per l’eternità. L'evento, se per assurdo fosse accaduto, sarebbe stato di una tale gravità che lo storico giudeo, ligio al proprio credo, l'avrebbe riferito nelle sue cronache poiché, poco prima della distruzione di Gerusalemme, provvide personalmente a recuperare gli Atti del Sinedrio insieme a tutti i documenti conservati negli archivi pubblici. Fatto che dimostreremo più avanti.
      Questo aspetto, relativo alla mancata citazione di ulteriori Atti del Sinedrio di Gerusalemme da parte dello storico, già evidenziato dagli studiosi in passato, ci porta ad indagare su gli “Atti degli Apostoli” e sui Vangeli perché ciò che viene riferito in tali documenti, in ultima analisi, avremmo dovuto trovarlo negli Atti di un vero Sinedrio e da lui riportato nel XVIII Libro di “Antichità Giudaiche”: l'epoca di Gesù. 
      E’ grazie alla storia che possiamo dimostrare l’insussistenza degli Apostoli, pertanto apriamo il sacro testo, redatto dall’evangelista Luca, che ne descrive le opere.

       Atti degli Apostoli

          Dopo l’ascensione di Gesù, gli Apostoli, rimasti nella Città Santa, danno inizio alla diffusione della dottrina predicata da Cristo. Sotto il portico di Salomone e nelle piazze, emulando il loro “Maestro”, si esibiscono in guarigioni straordinarie, esaltano il popolo e attirano le folle delle città vicine “che accorrevano, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi e tutti venivano guariti. 
      Il Sommo Sacerdote e i Sadducei, “pieni di livore”, li fanno arrestare con l’accusa di “aver predicato in nome di costui” (Gesù) e, convocato il Sinedrio di Gerusalemme, il massimo Tribunale giudaico, avviano l’atto processuale minacciando di “metterli a morte.

      “Si alzò allora nel Sinedrio un fariseo, di nome Gamalièle, Dottore della legge, stimato presso tutto il popolo. Dato ordine di far uscire per un momento gli accusati, disse: «Uomini di Israele, badate bene a ciò che state per fare contro questi uomini. Qualche tempo fa venne Theudas, dicendo di essere qualcuno, e a lui si aggregarono circa quattrocento uomini. Ma fu ucciso, e quanti s’erano lasciati persuadere da lui si dispersero e finirono nel nulla. Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, al tempo del censimento, e indusse molta gente a seguirlo, ma anch’egli perì e quanti s’erano lasciati persuadere da lui furono dispersi. Per quanto riguarda il caso presente, ecco ciò che vi dico: non occupatevi di questi uomini (gli Apostoli) e lasciateli andare. Se infatti questa teoria o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; (come avvenuto a Theudas e Giuda il Galileo) ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio!». Seguirono il suo parere e li rimisero in libertà”  (At. 5, 34-39).

          Tutti i personaggi descritti nel brano erano veramente esistiti all’epoca, anche il sacerdote Gamalièle il cui figlio diverrà Sommo Sacerdote del Tempio nel 63 d.C.. Ma la prima considerazione da fare è che questo evento, se fosse veramente accaduto, si è verificato quando Re Erode Agrippa I era ancora vivo. Infatti al momento del sermone di Gamaliele sono vivi tutti gli Apostoli e fra questi, oltre a Simone Pietro anche Giacomo il Maggiore che, secondo l’evangelista, verrà ucciso successivamente dallo stesso monarca (regnò in Giudea dal 41 al 44 d.C.) prima del 44 d.C., anno della sua morte.
      Seguiamo ora gli eventi accaduti in Giudea e descritti da Giuseppe Flavio nel libro “Antichità Giudaiche” (Ant. XX 97/102):

      97. “Durante il periodo in cui Fado era Procuratore della Giudea, (44-46 d.C.) un certo sobillatore di nome Theudas persuase la maggior parte della folla a prendere le proprie sostanze e a seguirlo fino al fiume Giordano. Affermava di essere un Profeta al cui comando il fiume si sarebbe diviso aprendo loro un facile transito. Con questa affermazione ingannò molti.
      98. Fado però non permise loro di raccogliere il frutto della loro follia e inviò contro di essi uno squadrone di cavalleria che piombò inaspettatamente contro di essi uccidendone molti e facendone altri prigionieri; lo stesso Theudas fu catturato, gli mozzarono la testa e la portarono a Gerusalemme.
      99. Questi furono gli eventi che accaddero ai Giudei nel periodo in cui era Procuratore Cuspio Fado (44 – 46 d.C.). 
      100. Il successore di Fado fu Tiberio Alessandro (Procuratore dal 46 al 48 d.C.), figlio di quell’Alessandro che era stato Alabarca in Alessandria.
      101. Fu sotto l’amministrazione di Tiberio Alessandro che in Giudea avvenne una grave carestia durante la quale la Regina Elena comprò grano dall’Egitto con una grande quantità di denaro e lo distribuì ai bisognosi, come ho detto sopra.
      102. Oltre a ciò, Giacomo e Simonefigli di Giuda Galileo, furono sottoposti a processo e per ordine di Alessandro vennero crocefissi; questi era il Giuda che - come ho spiegato sopra - aveva aizzato il popolo alla rivolta contro i Romani, mentre Quirino faceva il censimento in Giudea.”

          Tali avvenimenti, separati fra loro da due o tre anni, sono la prova che il sacerdote Gamalièle non ha mai potuto pronunciare nel Sinedrio il discorso a difesa degli Apostoli perché in quello stesso momento il Profeta “Theudas” era ancora vivo. Infatti, facendo attenzione alle date, seguiamo la storia di Giuseppe Flavio:
      - nel 44 d.C. muore Re Erode Agrippa I ma, essendo il figlio troppo giovane per governare, l’Imperatore Claudio decide di ricostituire la Provincia romana di Giudea, Samaria, Idumea, Galilea e Perea; di conseguenza …
      - nel 44 d.C. gli fa subentrare, come Governatore della Provincia, il Procuratore Cuspio Fado che durante il suo incarico (44-46 d.C.) fa uccidere “Theudas”, la cui testa viene portata ed esibita in Gerusalemme come monito rivolto a chi volesse seguire il suo esempio;
      - nel 46 d.C. il Procuratore Tiberio Alessandro sostituisce Cuspio Fado e, nel corso del suo mandato (46/48 d.C.), dopo un processo, dà l’ordine di crocifiggere Giacomo e Simone.

          Pertanto, all’interno del Sinedrio convocato in seduta deliberante per decidere sulla sorte dei “dodici Apostoli”, da quanto abbiamo letto in “Atti”, come ha potuto l’evangelista Luca far dire a Gamalièle che “Theudas” era morto (prima del censimento del 6 d.C. - At. 5, 36) mentre Erode Agrippa era ancora vivo? (lo ucciderà dopo un angelo – At. 12, 23)... e Cuspio Fado (che avrebbe poi ucciso Theudas), non era ancora subentrato ad Agrippa?
      Noi abbiamo constatato, semplicemente, che quel discorso era falso: Gamalièle non poté farlo perché il Re Erode Agrippa e “Theudas” erano ancora vivi entrambi. Fu scritto in epoca successiva da uno scriba cristiano con lo pseudonimo “Luca” e lo mise in bocca a Gamalièle, importante membro del Sinedrio vissuto realmente, per discolpare, in un processo del Tribunale giudaico, gli Apostoli arrestati, fra cui Simone e Giacomo, dall’accusa di istigazione uguale a quella di Theudas, Giuda il Galileo e i suoi figli Giacomo e Simone; accusa che comportava la pena di morte da parte dei Romani. 
      Ma poiché il discorso era (ed è) un’assurdità è evidente che non fu fatto, pertanto era falso sia l’arresto che l’assoluzione, quindi, a quella data, nessuno degli Apostoli era stato arrestato. Al contrario, al verso 102, come sopra abbiamo letto in “Antichità”, sia Giacomo che Simone, figli di Giuda il Galileo, “furono sottoposti a processo” e fatti giustiziare: quindi colpevoli e non più latitanti (nel 46/48 d.C., dopo la morte di Erode Agrippa).

          Contrariamente a quanto risulta dalle vicende reali, il vero scopo di san Luca era far apparire ai posteri che il Sinedrio, supremo tribunale giudaico, aveva assolto gli “Apostoli”, fra cui Giacomo e Simone, dall’accusa, così come articolata in ipotesi da Gamalièle, di essere equiparati ai Profeti rivoluzionari Giuda il Galileo, i suoi figli Giacomo e Simone e Theudas; accusa, come abbiamo visto, smontata da un Gamalièle che, nella realtà, non avrebbe potuto prevedere la morte improvvisa di Re Agrippa I, né la sostituzione del Procuratore Cuspio Fado, né che questi avrebbe poi ucciso Theudas. 
      Tale “Atto del Sinedrio”, inventato e riportato in “Atti degli Apostoli”, convocato mentre Erode Agrippa era ancora vivo, è una falsificazione tesa a fugare ogni dubbio sulla condotta zelota degli “Apostoli”, dissociandoli dai sobillatori Theudas e Giuda il Galileo, e ad introdurre l’altra menzogna correlata: la “fuga” di Simone Pietro, grazie all'intervento di un angelo (At. 12,7), per distinguerlo da Simone figlio di Giuda il Galileo, nonché l’uccisione di Giacomo ovviamente per volontà del Re, secondo “l’evangelista”.
      Risultato: un falso Atto del Sinedrio non poteva che essere nullo. Pertanto, la sua datazione e il suo scopo erano e sono nulli. Inoltre, introdurre in “Atti degli Apostoli” un finto Atto del Sinedrio di Gerusalemme, il Supremo Consiglio del Sommo Sacerdote del Tempio, con funzioni giudiziarie e amministrative (pur se asservito al potere imperiale di Roma), operante nel I secolo, è un reato cui si deve rispondere di fronte alla storia.

          Quando Luca inventò questo Atto del Sinedrio, nel cui interno fece testimoniare il falso a Gamalièle sul Profeta Theudas, non si sbagliò ma vi fu costretto: voleva impedire l’identificazione di un "Apostolo". 
      Infatti, uno studioso che, seguendo la narrazione di Giuseppe Flavio, giunge ai paragrafi dal 97 al 102 del XX  Libro di “Antichità”, laddove si parla di Theudas e di Giacomo e Simone, i due figli di Giuda il Galileo, si rende conto che sono versi manomessi, il 101 addirittura tutto interpolato, ossia “incollato” in quel punto del libro come il “Testimonium Flavianum”. 
      Esso si richiama ad una gravissima carestia che afflisse i Giudei, già descritta dettagliatamente dall’ebreo qualche paragrafo prima. La datazione di quella carestia era vitale per la dottrina cristiana: avrebbe permesso di individuare l’anno in cui fu giustiziato “Gesù”, le cause e il contesto storico che le provocò.

          Ma procediamo per gradi e ritorniamo al testo di Giuseppe Flavio sopra riportato (Ant. XX 97/102) sottoponendolo ad una analisi filologica. Notiamo che Giacomo e Simone erano due veri nomi giudaici e indicati con il patronimico, mentre il Profeta Theudas (Tèuda in italiano) non era un nome bensì un attributo che nel greco arcaico voleva dire “Luce di Dio”. Esso rende l’idea di una traduzione corretta dall'aramaico (Giuseppe Flavio scrisse le sue opere in aramaico poi ne curò la traduzione in greco), ma non è accompagnato dal nome proprio né da quello del padre quindi non identificabile come dato storico da tramandare ai posteri; pur essendo evidente che si trattava di una persona importantissima se i Romani ne portarono la testa a Gerusalemme per esibirla alla popolazione come monito. L’anomalia di questo attributo senza nome è condivisa sia in “Atti degli Apostoli” (lo abbiamo visto col discorso di Gamalièle) che dal Vescovo Eusebio di Cesarea (IV sec. d.C.), il quale, unico storico, riporta l’episodio nella sua “Storia Ecclesiastica” (II 3,11). 
      Grazie alla carica di rilievo e all’influenza che esercitò sull’Imperatore Costantino e la sua corte, Eusebio fu il primo cristiano ad aver la possibilità di accedere agli Archivi Imperiali e far manomettere gli scritti dello storico ebreo Giuseppe allo scopo di impedire il riconoscimento dei veri protagonisti evangelici.

          Riguardo a Giacomo e Simone va rilevato che manca la motivazione per cui furono uccisi; non era infatti sufficiente la semplice discendenza da Giuda il Galileo come imputazione perché si sarebbero violate sia la legge romana che quella ebraica, motivazione, peraltro, che sarebbe valsa subito anche per Menahem (il cui vero nome, come vedremo, era Giuseppe), ultimo figlio di Giuda, ed Eleazar suo nipote (Lazzaro) figlio di Giairo (tutti nomi evangelici), i quali moriranno molto tempo dopo in circostanze precise e ben motivate.
      Non solo, dal modo come viene introdotto il par. 102 (basta rileggerlo) risulta chiaro che lo storico ebreo ne ha già parlato, pertanto i lettori sono stati informati in un precedente passo delle gesta degli Zeloti Giacomo e Simone.
      Lo stesso vale anche per Theudas: il fatto che “sobillasse” i suoi seguaci ad attraversare il Giordano ai Romani non importava più di tanto, perciò anche questo dimostra che la notizia originale è stata successivamente mutilata da scribi copisti.
        
          Ma perché “l’evangelista Luca” era talmente interessato a lui al punto di farlo dichiarare morto da Gamalièle, in Atti degli Apostoli, ancor prima di Giuda il Galileo? Semplice: conosceva chi fosse realmente perché aveva letto “Antichità Giudaiche” prima che venissero censurate dagli amanuensi e sapeva che era figlio di Giuda il Galileo ma, facendo risultare che muore prima di lui, egli non potrà mai essere identificato come suo figlio. Era una realtà in contrasto con la nuova ideologia, il cristianesimo come lo conosciamo oggi, evolutosi da una dottrina primitiva filo giudaica zelota che postulava una figura diversa di Messia. 
      L’evangelista sapeva che il nome di quel “Profeta” era “Giuda” ma in “Atti” lo chiamò “qualcuno” per evitare che l’attributo “Profeta” potesse essere collegato ad “Apostolo”. Allora diamo un’occhiata agli “Apostoli”.
       

       

       

      Luca ignora la scelta dei “Dodici” voluta da Cristo, secondo Matteo e Marco, e chiama Taddeo Giuda, fratello di Giacomo” (At. 1, 13-14):
       
      “Giuda di Giacomo. Tutti erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i suoi fratelli

          In questo passo in “Atti” rileviamo che Luca, citando “Giacomo”, non sente il dovere di specificare a quale “Giacomo” si riferisce dei due che risultano nel suo Vangelo e ciò significa che in origine c’era un solo Giacomo. Infatti in "Atti degli Apostoli" non vediamo mai i due Giacomo interagire affiancati e, fatto gravissimo, non viene riportato il "martirio" di Giacomo il Minore: il motivo lo accertiamo con apposita analisi tramite la quale dimostriamo l’inesistenza di Giacomo “il Minore” o “il Giusto”. Infine, cadendo nel ridicolo, i vangeli accreditano questo “Giacomo” di troppe paternità (Alfeo, Zebedeo, Cleofa) per poter essere giustificato storicamente come persona reale.
      Taddeo, ovvero Taddaios in greco e Taddaeus in latino, erano nomi inesistenti in quelle lingue nel I secolo; si tratta di traslazione volutamente errata da una lingua all’altra per impedirne l’identificazione col Profeta Theudas di nome Giuda, fratello di Giacomo, a sua volta fratello di Giovanni e di Simone, chiamati anche “Boanerghes”. 
      O meglio, se leggiamo l’insieme dei fratelli riportati nei Vangeli, risulta:
       
      “Non è costui  il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, Ioses (Giuseppe), di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui con noi?” (Mc. 6,3);
      “Non è forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi?” (Mt. 13, 55).

          Sono tutti nomi di tradizione giudaica ai quali manca “Giovanni” (boanerghes), indicato con “costui” perché è lui il soggetto di cui parlano i Giudei. Se fosse stato “Gesù” lo avrebbero chiamato così, senza problemi, come per i suoi fratelli, inoltre, violazione gravissima al costume giudaico, non viene identificato con il patronimico bensì col nome della madre: è evidente che il nome del padre non doveva apparire. Se i passi di “Marco” e “Matteo” li avesse scritti un vero testimone ebreo avrebbe riferito così:

      “Non è Gesù il figlio di (bar) Giuseppe il carpentiere, il fratello di Giacomo, Ioses (Giuseppe), di Giuda e di Simone?”

          E' evidente che lo scriba cristiano non intese rivelare i veri nomi di “Gesù” e suo padre. Il mito del Salvatore di Israele, evolutosi successivamente in un Messia ebraico docile come un agnello, era in contrasto con le gesta dei veri protagonisti zeloti. Infatti, come dimostriamo più avanti con apposito studio, pure le "Natività" di "Gesù" furono inventate, con "san Giuseppe e Maria Vergine", ed aggiunte agli attuali vangeli canonici in periodo successivo
          I nomi dei fratelli sono anche nomi di “Apostoli” ai quali manca “Giuseppe” poiché, ultimo di loro, era ancora troppo giovane (Menahem: lui agirà dopo) all’epoca di “Gesù” per essere un capo carismatico trascinatore di uomini pronti a dare la vita per una causa nazionalista. 
      “Apostoli” con qualifiche aggiunte come: “Zelota” o “Cananeo”, “Iscariota”, “Bariona” e "Boanerghes", che significano “fanatico nazionalista”, “sicario”, “latitante, ricercato” e "figli del tumulto" o "figli della collera".
      Simone Pietro e lo stesso “Gesù” vengono chiamati “Galilei” nel vangelo di Luca; ma dallo storico ebreo sappiamo che i Galilei erano gli ebrei più focosi e nazionalisti, pronti a ribellarsi; inoltre è importante sottolineare  che "Galileo" era la qualifica che distingueva "Giuda il Galileo", che non era nativo della Galilea ma della città di Gàmala, i cui resti archeologici corrispondono perfettamente alla "Nazareth" descritta nei vangeli, al contrario della "Nazareth" odierna. Le prove sono riportate nello studio successivo. 
      Comprendiamo che i Romani, dal loro punto di vista, avevano forti motivi per catturare e uccidere gli Zeloti in quanto "fanatici nazionalisti", e questo valeva anche per i "fratelli apostoli di Gesù" i quali, come proveremo con appositi studi, corrispondono tutti a quelli dei figli di Giuda il Galileo.  
      Inoltre, sempre osservando la tabella degli “Apostoli”, si capisce che il Simone, qualificato come zelota, cananeo e sicario, è replicato. E’ lo stesso Simone Pietro detto “Kefaz” (in aramaico) o “Cefa” che vuol dire “pietra”, indicato anche come “bariona”, che significa “latitante ricercato”: un sicario Zelota, una volta individuato, non poteva che darsi alla latitanza per non essere catturato e ucciso dai Romani.

          L’unico “Apostolo” di nome giudeo, non appartenente alla cerchia dei fratelli, è Matteo. Esso viene indicato come “Pubblicano” e chiamato a testimoniare dal vero le vicende di Cristo sin dalla nascita, ma nella tabella notiamo che l’Apostolo Matteo non esiste nel vangelo di Giovanni. E’ impossibile, non ha senso: se fosse stato uno dei “dodici Apostoli” avrebbe dovuto riferirlo anche Giovanni, a maggior ragione poiché gli scribi cristiani li fanno apparire entrambi "colleghi" redattori di vangeli. Nel vangelo di Matteo (lui stesso) si dichiara “Pubblicano”: altra assurdità. I Pubblicani riscuotevano i tributi dovuti all’Imperatore, pertanto gli altri “Apostoli” zeloti e sicari, aderenti alla “quarta filosofia zelota contro la tassazione di Roma”, ideata da Giuda il Galileo, lo avrebbero ucciso senza pensarci su due volte; sarebbe stato un loro nemico ideologico, un obiettivo da eliminare (Ant. XVIII 5, 6):

      “…e (gli Zeloti) non indietreggeranno di fronte allo spargimento di sangue che potrà essere necessario”.
       
          Matteo è un falso protagonista. Lo scriba cristiano che ideò quel nome, molto tempo dopo i fatti descritti, operò al solo scopo di rendere più credibile la testimonianza facendolo apparire un attore ebreo di quelle vicende. 
      In realtà, il redattore di questo vangelo in greco, ripreso da un vangelo primitivo originale che fu tradotto, non poteva essere un giudeo, padrone dell’aramaico, perché non comprese il significato di “cananeo” e lo lasciò in forma ellenizzata (noi sappiamo che vuol dire "Zelota") riferito a “Simone”: l’accostamento prospettico con il vangelo di Luca non lascia equivoci. 
      Il vangelo di “Giovanni” riporta “iscariota”, ma Giuseppe Flavio, in “Guerra Giudaica” riferisce nel cap. 8° del VII libro, attraverso un ricordo lontano nel tempo, che i Sicari erano il braccio armato degli Zeloti, i seguaci della “quarta filosofia” fondata da Giuda il Galileo, ed agivano contro i propri connazionali filo romani sin dal 6 d.C..  
      Che l’evangelista “Matteo” non sia stato un ebreo, né abbia mai vissuto in Giudea, è dimostrato in altri molteplici passaggi del suo Vangelo, ad iniziare da quello riguardante l’insieme dei fratelli di “Gesù” indicati col nome della madre anziché col patronimico; inoltre, sulla “Natività” (come vedremo nel successivo studio), dimostra di non conoscere i luoghi, la storia giudaica dell’epoca di Cristo e l’Antico Testamento, cadendo, peraltro, in grave contraddizione con la sua qualifica di funzionario esattore “Pubblicano”.

          Gli "Apostoli" con nomi greci vengono tutti cancellati dalla storia come dimostriamo con "Filippo" nello studio successivo riguardante l'invenzione dell'apostolo Paolo e in quello riguardante l'inesistente "Giacomo il Minore", doppione di "Giacomo il Maggiore". Gli appellativi apostolici, attraverso contraffazioni delle traduzioni dall'aramaico al greco e successivamente al latino, sono serviti da "avatar" per celare le vere identità dei fratelli Zeloti replicandoli sino a raggiungere il numero "dodici", come fecero testimoniare allo stesso "Gesù" nel vangelo: "Siederete anche voi (apostoli) su dodici troni a giudicare le dodici tribù d'Israele".
      I loro epiteti furono ricavati dagli attributi qualificanti aggiunti originariamente ai veri nomi giudaici dei fratelli, come per "Andrea", aggettivo che vuol dire "vigoroso" in greco: forza e temperamento propri di Simone, al quale viene affratellato; così pure "Tommaso", altro nome inesistente in greco e latino, dall'originale aramaico "toma" che significa "gemello", tradotto in greco "didimo", anch'esso "gemello"... sino al punto di inventare un nome composto da due aggettivi "Tommaso detto anche Didimo" (Gv 11, 16), che vuol dire "Gemello detto anche Gemello", privo di alcun significato... sino al ridicolo.

          In ultima analisi, la finalità dottrinale di creare avatar "apostoli" fu dettata dalla necessità, messa in atto da scribi cristiani ignoranti di storia e cultura giudaica, di nascondere nel "mucchio" i cinque fratelli Zeloti e si ricollega alla necessità di replicare più "Marie", sorelle e cognate di Maria (madre di Gesù), per farli apparire "cugini" o "fratellastri". Tale incoerenza religiosa, riscontrata nei "sacri testi", dimostra il tentativo scoordinato degli autori di inventare nomi falsi, senza alcuna base storica documentabile, al fine di celare i cinque fratelli Zeloti, l'esistenza dei quali trova effettivo riscontro negli scritti di Giuseppe Flavio... al contrario degli "apostoli".
        

          Giuda detto Theudas era un Profeta “sobillatore”, fratello di Giacomo, a sua volta fratello di Giovanni (At. 12, 1-2) che insieme a Simone e Giuseppe (l’ultimo) costituiscono la cerchia di fratelli evangelici tutti con nomi di tradizione giudaica.
      Solo questi nomi, autenticamente ebraici - dalla lettura del “Novum Testamentum” A. Merk S.I.,  Roma, Pontificio Ist. Biblico, Anno 1933; e, “Novum Testamentum” H. Kaine, Paris, Edit. Ambrogio F. Didot, Anno 1861 - risultano accompagnati da qualifiche e attributi, quindi da atti, conformi allo stesso Profeta “sobillatore” Giuda Theudas ucciso da Cuspio Fado nel 45 d.C.: “zeloti”, che, dall’interpretazione in greco di Giuseppe Flavio, significa “fanatici nazionalisti”; “bariona”, in aramaico, significa “latitante fuorilegge”; “iscariot” dall’aramaico “keriot”, omofono di sicario o sicariota; “boanerghes” *, significa “figli dell'ira” o “figli del tumulto”; “cananeo” da “canana” in aramaico, equivalente a “zelota”, e “galilei”, come “fuorilegge”.

      Il vangelo di Marco (3,17) riporta "figli del tuono" ma, in tutta la letteratura greca classica, questo è l'unico caso in cui ricorre il vocabolo; ne consegue che la parola non può avvalersi di alcuna etimologia in tale lingua, pur se scritta in greco. Infatti essa è di origine aramaica, non greca, e il suo etimo si fonda su due segmenti del lemma: “boane”, una forma di “benê” (figli di), e “rges”, la cui radice semitica significa: tumulto, ira, collera, agitazione, eccitazione. Pertanto "figli del tuono" esprime un concetto riduttivo e fuorviante rispetto all'originale vocabolo aramaico il quale, effettivamente, rivela il medesimo ribelle nazionalista degli altri fratelli Zeloti come nella tabella su riportata. Troviamo infine conferma nello stesso brano evangelico ove i fratelli "boanerghes" intendono incendiare un villaggio della Samaria ma vengono fermati da "Gesù"; nel contempo la storia ci insegna che i Giudei erano nemici dei Samaritani e in guerra tra loro.

          Erano tutti figli di Giuda detto “il Galileo”, il fariseo Dottore della Legge, ideatore dello zelotismo messianico antiromano, definito da Giuseppe Flavio: 

      "La quarta filosofia, novità finora sconosciuta che riconosce solo Dio come guida e Padrone... agli Zeloti poco importa affrontare forme di morte non comuni e non ho timore che qualsiasi cosa riferisca al loro riguardo sia considerata incredibile. Il pericolo, anzi, sta nel fatto che la mia esposizione possa minimizzare l'indifferenza con la quale accettano la lacerante sofferenza delle pene(Ant. XVIII 1/26). 

      Ora possiamo affermare che la "Quarta filosofia zelota ebraica" fu il vero Cristianesimo giudaico primitivo.

          E’ d’obbligo evidenziare che queste qualifiche o attributi sono riferite solo ad “apostoli fratelli” che hanno lo stesso nome, di stretta osservanza giudaica, dei fratelli di Gesù. Attributi e qualifiche che richiesero un intervento “correttivo” da parte degli scribi cristiani quando la Chiesa ne comprese il vero significato.
      Un esempio di come sia stata eseguita la falsificazione di “Simone”, per trasformarlo in “Pietro figlio di Giona” (San Pietro), lo troviamo nei due “Novum Testamentum” su riferiti, di cui riproduciamo copia:

       

      dove possiamo notare, nel testo centrale in greco a destra (Mt. 16, 17), il vocabolo “Barionà” riferito a Simone - aggettivo qualificativo che in aramaico significa “latitante, ricercato” - in greco non viene tradotto ma traslato con la lettera maiuscola in modo da farlo apparire un nome di persona: “Simon Barionà”.  “Barionà”, come nome proprio di persona, nell’aramaico antico non è mai esistito, tanto meno in greco o latino, e la falsificazione diventa addirittura ridicola attraverso la comparazione delle traduzioni. 
      Infatti, a sinistra, nella versione latina, risalente almeno a un paio di secoli dopo quella greca arcaica, viene successivamente diviso in “Bar Iona” cui viene tolto l'accento sulla "a" finale; pertanto "Barionà" (latitante) diventa: Bar (“figlio di” in aramaico) Iona… filius Iona… figlio di Giona. βαριωνα (il "latitante" aramaico diventa Βαρ Ιωνα “figlio di”), quindi Bar Iona, infine, tramite un latino indeclinato errato, "filius Iona", tradotto in italiano "figlio di Giona".

      Se “Iona” fosse stato veramente il nome di una persona avremmo dovuto trovarlo, sin dall’inizio, sempre separato da “bar” minuscolo, come per “filius” latino o “uios” ύιος greco; vocaboli usati spesso e senza problemi nei Vangeli… tranne in questo caso. 
          Nel testo del 1861, in basso a destra in latino, “Pietro” non esiste: solo Simon Bar-Jona; e a sinistra, in greco, riporta Bar staccato. Nelle lingue latina e greca “Bar” e Βαρ non esistono; allora sia nel testo latino che in quello greco Bar - Βαρ, come in aramaico, vorrebbero apparire “figlio” ma, essendo traduzioni a suo tempo destinate a fedeli di lingua greca o latina, è assurdo tentare di farli passare come tali sapendo che in latino si dicono “filius” e in greco ύιος (uios).

      In alto a destra, nel testo (Ioh.= Gv. 1,42), poiché il vocabolo “Cephas” in latino non esiste, si dice che deve (sic!) essere “interpretato Pietro”; anche nel greco antico, in alto a sinistra, “Kefaz” (Κηφας) non esiste, è aramaico (= sasso, pietra) ma “significa Pietro”.  
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