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  • giulio manfredi
    La Stampa , 5/06/06, PAG. 43 (cronaca di Torino) CORSO BELGIO/IL GESTO PER PROTESTARE CONTRO L’ELEZIONE A SEGRETARIO DELLA CAMERA DELL’EX PRIMA LINEA,
    Messaggio 1 di 1391 , 5 giu 2006
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      "La Stampa", 5/06/06, PAG. 43 (cronaca di Torino)

      CORSO BELGIO/IL GESTO PER PROTESTARE CONTRO L’ELEZIONE A SEGRETARIO DELLA CAMERA DELL’EX PRIMA LINEA, D’ELIA

      «E’ il de profundis per la giustizia»
      Il figlio del maresciallo Berardi copre la lapide in memoria del padre

      «Non ci sono più assassini. Non ci sono più vittime. E’ morta la resistenza. E’ morta la democrazia. E’ morta la giustizia». Recita così il cartello con il quale Giovanni Berardi, segretario dell’Associazione italiana vittime del terrorismo, ha coperto ieri mattina la lapide in memoria del padre Rosario, maresciallo della polizia ucciso da un commando delle Brigate Rosse il 10 marzo 1978, in corso Belgio. Un gesto voluto soprattutto per protestare contro l’elezione alla carica di segretario di presidenza della Camera dell’ex terrorista di Prima Linea Sergio D’Elia, condannato a 30 anni di carcere per l’omicidio di un poliziotto.
      «Sono più di trent’anni - spiega Berardi - che chiediamo di tutelare la memoria delle vittime del terrorismo in modo concreto e non solo a parole, come purtroppo fanno certi politici quando si tratta di raccogliere voti. Poi, però, vediamo ex terroristi, condannati a pene pesantissime, eletti a prestigiose cariche istituzionali oppure assistiamo a un dibattito sull’amnistia che è di una banalità disarmante».
      Quello di Berardi è un richiamo «alla democrazia e alla giustizia per cui mio padre è stato ucciso. E come lui altre 400 persone. Proprio queste persone, ma soprattutto le loro vedove ed i loro orfani, non meritano di essere offesi. Verso di loro lo Stato deve avere almeno rispetto».
      Berardi confessa il suo smarrimento di fronte alla grazia che oggi tanti invocano a favore di terroristi che non si sono pentiti: «Noi non siamo contrari alla concessione della grazia, ma non accettiamo le concessioni della grazia ad personam. Siamo dunque contrari anche alla grazia che si vuole imporre a Sofri, che non l’ha mai chiesta e che ora pare pretenderla quasi fosse un risarcimento. Sta passando la tesi che i responsabili di qualsiasi nefandezza debbano tornare a respirare l’aria della libertà. Io posso solo ribattere che mio padre è da 28 anni che non respira più. Perché qualcuno gli ha sparato».
      Oggi, il figlio del maresciallo aggiunge che ora può accadere davvero di tutto: «Chi potrebbe stupirsi, dopo quanto è successo, della nomina di Curcio o di Moretti a consulenti di Prodi o di Napolitano?».
      Commenta però il futuro vicesindaco di Torino, Tom Dealessandri: «Da un punto di vista emotivo, sento di essere solidale con Giovanni Berardi, con la sua amarezza. Un uomo che ha avuto il padre ucciso in quel modo, credo proprio non possa che provare quei sentimenti, in generale; da un punto di vista politico e umano però non sono d’accordo. Io, come sindacalista, ho vissuto molto da vicino quel difficile periodo, che comunque è ormai alle spalle. Sono passati trent’anni da quei fatti sanguinosi. Ci sono stati cambiamenti profondi, la sconfitta del terrorismo rosso è stata totale. Le persone che hanno compiuto, allora, scelte sbagliate ma che hanno pagato il loro debito con la giustizia e con la società, devono avere la possibilità di un pieno e totale reinserimento, sotto ogni profilo. Non sarebbe auspicabile che siano tenute ai margini per decenni. E poi una società democratica veramente forte non ha nulla da temere da chi ha abbandonato per sempre il terrorismo». \

       

       

       

      "La Stampa", 5/06/06, pag. 12

      IL MINISTRO DELLA SALUTE: «NULLA DI STRANO, E’ PREVISTO NEL PROGRAMMA DELL’UNIONE»

      Turco: pronti a realizzare il «testamento biologico»
      «L’impegno c’è e intendiamo costruire larghe alleanze»


      ROMA

      Via libera al testamento biologico, ovvero all’adozione «della massima responsabilità da parte del cittadino». E’ nel programma dell’Unione. Lo ha annunciato il ministro della Salute, Livia Turco, a margine della prima Giornata nazionale del malato oncologico, voluta dalla Federazione dei volontari in oncologia. Il che significa che sarà possibile decidere del proprio futuro, mentre si è ancora in pieno possesso delle facoltà mentali, a proposito di trattamenti sanitari prolungati, qualora le stesse facoltà fossero gravemente compromesse o addirittura annullate.
      «Nei tempi giusti - ha chiarito il ministro - affronteremo anche questo provvedimento, con le metodologie necessarie di coinvolgimento e di discussione, perché sui temi etici c'è grande sensibilità e vanno costruite larghe alleanze».
      Colmare le disuguaglianze tra Nord e Sud del Paese, favorire un patto per la prevenzione e rilanciare la ricerca, mettendo in luce i centri di eccellenza che non mancano in Italia, sono le direttrici che Livia Turco si è impegnata a percorrere.
      Prioritario, il tema della ricerca, sulla quale bisogna investire di più. In campo oncologico, il nostro Paese, come ha ricordato il ministro, ha raggiunto risultati di grande rilievo in termini di diagnosi e terapia. Lo testimonia, infatti, il tasso di sopravvivenza che è in costante crescita. Però si registrano ancora disuguaglianze tra Nord e Sud, con un incredibile paradosso: nel Meridione ci si ammala di meno, ma si muore di più.
      Altra meta da raggiungere: valorizzare le eccellenze e colmare le lacune. Che non sono poche. Turco ha fatto esplicito riferimento alla carenza delle strutture per la radioterapia nelle regioni del Sud. «Il Servizio sanitario nazionale - ha spiegato - si basa su principi di solidarietà ed equità e deve poter garantire la stessa qualità delle cure a tutti i cittadini, ovunque essi risiedano».
      Nota dolente: le liste d’attesa. Secondo il ministro, bisogna considerare i malati oncologici tra le urgenze da trattare nelle strutture sanitarie.
      Insieme con il testamento biologico, i malati, le loro famiglie e chi li assiste si augurano un veloce percorso che tolga l’Italia dal vergognoso ultimo posto in Europa. «Vogliamo - ha rassicurato Livia Turco - che la terapia del dolore diventi sempre più parte dei livelli essenziali di assistenza e che sia diffusa in tutto il territorio nazionale».
      Ogni anno, in Italia, sono 270 mila le persone colpite da una forma di tumore e si stima che fra quattro anni arriveranno a 400 mila. Prevenzione dev’essere la parola d’ordine. Per concretizzarla, il ministero della Salute ha già un programma che prevede screening, riduzione dell'esposizione al fumo, riduzione del consumo di alcol, prevenzione delle infezioni, riduzione dell'esposizione ai cancerogeni. Ed è in fase di elaborazione il piano nazionale oncologico.
      Ma anche l’aspetto psicologico gioca un ruolo importantissimo nella malattia. E il ministro lo ha messo in evidenza. «C'è un sapere della sofferenza e della malattia che vanno ascoltati ed elaborati dalla scienza. Il sapere medico - ha concluso - non può fare a meno della persona sofferente, perché il malato non solo ha bisogno di cure, ma è protagonista della guarigione e del benessere».\




      IL PRESIDENTE DEGLI ANESTESISTI E RIANIMATORI: «PIÙ VOLTE ABBIAMO SOLLECITATO IL COMITATO NAZIONALE DI BIOETICA»

      «Fare in fretta, noi medici diciamo sì»



      ROMA

      Sono loro, gli anestesisti e rianimatori, che più spesso hanno a che fare con la sofferenza infinita di una vita che, pur avendo passato il punto di non ritorno, non può spegnersi perché la si lascia attaccata alle macchine. «Noi siamo favorevoli al testamento biologico», dice Vincenzo Carpino, presidente nazionale dell’Aaroi, l’associazione che riunisce questi specialisti.
      Professore, la sua categoria si è espressa in qualche modo sul tema?
      «Senza alcun dubbio. Abbiamo condotto un censimento, su scala nazionale, dal quale è risultato che gli anestesisti e rianimatori non sono assolutamente favorevoli all’eutanasia. Noi siamo medici della vita, non della morte. Per questa ragione aspettiamo che il Parlamento ci faccia sapere se cambierà qualcosa nel nostro Paese, com’è già accaduto in altri».
      Si riferisce alle leggi sull’eutanasia che riguardano alcuni Stati del Nord Europa?
      «Esattamente. Olanda, Belgio, Danimarca. Ma da noi, la soluzione a questo annoso dibattito potrebbe essere proprio il testamento biologico».
      Che cosa avete fatto per promuoverlo?
      «Più volte abbiamo sollecitato il Comitato nazionale di bioetica. Dopo aver avuto i risultati di questo nostro censimento, abbiamo chiesto al Comitato di accelerare i tempi del lavoro che stava conducendo sull’argomento e di portare al più presto in Parlamento le linee guida che ne erano scaturite, per arrivare in tempi rapidi a un’approvazione».
      Perché è importante?
      «Perché lascia al cittadino la responsabilità di far sapere quali siano i suoi desideri qualora si dovesse trovare nell’impossibilità di scegliere se ricevere oppure no un’assistenza medica che si concretizzerebbe in un inutile accanimento terapeutico. A quel punto si potrebbe procedere con i malati che avessero dato tali disposizioni. Mentre adesso è assolutamente proibito...».
      ...come si dice, «staccare la spina?».
      «E’ un’espressione che detesto: non si parla di un ferro da stiro, ma di persone».
      Ci sono parenti di malati che chiedono di sospendere le cure, se non addirittura di ricorrere all’eutanasia?
      «E’ molto raro che lo facciano».
      Con il testamento biologico, però, cambierebbe tutto.
      «Certo, come accade per la donazione degli organi. Inoltre, se giungesse il momento in cui i rianimatori ritenessero che non ci sono più possibilità di salvare un paziente, si potrebbe procedere a un’assistenza essenzialmente biologica, evitando le manovre di rianimazione».
      In quali altri Paesi esiste la pratica delle ultime volontà riferite alla propria condizione biologica?
      «Ci sono Paesi, come abbiamo detto, che hanno superato il problema passando decisamente all’eutanasia. Negli Stati Uniti, invece, si è adottato il sistema del testamento e mi risulta che venga largamente praticato».
      Che cosa accadrebbe per i bambini?
      «Fino al compimento del diciottesimo anno di età, la responsabilità sarebbe dei genitori o di chiunque eserciti la patria potestà. Adesso, ci aspettiamo che dalle istituzioni arrivi, finalmente, una decisione».

       

       

       

    • giulio manfredi
      Interrogativi su una svolta Articolo di SERGIO RIZZO pubblicato su Corriere della Sera, il 15/04/14 Se volgiamo lo sguardo al decennio passato dobbiamo
      Messaggio 1391 di 1391 , 15 apr 03:31
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        Interrogativi su una svolta


        Dalla Rassegna stampa Se volgiamo lo sguardo al decennio passato dobbiamo riconoscere che all’infornata delle nomine renziane non mancano tratti coraggiosi. La prova era certamente cruciale. E Matteo Renzi avrà pure provato sulla propria pelle cosa si chi sfidare certi gruppi di pressione. La fuoruscita dei vecchi amministratori delegati, in qualche caso seduti sulle poltrone pubbliche da ben oltre il limite dei tre mandati, è certo una grossa novità. Altrettanto lo è la presenza delle donne, da sempre-tenute ai margini della stanza dei bottoni: si tratti del governo, delle aziende statali, degli enti e perfino delle authority. Prima di questa tornata di nomine occupavano il 20,2 per cento delle poltrone nei consigli di amministrazione delle 25 società non quotate direttamente controllate dal Tesoro, e questo solo grazie alla legge che ha imposto di riservare loro, progressivamente, almeno un terzo dei posti nei consigli di amministrazione e nei collegi sindacali. Ma il peso specifico del genere femminile, al di là delle percentuali, risulta ovunque pressoché Inesistente. Appena tre presidenze per 25 società: il 12 per cento del totale. Nelle quattordici autorità indipendenti, comprendendo fra queste anche la Banca d’Italia, le donne sono appena nove su 57 componenti, e nessuna di loro occupa il posto di presidente. Zero su quattordici. In un’Italia nella quale il potere si è sempre declinato esclusivamente al maschile, l’arrivo delle donne ai vertici delle grandi aziende pubbliche potrebbe dunque essere visto come qualcosa di rivoluzionario.
        Anche se poi i nomi sono quasi sempre gli stessi che girano da anni, e a nessuna è stato affidato il timone aziendale. La triste verità, e lo confermano le scelte degli amministratori esecutivi e il faticoso percorso con cui si è arrivati a farle, è la generale povertà della nostra classe manageriale. Si potrebbe discutere a lungo sui motivi, del resto comuni a quelli che hanno reso l’attuale ceto dirigente italiano (tutto intero) il più debole del dopoguerra. Ogni ricambio si rivela sempre estremamente difficile: nelle imprese pubbliche, poi, assume spesso i contorni di una missione impossibile. Le scuole manageriali, quale per esempio era l’Iri, sono chiuse da un pezzo. E in quelle della pubblica amministrazione la direzione aziendale non è materia d’insegnamento. I pochi manager giovani e di valore preferiscono l’estero o il privato e non sono attirati da incarichi pubblici nei quali rischiano di subire i condizionamenti politici e delle lobby. Prova ne siano i rifiuti che Renzi ha dovuto incassare. Ecco allora che in questa carenza di capitale umano si finisce per avvicendare i vecchi amministratori con maturi dirigenti interni cresciuti alla loro scuola, come è accaduto all’Eni con la promozione del delfino di Paolo Scaroni, Claudio Descalzi. O per spostare amministratori da una casella all’altra, con migrazioni assai singolari. Tale è il passaggio di Mauro Moretti dalle Ferrovie dello Stato alla Finmeccanica, posto di grande respiro internazionale, in sostituzione di un Alessandro Pansa estromesso dopo un anno senza particolari demeriti. Per Moretti, che guida le Fs dal 2006, è la quinta nomina consecutiva da amministratore delegato: molto sostenuta all’interno del Pd da Massimo D’Alema. A dimostrazione che fra cacciatori di teste e comitati di saggi ancora con la politica, in fondo, si sono dovuti fare certi conti.
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        Perché servono candidature che funzionino


        Dalla Rassegna stampa Se il 25 maggio sarà una bella domenica di sole, alcuni avranno la tentazione di passarla al mare o in campagna. «Tanto il Parlamento europeo ha pochi poteri» si dirà, per trovare una scusa. Ma non è così. L’assemblea di Strasburgo era senza poteri o quasi la prima volta che fu eletta a suffragio universale, 35 anni fa. Poi, piano piano, se ne è guadagnati sempre di più. Certo non ha il potere di iniziativa legislativa, come la hanno – la devono avere - i Parlamenti nazionali di uno Stato sovrano democratico. Però le leggi europee vi vengono discusse e cambiate. Le maggioranze che vi si formano influiscono sugli eventi politici. Seppur in modo mediato, il peso dell’opinione pubblica vi si fa sentire; può correggere i compromessi di potere tra governi.
        Il caso più recente è quello dell’unione bancaria: per opera del Parlamento europeo l’accordo finale è meno segnato dalle riluttanze tedesche di quanto lo fosse l’accordo originariamente raggiunto tra i ministri; rende meno opaca e meno macchinosa la procedura per impedire che le difficoltà di una singola banca provochino danni più estesi in tutta l’area. Un altro caso importante risale al 2006: un accordo tra i due principali gruppi, popolari e socialisti, annacquò la controversa direttiva Bolkestein sulla liberalizzazione dei servizi. Per l’estrema sinistra non fu abbastanza, e ne seguirono manifestazioni di piazza in molti Paesi; per i liberisti fu al contrario un errore. In ogni caso, si cambiarono norme che riguardano la vita quotidiana di tutti. Nel 2014 con le candidature uniche a presidente della Commissione per la prima volta si potrà scegliere di votare per una parte politica europea - centro-destra, liberali, centro-sinistra, estrema sinistra - e non soltanto un partito nazionale che poi farà mediazioni con altri partiti nazionali.
        I 4 candidati non entusiasmano, un buon numero di elettori non si riconoscerà in nessuno tra loro, però è un inizio. Le sue sedute all’apparenza sono una Babele dove perlopiù ciascuno parla la sua lingua e gli altri ascoltano in cuffia. Tuttavia vi si elaborano valori comuni; come quando nel 2004 Rocco Buttiglione fu bocciato come commissario europeo a causa delle opinioni che aveva espresso sull’omosessualità come «disordine morale». Piaccia o non piaccia, un organismo eletto dal popolo ha maggior titolo a dire la sua. Può contribuire a mutare una struttura istituzionale dell’Unione europea che ai cittadini pare lontana. Sarebbe bene che la campagna elettorale si facesse più precisa. Chi vota ha il diritto di chiedere agli eletti in che modo faranno sentire la sua voce, quali modifiche istituzionali cercheranno. Da subito occorrerebbe essere sicuri che le candidature vengano prese sul serio.
        Quando da Londra è trapelato che il governo britannico potrebbe mettere il veto a tutti e tre i principali - Jean-Claude Junker dei Popolari, Martin Schulz dei Socialisti, Guy Verhofstadt dei Liberali - da Berlino si è ribattuto che i nomi tra cui scegliere sono quelli; ma a Parigi si hanno idee diverse, l’esito è incerto. Più difficile è inserire nella campagna elettorale la vera questione che si porrà dopo il voto. Se da una parte la Gran Bretagna è inquieta sulla propria permanenza nell’Unione, dall’altra i Paesi dell’euro sentono l’urgenza di stringere legami più solidi. Può essere razionale prendere due strade diverse, con una Unione a 28 allentata, e una area euro a 18 dotata di istituzioni proprie. Dalla Germania pare verranno proposte in questo senso, non si sa quando. Troppo delicate per parlarne prima del voto? Ma il rischio che vadano forte i partiti antieuropei, o che cresca ancora l’astensione, è più forte se ci si limita a discorsi vaghi.
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        C’eravamo tanto uniti


        Dalla Rassegna stampa La sinistra che non cambia, dice Renzi, diventa destra. Ma che succede alla destra che non cambia? Difficile dirlo, in un Paese che dopo la caduta della Destra storica, nel 1876, ha dovuto aspettare 118 anni prima che un’altra destra democratica, risvegliata dal bacio di un Cavaliere, tornasse all’onor del mondo. Oggi che la vicenda cominciata nel 1994 si avvia alla conclusione, sempre più il ruolo storico che vi ha svolto Berlusconi sembra simile a quello che Tito ha impersonato per la Jugoslavia: appena uscito di scena il fondatore, appena sollevato il velo di un’unità fittizia steso su divisioni profonde e irriducibili, tutto è tornato al passato, conflitti e scontri e odi, fino alla dissoluzione dell’effimera creatura. Diventa insomma sempre più difficile pronosticare per il centrodestra italiano l’esito felice che consentì al gollismo di sopravvivere al ritiro del suo fondatore; e sempre più probabile uno scenario di guerra civile interna, di stampo per l’appunto jugoslavo.
        La ragione è facile da capire: in tutti questi anni non si è mai lavorato a costruire una cultura comune del centrodestra, un set di valori indipendenti dalle persone che di volta in volta li incarnavano. I dirigenti dei partiti di quell’area politica, da Forza Italia a Ncd, dalla Lega a Fratelli d’Italia, all’Udc, non sono d’accordo sull’essenziale. Che si tratti della fecondazione eterologa o della riforma del Senato, hanno opinioni diverse. Alcuni sono europeisti altri euroscettici, ci sono i putiniani e gli amerikani. Per due decenni queste culture politiche sono state sommate, non fuse. Oggi si vede. Ormai lottano l’una contro l’altra per sopravvivere. Un tale vuoto è stato finora dissimulato e nascosto dalla forza primordiale dell’unico istinto comune al centrodestra e maggioritario nel Paese: la rivolta antitasse. Cosicché anche quando i governi Berlusconi non sono stati in grado di ridurle, sono pur sempre apparsi all’elettorato il più efficace baluardo contro chi le tasse le avrebbe certamente aumentate: il centrosinistra. Ma oggi questo collante, questo moltiplicatore automatico di voti, non è più utilizzabile; perché la sinistra ha rotto il tabù fiscale, e sulle tasse dice ormai - e vedremo se Renzi manterrà le promesse, i dubbi sono legittimi - le stesse cose della destra. Alla quale, dunque, tocca trovare un nuovo senso, oltre che un nuovo leader.
        Senza questo sforzo sarà difficile ricomporre l’unità politica del centrodestra, rotta dalla sciagurata decisione di Berlusconi di mollare il governo Letta. Oggi, come ha detto Paolo Romani, «il centrodestra è debolissimo al governo e debolissimo all’opposizione». Berlusconi ha buttato a mare una maggioranza di cui deteneva la golden share; e per riconquistare poi un minimo di influenza ha dovuto portare a Palazzo Chigi il suo più formidabile avversario, e consegnargli le chiavi del suo elettorato. Non c’è più molto tempo. Se i vari tronconi del centrodestra arriveranno divisi e in funzione di ascari all’appuntamento fatale con un nuovo patto costituzionale, rischiano di scomparire dalla geografia della Terza Repubblica, dopo aver inventato e dominato la Seconda.
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        Intervista a Graziano Delrio: "Nomine, noi puntiamo alla parità uomini-donne Bonus, così lo finanziamo"


        Dalla Rassegna stampa Con le nomine delle grandi aziende pubbliche il governo si propone «una rivoluzione culturale» attraverso la promozione di manager uomini e donne in egual misura. «Una sostanziale parità di genere- annuncia il sottosegretario a Palazzo Chigi Graziano Delrio-per colmare un ritardo dell’Italia che è di almeno 30 anni». Oggi Matteo Renzi sceglierà i vertici di Eni, Enel, Finmeccanica e Poste. Ma questa è anche la settimana del decreto sul taglio dell’Irpef, gli 80 euro in busta paga da maggio, con le relative coperture. «Taglieremo gli incentivi ai settori improduttivi - dice Delrio -e faremo anche un intervento sulla sanità. Le Regioni più efficienti non hanno nulla da temere dalla spending review. Le altri sì. Con loro useremo il bisturi perché l’inefficienza di qualcuno non può essere pagata da tutti gli italiani». Alla minoranza che prepara la battaglia contro l’Italicum, il sottosegretario risponde: «E’ giusto discutere, ma non ripetiamo gli stessi errori che abbiamo commesso ai tempi di Prodi e dell’Ulivo. Non è vero che il Pd può fare da solo. In questo modo il centrodestra ci consegnò il Porcellum, una norma incostituzionale che abbiamo usato per otto anni. Il dialogo con l’opposizione è indispensabile».
        Oggi è il giorno delle nomine. Siete pronti o ci sarà un rinvio?
        «Siamo pronti per Enel, Eni e Finmeccanica i cui vertici scadono adesso. Renzi vuole fare anche le Poste, per dare il segnale di un governo che affronta subito i nodi».
        Fra i criteri per il cambio dei manager c’è anche quello del rinnovamento totale?
        «Queste aziende producono utili, lavoro e alcune fanno politiche energetiche. Sono fra le più importanti del Paese. Le scelte devono essere improntate a una vera e seria competenza».
        E il ricambio? E le donne che finalmente scalano i vertici?
        «Il desiderio è quello di proporre volti nuovi, ma ciò che cerchiamo di fare non è la rottamazione generazionale. È piuttosto una rivoluzione culturale. Per questo, sì, è vero che puntiamo a promuovere le donne, fino ad arrivare a una sostanziale parità di genere nelle nomine. Lo facciamo per colmare un ritardo italiano che è di almeno 30 anni rispetto ad altri Paesi. Così com’è successo con la scelta di 8 donne ministro. Una sostanziale parità farebbe avanzare l’Italia nella concretezza molto più di tanti proclami».
        Al momento della formazione dell’esecutivo, Renzi ricevette alcuni no. Stavolta?
        «C’è stata una ricerca delle migliori intelligenze. Renzi da tempo ascolta tantissime persone eccellenti. Vogliamo dirigenti capaci e che siano orgogliosi di guidare aziende che sono un patrimonio dell’Italia. Come accade in Francia».
        E i no?
        «Sono stati pochissimi. Più che altro erano dei "sì ma", dei "vorrei ma non posso"».
        Vittorio Colao, amministratore delegato di Vodafone?
        «Al di là di Colao, i rifiuti non ci sono quasi stati. Del resto, un manager fa più volentieri l’ad di una grande azienda pubblica anziché il ministro o il parlamentare. È una situazione oggettivamente diversa».
        Nelle società quotate in Borsa girano stipendi 10 o 20 volte superiori a quelli che avete fissato per la Pubblica amministrazione. Taglierete anche li?
        «Sono società che stanno sul mercato. Ma esiste la direttiva Saccomani. È seria e impegnativa. Prevede un intervento molto robusto: una diminuzione del 25 per cento rispetto agli emolumenti dei precedenti amministratori».
        Si parla di un passaggio di Mauro Moretti dalle Ferrovie a Finmeccanica. Non è un favore a Italo, il concorrente di Trenitalia, che ha chiesto la testa dell’ad?
        «Non parlo di nomi neanche sotto tortura. Ma non ci facciamo influenzare da nessun tipo di concorrenti. Con tutto il rispetto per chi esprime certi giudizi, se per caso dovesse realizzarsi una simile ipotesi non succederebbe perché qualcuno ha chiesto late sta di qualcun altro».
        Ce la farete a varare il decreto che taglia l’Irpef, i famosi 80 euro in busta paga, questa settimana?
        «Sicuro».
        Quindi è il momento in cui i 4,5 miliardi di spending review prenderanno corpo. Sono previsti tagli agli incentivi?
        «Nel senso di quei settori che supportiamo in maniera inutile, ovvero dei settori parassitari, la risposta è sì. Ma noi miriamo a una spending che sia vera, cioè via i soldi a comparti totalmente improduttivi, ma niente tagli lineari a settori strategici o che servono all’economia italiana. Fare un serio risparmio sulla spesa pubblica sarà una grande fatica collettiva e tutti devono comprendere che ogni euro dello Stato speso male è un euro in meno che entra nelle tasche degli italiani. Saremo maniacali nel cercare questi sprechi. E non ci piegheremo ad alcun interesse di parte. Le lobby sono avvertite».
        Ma la sforbiciata su beni e servizi tocca i cittadini, non le lobby.
        «Se dico taglio i beni e servizi, dalla sanità alla scuola, non voglio dire che tolgo la carta igienica ai bambini o che non compro un ecografo alla Asl. Sto parlando invece di Regioni, enti locali e Stato che hanno contratti di servizio da rivedere. Fino ad oggi il pubblico pagava a 380 giorni e il fornitore in pratica metteva una sovrattassa sul prezzo per compensare il ritardo. Noi adesso garantiamo il pagamento in 60-70 giorni, ma le aziende fornitrici firmeranno un nuovo patto con lo Stato rinegoziando le tariffe. Su 60-70 miliardi di forniture complessive, ci sono spazi dell’1 o 2 per cento di risparmi. Ossia, 1,4 miliardi. È più faticoso dei tagli lineari ma dobbiamo farlo».
        Taglierete il trasporto pubblico?
        «È un settore non all’altezza di un grande Paese. Per questo, si può fare molto di più di una riduzione degli incentivi su benzina e biglietti. Lo sforzo principale è che le aziende si aggreghino, trovino partner privati e rispettino costi standard che abbiamo già individuato».
        Spariranno gli incentivi all’autotrasporto?
        «Il tema è molto delicato. Per certi settori in difficoltà bisogna fare un discorso complessivo». Si parla di un taglio nella sanità di 1 o 2 miliardi. C’è una bella differenza.
        «Abbiamo concluso l’analisi dei costi standard e si prevedono diversi miliardi di risparmio. Il ministro Lorenzin sta scrivendo il nuovo Patto della Salute e i risultati si avranno anche nel breve periodo».
        Serviranno anche per gli 80 euro?
        «Sì. La mia idea è che le Regioni dovrebbero essere orgogliose di rimettere i soldi in tasca ai loro cittadini riducendo le addizionali Irpef. Ne avranno un vantaggio politico. La maggiore efficienza si tradurrà in 1,5 miliardi di tagli nel 2015. Sono tagli non al sistema sanitario ma realizzati con il recupero di funzionalità. Le Regioni che sono già efficienti non devono temere nulla dalla spending. Le altre sì. Con loro useremo il bisturi, per restare in argomento. Non possiamo rimanere con settori della Pubblica amministrazione dove si pensa che la propria inefficienza verrà comunque pagata da altri. E le Regioni che faranno più progressi avranno l’impegno dello Stato ad aumentare i fondi comunitari per gli investimenti».
        La minoranza del Pd annuncia battaglia sulle riforme e soprattutto sulla legge elettorale. È finita la tregua?
        «Esistono opinioni differenti. La sinistra però ha perso le sue sfide per dividersi e guardarsi l’ombelico. Io ricordo la lezione dei grandi socialisti italiani come Camillo Prampolini: uniti si è tutto, divisi si è nulla. È giusto discutere, è folle riportare indietro il Pd ai contrasti intorno all’Ulivo e a Prodi».
        Bersani dice che sono cambiati i rapporti di forza e non ci si può far imporre l’Italicum da Berlusconi. Non ha ragione?
        «Non è così. Sarei molto più prudente nel dire facciamo da soli. Il centrodestra fece da solo con il Porcellum e ci siamo tenuti una norma incostituzionale per otto anni. Non è la legge migliore del mondo, ma nella scrittura delle regola il dialogo con l’opposizione è indispensabile».
        La minoranza vuole tornare maggioranza.
        «Auguri. È un’ambizione lecita quando si è sconfitti. L’ha avuta anche Renzi. L’importante è che non venga scalfita l’unità rispetto ai problemi del Paese, come fece Matteo durante la campagna elettorale. Forse il contributo di idee la minoranza poteva darlo in un giorno diverso dalla presentazione delle candidature per le Europee. Ma è più un problema di opportunità che di sostanza».
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